Viaggiare è…

Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messe verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti per ripeterli, per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

Questo piccolo brano che chiude “Viaggio in Portogallo” di Josè Saramago mi ha ricordato perché mi piace tanto viaggiare. Perché il viaggio per me è l’esperienza più completa ed irrinunciabile che si possa fare.

Viaggiare, non fare il turista. Perché non sembra, ma la differenza è enorme. Il turista di solito è portato quasi come un pacco in un posto, accetta quello che gli dice la guida come oro colato, vede, fa fotografie, spesso mangia internazionale (quel mix di cibi che, non si sa bene chi, ha deciso debba andare bene per qualsiasi gusto o papilla), e poi torna a casa, pretendendo di disquisire su ciò che ha visto.

Il turista di solito non vive l’esperienza, non assaggia il cibo del luogo, non si perde almeno per un po’ in una strada, in una piazza, non parla né ascolta la lingua del posto. Va e impone il suo sguardo, a volte denigra ciò che ha visto, contesta la povertà, vuole essere capito, ma non si sforza minimamente di comprendere la cultura che ha davanti.

Viaggiare invece ti immerge nel luogo che visiti, ti obbliga a confrontarti con tutto. Ad ascoltare o leggere la lingua e a cercare di afferrarne almeno qualche parolina, riproducendo il suono alla meno peggio. E non conta quanto sia difficile e quanto la si possa stroppiare nel pronunciarla, conta la musicalità, la differenza con la nostra lingua natia. E allo stesso tempo la voglia di vederne le analogie, di scoprire i punti di contatto, che, sembra incredibile, ma ci sono, ci sono sempre.

Viaggiare e farlo con lo stupore e la curiosità del bambino allarga la mente e non può non farlo, perché ti costringe a vedere gli altri come persone, come altri esseri simili a te, che si affannano, lottano, soffrono, ridono, sperano, sognano, esattamente come te, che vivono la loro vita in un posto distante dal tuo, ma analogo. Costringe a confrontarsi con usi, tradizioni, lingue, cibi, diversi, come dicevo prima, ma altrettanto gustosi, altrettanto invitanti. Ad uscire dalla propria zona di comfort. A prendere mezzi pubblici, ad orientarsi prendendo dei punti di riferimento e ritrovarsi felici per non essersi persi, ma anzi aver saputo destreggiarsi e muoversi in una città diversa.

E il vero piacere del viaggio è perdersi. È girovagare senza meta, imbattersi per caso in una piazza, in una chiesa, in un angolo che nessuna guida ha inserito, e cogliervi la bellezza o l’essenza del luogo che stiamo visitando.

Ogni volta che parto, porto con me un taccuino, su cui annoto quello che ho visto, cosa ho mangiato o i fatti che mi paiono più significativi, le curiosità che ho scoperto di un luogo e soprattutto le sensazioni che mi ha suscitato. È il mio modo per tenere vivo il ricordo, riassaporarlo, riviverlo, riportando alla memoria quello che altrimenti svanirebbe. Spesso ho riflettuto sul fatto che per me viaggiare vuol dire farlo almeno tre volte: prima nell’immaginazione, quando assaporo un posto mai visto, cerco informazioni e notizie, stilo un programma; poi, ovviamente, il viaggio in sé; infine, quando torno a casa, il catalogare le foto scattate, rileggendo il taccuino e cercando notizie in più di quello che ho visitato, ampliando le note scritte e spesso scoprendo altre curiosità e informazioni.

E così spesso, scopro di non aver visto qualcosa, di non aver osservato attentamente un particolare, di essermi persa qualcosa e così, come dice Saramago in quel brano iniziale “Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto […]. Bisogna ritornare sui passi già fatti per ripeterli…”, nasce il desiderio, o addirittura la necessità, di ritornare in un luogo, di rivederlo, di paragonarlo al primo ricordo che si è avuto, di essere conquistati di nuovo.

Anche perché non tutti i posti o le destinazioni arrivano allo stesso modo. Ci sono luoghi di cui ti innamori perdutamente fin dalla prima volta, in cui hai una sensazione di dejavu, di ritorno. Altri, invece che richiedono tempo, esplorazione, perché la fascinazione non arriva subito, si ha bisogno di esplorare, di farsi avvolgere dalla città o dal panorama prima di esserne ammaliati.

E ritornando sulle righe della citazione di Saramago vi lascio la foto sovrapposta dello stesso luogo fotografata con la pioggia e con il sole. La città è Basilea e la foto è stata scattata sulle rive del Reno.

Per me il viaggio è scoperta, stupore, curiosità, storie.

Il viaggio, come un buon libro, ti trasporta in un altro mondo, ti pone di fronte la tua umanità e i tuoi limiti. Ti costringe a porti domande e a cercare risposte. Non accontentandosi mai.

La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare probabilmente è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi, e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo.

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