Ci sono libri che ti entrano dentro in maniera potentissima, fin dalle prime righe, o addirittura dal titolo e dalla copertina.
E pensare che io questo romanzo non lo avrei nemmeno letto, se non fosse per una di quelle curiose ed incredibili casualità di cui la vita è piena, compresa quella dei lettori. Quest’estate ho partecipato ad un’iniziativa davvero carina, ideata, tra le altre, da Elena @lettricegeniale: #salutida, basata sull’idea di scrivere una cartolina, come si faceva una volta. E l’autrice Elena Torresani, nell’aderirvi, ha scritto un post, invitando chi aveva piacere a mandarle l’indirizzo per poter ricevere una delle cartoline preparate come promozione del suo romanzo. Ed io appena ho visto il disegno di profilo una ragazza contornata da foglie verdi e viola su sfondo viola e ho letto il titolo, mi sono sentita immediatamente chiamata.
«Gli altri hanno tanto potere, Elettra, lo so bene. Hanno il potere di farci terra bruciata intorno, di trattarci male, nel mio caso mi hanno persino fatto perdere il lavoro. Ma ci sono tante altre cose che non possono fare se opponiamo la giusta resistenza: non possono portarci via il talento, e nemmeno l’amore».
“Degli orchi e delle fate” mi ha immediatamente rapita, portata in quel paesino della Valtellina dove Elettra nasce con la camicia, contornata da una famiglia numerosa e con la protezione della nonna Celeste, un’esperta di erbe, guaritrice e custode di quella sapienza antica, per cui intere generazioni di donne sono state tacciate col termine di “strega”.
Il rito della tinozza esisteva da ben prima che io nascessi ed era uno dei modi in cui Selest teneva la solitudine dei piccoli lontana dalla corte. Quando si alzava aria di guai o l’ombra della malinconia si allungava su qualcuno di noi, c’era sempre una tinozza pronta ad aspettarci. Nonna era come Sekhmet, la dea egiziana della guarigione con corpo umano e testa di leonessa, che nella nostra declinazione alpina accoglieva con acqua, profumi e unguenti.
Un mondo idilliaco dove la bambina è cresciuta circondata dalla natura, istruita dalla nonna a riconoscere le erbe, a mischiarle, a usarle per ottenere pozioni per risolvere problemi di salute fisica e mentale, in mezzo agli zii – ognuno con una sua caratteristica -, e con una cugina Loretta, a cui è affezionatissima.
Nessuno però sembrava giocare alle storie come facevamo io e Loretta. Nel nostro cortile a Colbuono nascevano regine e morivano principi, si giustiziavano ladri e si nominavano cavalieri. Le streghe bollivano rospi e le fate salvavano i giusti con le loro truppe di elfi e gnomi barbuti. Nonna Celeste ci aveva tirato su a torte e fiabe, i suoi racconti erano i più belli di tutta la valle: probabilmente non era un caso che i suoi nipoti fossero nati con le orecchie a sventola per poter ascoltare meglio.
I genitori, però, per motivi di lavoro, decidono di trasferirsi a Milano e la vita di Elettra cambia improvvisamente. Le manca tutto della vita precedente: l’aria aperta, le passeggiate, il silenzio, i legami. Lì chiusa in un piccolo appartamento che sa di candeggina, in compagnia di un piccolo uccellino chiuso in gabbia, nulla pare avere più senso.
«È così dura vivere senza Selest senza Loretta e Concita senza il Consiglio di Corte senza le Divine senza Ecate senza tutti quei bambini che ti entrano in bagno quando stai pisciando senza le scoregge dei setter e i mutandoni delle zie appese sui ballatoi mi mancano persino le stecche di Carolina».
Oltre allo sradicamento, alla mancanza di legami, ai compagni di cortile (che non solo non l’accettano ma la prendono anche in giro), alle difficoltà d’inserimento a scuola, si aggiunge l’orrore più indicile, impossibile da comprendere. Sono da sempre contraria allo spoiler, ma in questo caso è necessario, perché chi non se la sente di affrontare un argomento simile deve sapere che lo troverà da queste pagine, trattato con delicatezza, ma comunque presente: l’incesto.
Elena Torresani riesce a portarci nelle stanze buie, in quei luoghi in cui si rifugiano le bambine e ragazzine vittime di violenza. Una violenza ancora più atroce perché rivestita d’amore e talmente tabù che difficilmente viene affrontata, lasciando così le vittime ancora più sole e incomprese ad affrontare i propri demoni. Un tabù talmente radicato e profondo che arriva a coprire per proteggere, ma anche per nascondere, impedendo quindi quella comprensione e quell’abbraccio così necessario a chi ne è vittima.
Ma “Degli orchi e delle fate” non è solo questo: è un inno potente alla sorellanza, ai legami fortissimi che si creano anche con perfetti sconosciuti che però sono capaci di tenderci la mano quando stiamo affogando. Intorno ad Elettra, infatti, ci sono figure femminili indimenticabili: dalla determinazione e forza della cugina Loretta – sempre accompagnata dalla fida asina Concita -, alla presenza centrale e determinante della nonna Celeste, al sostegno costante dell’amica Clara, infine all’appoggio incondizionato della nonna di Clara, Corinna, vero mentore e lume tutelare.
Ed emerge prepotente un tema che per le donne è tema di riflessione da sempre, come il mondo maschile le tema e le etichetti ogni volta che escono dal seminato (un seminato di cui gli uomini hanno tracciato la via). Ed ecco l’epiteto di strega o la connotazione negativa con cui sono definite e ricordate tante figure mitologiche e non.
Avevo allora ripensato a come la rabbia fosse spesso considerata eroica negli uomini, mostruosa nelle donne: isteria. Medusa, Scilla, Cariddi, le Arpie, le Sirene, la Sfinge: sgranavo quei nomi e le loro forme come rosari nella mia mente. Mostri che oltre alla rabbia manifestavano tutto ciò che nelle donne veniva giudicato riprovevole e negli uomini accettabile, o addirittura vincente: voracità, astuzia, sotterfugio, spavalderia, tenacia, seduzione, indomabilità, potere, ambizione.
“Degli orchi e delle fate” è un romanzo folgorante, in un’alternarsi di pace, legami familiari fortissimi, amicizia, e di buio, quello più profondo ed incomprensibile della violenza. Elena Torresani non eccede mai, mescola riflessioni potentissime, temi attuali ad un mondo fatto di storie, di momenti tramandati, di sapere antico, che lega in modo profondo ogni donna, ricordandoci che nella vita bisogna sempre abituarsi alle onde e ai precipizi, due cose che di solito non vanno d’accordo, anche se creano bellissime scogliere.
«Le onde allenano al movimento, i precipizi all’equilibrio. Diciamo che l’incontro delle due nature può creare diffidenza o spiazzare».
Degli orchi e delle fate di Elena Torresani Coda di Volpe (2026) – pag. 225

