La scrittrice e giornalista Joan Didion ha raccolto ne “L’anno del pensiero magico” la devastante esperienza di veder morire davanti ai propri occhi il marito, con cui aveva condiviso quarant’anni di vita e lavoro, e nello stesso momento assistere impotente alla grave malattia della figlia Quintana.
Due esperienza potenti e dolorose che l’hanno portata ad analizzare in modo minuzioso la sofferenza e l’elaborazione del lutto.
Già dalle prime righe si intuisce che l’autrice è stata travolta dagli avvenimenti e ha bisogno di tempo e di calma per elaborare quello che è successo.
La vita cambia in fretta.
La vita cambia in un istante.
Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.
Perché nella vita spesso ci sono dei prima e dei dopo. Prima stai cenando, stai parlando con tuo marito, sei appena andata a trovare tua figlia ricoverata in ospedale, e un attimo dopo vedi crollare a terra tuo marito e chiami l’ambulanza, totalmente inconsapevole di come quell’evento si riverberà nel tuo futuro e tu impiegherai mesi a cercare di capire cosa è successo, a rivivere, più e più volte quell’evento nella testa, come se la semplice coazione a ripetere potesse modificare qualcosa, come fosse possibile cambiare qualcosa.
Didion sa, come giornalista, che non c’è nulla di eccezionale in questo: chiunque sia stato scosso da un avvenimento tragico ed improvviso, parte sempre dal prima, dalla totale normalità di quello che ha preceduto il fatto.
Era infatti la normalità di tutte le cose che avevano proceduto il fatto a impedirmi di credere veramente che fosse accaduto, a impedirmi di assorbirlo, di incorporarlo, di superarlo. Oggi riconosco che non c’era nulla di straordinario in questo: davanti a un disastro improvviso tutti noi finiamo per notare com’erano irrilevanti le circostanze in cui è successo l’impensabile, il terso cielo blu da cui è caduto l’aereo, un giro in macchina che è finito in un fosso tra le fiamme, le altalene dove sempre giocavano i bambini quando il serpente a sonagli è sbucato dall’edera.
Ed è altrettanto consapevole di come successivamente subentri l’incredulità, il disorientamento, il pensiero irrazionale di averlo sepolto vivo, e l’idea illogica di vederlo tornare da un momento all’altro che le rende impossibile toccare le sue cose.
Inoltre per lei, dopo quarant’anni passati insieme, a lavorare nella stessa stanza, a scambiarsi idee e programmi, perché i progetti o gli interessi non erano mai dell’uno o dell’altra, ma sempre di entrambi, è quasi impossibile ritornare all’io. Per questo continua a guardarsi intorno alla ricerca di John, perché deve chiedere a lui, confrontarsi con lui.
“L’anno del pensiero magico” è un lungo flusso di coscienza in cui l’autrice torna spesso su avvenimenti o pensieri già formulati, come se avesse bisogno di ripetere per capire, per accettare quello che il suo cuore non reputa possibile.
Pagina dopo pagina analizza i tipi di dolore, perché anche di quelli ce ne sono di diversi: c’è quello per la morte di un genitore, terribile ma messo in conto, a causa dell’età e del naturale deterioramento della salute.
Il dolore, quando arriva, non è affatto come ce lo aspettiamo. Non era come quello che provai quando morirono i miei genitori: mio padre morì a pochi giorni dal suo ottantacinquesimo compleanno e mai madre un mese prima del suo novantunesimo, entrambi dopo qualche anno di crescente debolezza. Ciò che sentii in ambedue i casi fu tristezza, solitudine (la solitudine del figlio abbandonato, qualunque sia la sua età), rimpianto per il tempo passato, per le cose non dette, per la mia incapacità di comprendere o persino di riconoscere veramente, alla fine, il dolore e l’impotenza e l’umiliazione fisica che avevano dovuto subire. Comprendevo l’inevitabilità di ciascuna delle due morti. Me le ero aspettate (temendolo, paventandole, prevedendole) per tutta la vita. Ma rimasero a distanza, quando si verificarono, lontane dal tran tran quotidiano della mia vita.
E c’è quello devastante, indicibile, che ti soffoca, ti toglie l’aria e ti sconvolge la mente.
Il dolore è diverso. Il dolore non tiene le distanze. Il dolore arriva a ondate, parossismi, ansie improvvise che ti tagliano le gambe e ti accecano e cancellano la quotidianità della vita.
Didion cerca conforto nella letteratura ma trova che poche opere rispondano alla sua esigenza di specchiarsi in esperienze simili alla sua, ci sono le poesie come “Funeral Blues” di W.H Auden, guide di auto-aiuto, e soprattutto saggi psicologici e psichiatrici, su cui si butta per cercare conforto.
Ne “L’anno del pensiero magico” si intrecciano ricordi di vita passata, esperienze vissute insieme con il marito, e la drammatica vicenda della figlia adottiva Quintana, e del calvario derivato da uno shock settico che la porterà, a causa di varie conseguenze, alla morte poco meno di due anni dopo. Questi avvenimenti e l’adozione della figlia saranno sviluppati in “Blue Nights”, che ho trovato, però, meno riuscito e coinvolgente de “L’anno del pensiero magico”.

“L’anno del pensiero magico” è un memoir, un’opera autobiografica e dolorosa che analizzando il lutto per la perdita del marito, sonda i ricordi affioranti, i pensieri ossessivi, la difficoltà di andare avanti con estrema lucidità, offrendo l’occasione di riflettere sulla propria finitezza e su quella dei propri cari e di comprendere che comunque “il dolore risulta essere un posto che nessuno conosce finché non ci arriva”.
L’anno del pensiero magico di Joan Didion [The Year of Magical Thinking 2006] – il Saggiatore (2021) – traduzione di Vincenzo Mantovani – pag. 236
Blue nights di Joan Didion [Blue Nights 2011] – il Saggiatore (2012) – traduzione di Delfina Vezzoli – pag. 236

