Non so per quanti anni il maestoso tomo dalla sovracopertina gialla de “Il Circolo di Pickwick” di Charles Dickens ha atteso che io lo prendessi in mano e mi decidessi a leggerlo. Non era mai il momento giusto, troppo grosso e ingombrante, troppo lungo, e poi, “di cosa parlerà mai”… insomma le cose che i lettori forniti di biblioteche imponenti si fanno di fronte ad un libro acquistato di slancio ma poi lasciano a giacere per anni se non per decenni su uno scaffale.
Quest’anno, però, mi sono decisa. Ci ho messo due mesi, in cui l’ho letto soprattutto nei weekend, approfittando del tempo in più a disposizione, e approfittando della trama episodica che si presta ad una lettura più spezzettata. E alla fine sono riuscita a compiere l’impresa di leggere il primo libro pubblicato da Charles Dickens nel 1836.
Dickens inizia a scrivere come giornalista nel 1822, diventando in breve il miglior cronista parlamentare del “Morning Chronicle”, ma si diletta anche a raccontare scenette di vita londinese, talmente argute e ben riuscite, da indurre l’editore Chapmann & Hall a commissionargli un testo per una serie di disegni umoristici sugli sport preferiti dal popolo inglese, come la caccia e la pesca, da pubblicarsi in fascicoli mensili. Dickens risponde di non avere grande esperienza sportiva, ma può comunque illustrare scene di vita e personaggi inglesi e da lì nasce l’idea di Mr Pickwick.
Mr Pickwick è un uomo di mezza età, osservatore dei vizi e delle bellezze che lo circondano. Pasticcione e godurioso, ha fondato l’omonimo Circolo e con i suoi tre fidati amici Mr Tuppman, Mr Winkle e Mr Snodgrass, decidono di partire per un viaggio attorno all’Inghilterra al fine di descrivere amenità e peculiarità varie. Si trovano così ad assistere ad elezioni politiche, a partecipare a cacce, matrimoni, balli, a incontrare persone, finendo sempre, in un modo o nell’altro, per mettersi nei guai.
Impossibile raccontare tutti gli episodi in cui sono coinvolti i quattro amici e le innumerevoli occasioni in cui finiscono per trovarsi in situazioni imbarazzanti o disastrose. Nel corso delle più di novecento pagine ci saranno innamoramenti, matrimoni, processi, inseguimenti, frodi sventate, riconciliazioni e svolte inaspettate, in cui alla fine emergerà sempre il buon cuore e l’animo immenso di Mr Pickwick.
Grazie ad una sorta di canovaccio che tiene insieme l’affresco di una società vivace ma ingiusta, piena di iniquità, dove domina chi detiene il potere o il portafoglio, dove anche il carcere è un’esperienza completamente diversa se sei un benestante, che può permettersi di affittare una camera e prendere a noleggio il mobilio, o un disgraziato che deve vendere addirittura gli abiti che indossa per potersi pagare il cibo per sopravvivere, “Il Circolo Pickwick” dipinge un mondo vitale e spietato.
Anche gli episodi apparentemente slegati hanno una loro logica. E la struttura a cornice permette di inserire ulteriori storie bizzarre o drammatiche che aggiungono pathos o servono per meglio raccontare sia la personalità dei protagonisti, sia il contesto storico e sociale in cui il viaggio si dipana.
Mio zio si prese la testa fra le mani e pensò a tutta la gente rumorosa e indaffarata che un tempo se n’era andata in giro su quelle vecchie carrozze, e che adesso era muta e trasformata come loro; pensò a quanta gente ciascuna di quelle vetture sconnesse e putrefatte aveva portato tutte le sere, per tanti anni e con tutti i tempi, la notizia ansiosamente aspettata, il denaro lungamente atteso, la conferma della buona salute e della salvezza, l’improvviso annuncio della malattia e della morte. Il mercante, l’innamorato, la moglie, la vedova, la madre, lo scolaro, il bambino stesso che va trotterellando alla porta ad aprire al postino… come avevano aspettato tutti l’arrivo della vecchia diligenza! E dov’erano tutti, adesso!
Fraintendimenti, equivoci, episodi buffi e assurdi, alternati con storie tragiche in cui Dickens racconta la società dell’epoca, quella società descritta magistralmente in “Oliver Twist” o in “Canto di Natale”: piccoli impiegati che cercano di sopravvivere, debitori ridotti sul lastrico che finiscono in carcere senza possibilità di uscirne, bambini denutriti che lavorano per una manciata di monetine; una società piena di storture e ipocrisie.
Attraverso una struttura complessa e polifonica, “Il Circolo Pickwick” utilizza una varietà di colori e toni, grazie al registro ironico e scanzonato e a personaggi così pittoreschi da diventare per certi versi delle vere e proprie macchiette.
Perché se le storie divertono o commuovono, la forza del libro è la caratterizzazione dei personaggi: imbranati e maldestri, a partire proprio da Mr Pickwick; ma non sono da meno Mr Winkle (convinto di essere particolarmente abile nello sport, quando in realtà è solo goffo e sbadato), l’inguaribile “seduttore” Mr Tuppman, e il pacato poeta Mr Snodgrass. Indimenticabile è poi il domestico Sam Weller, intelligente, arguto e pieno di iniziativa che sa sempre come aiutare il suo padrone e cavarlo dai pasticci in diverse occasioni. E anche il villain Jingle, che parla quasi fosse un telegramma umano, e architetta piani originali ai danni di sprovveduti con l’assistenza del suo domestico Job Trotter, spicca per la totale mancanza di scrupoli. Anche se il premio per l’impudenza va agli avvocati senza scrupoli Dodson e Fogg, ritratto veritiero e terribile di chi si approfitta dell’ignoranza e della semplicità del prossimo per trarne profitto.
E alla fine “Il Circolo Pickwick” di Charles Dickens non sarò il libro più bello o quello più riuscito dell’autore inglese, ma è un vero e proprio viaggio divertente e scanzonato, che non manca di accendere un riflettore sulla società inglese di metà ottocento.
Il Circolo di Pickwick di Charles Dickens [The Posthumous Papers of the Pickwick Club 1836 -1837] Edizione Club degli Editori su licenza Adelphi Edizioni (1965) – traduzione a cura di Lodovico Terzi – pag. 942

