È davvero difficile parlare di questo romanzo. Iniziato con enormi aspettative e concluso in qualche modo costretta da Filippo, con cui l’ho letto. Sono sincera: se non avessi letto questo libro con mio figlio, che, al momento, trova inconcepibile abbandonare a metà un libro, sono certa che l’avrei mollato.
“La ballata di Ronan McCoy” di Colin Morgan è un romanzo di formazione: vuole esplorare una storia di amicizia tra un ragazzino timido e senza amici e uno popolare, di successo, che dopo un terribile incidente rimane paralizzato e privo dell’uso della parola. Un’amicizia talmente speciale che Brendan rinuncia a parte della sua vita pur di rimanere accanto all’amico, essere presente nella sua costante e difficile riabilitazione e fare, in un certo senso, la differenza.
Detta così la trama pare interessante, il tema originale e pieno di spunti. La realizzazione invece è tutt’altra cosa: un ammasso di luoghi comuni, di buoni sentimenti, una trama che non procede e l’utilizzo spropositato di dialoghi superflui. “La ballata di Ronan McCoy” di Colin Morgan è, infatti, un romanzo fatto soprattutto di interlocuzioni: 350 pagine fitte di battute (quasi una sceneggiatura o un copione), la maggior parte dei quali talmente banali da essere a tratti imbarazzanti, talmente tanti e talmente inutili da domandarsene il perché. Se si considera, però, che i dialoghi servono a portare avanti l’azione, a spiegare le motivazioni dei personaggi, a rendere movimentata la narrazione, la sensazione di fastidio verso queste paginate e paginate di parole che paiono pronunciate per dovere, aumenta progressivamente.
Se il carattere di Brendan, il suo sentirsi sempre fuori posto, gli episodi di bullismo, il lavoro in un servizio di pompe funebri (che lo etichetta, agli occhi dei coetanei, come uno strano), è comunque caratterizzato abbastanza decentemente, non lo è altrettanto il personaggio di Ronan McCoy: ragazzo speciale, bello, bravo, sportivo, ricercato, che per quegli strani casi della vita, diventa amico dello sfigato, lo prende sotto l’ala, lo protegge e in qualche modo lo fa entrare nella sua aura. Il lettore incontra Ronan quando l’incidente è già avvenuto. Ronan è su una sedia a rotelle, non si muove, non parla, è intollerante alle eccessive sollecitazioni, si innervosisce per il rumore. Tutta la narrazione si muove intorno a questo personaggio: Brendan che trascorre tutto il suo tempo libero con l’amico, cercando di restituirgli un po’ di quello che ha perduto; i genitori che cercano di non apparire sconvolti, né di farsi travolgere da ciò che è accaduto, invitando spesso l’amico del figlio a coinvolgerli nella sua vita scolastica ed extra scolastica, come il ballo della scuola, gli esami, e così via. E già questo a mio parere è del tutto incomprensibile, perché va bene l’accettazione, va bene l’ottimismo, ma che non abbiamo mai un momento in cui provino dolore, disperazione, anche rabbia verso quello che è successo, mi pare davvero poco plausibile.
[…] non potei fare a meno di vederlo com’era il giorno in cui la foto era stata scattata: portato in trionfo, con il mondo ai suoi piedi, al colmo della felicità. Alzai lo sguardo e mi parve di sentire la folla di studenti esultanti che tutt’intorno a lui lo celebravano. E le lacrime che mi riempivano gli occhi mi parvero lacrime di gioia, d’amore, di gratitudine per l’amicizia che ci aveva uniti.
Il problema principale de “La ballata di Ronan McCoy”, però, è che in questo libro non accade nulla, o per lo meno l’unico fatto degno di nota, l’incidente, è lasciato andare alla deriva. Come è accaduto, dove, in quali condizioni. Dico questo perché all’inizio del romanzo Brendan dice espressamente che vuole sapere che cosa è accaduto direttamente dalla voce di Ronan, si farà raccontare i fatti dall’amico quando questi sarà di nuovo in grado di parlare. E pare esserci qualcosa di misterioso in questo fatto. Almeno io l’ho interpretato così e ho vissuto questa mancanza, come “l’elefante nella stanza”, quella metafora usata per indicare una verità che viene ignorata o minimizzata. Il problema è che che cosa è accaduto a Ronan non viene mai spiegato. Buona parte della narrazione si incentra e si concentra su un “mistero” che non trova soluzione. Che senso ha? E, soprattutto, perché?
Non parliamo poi dell’unico personaggio femminile degno di nota (nonché nominato), la brillante Jennifer che rimane schiacciata da una storia, in cui non c’è posto per lei, perché se Brendan deve scegliere tra uscire con lei o correre dall’amico Ronan, opterà sempre per la seconda. Di conseguenza anche la storia d’amore tra loro è una possibilità più che qualcosa che avviene realmente.
E anche il rapporto tra Ronan e Brendan non viene mai raccontato, al di là di pochissimi frammenti di ricordi, non si capisce nemmeno quale sia stato il fulcro di questa amicizia così speciale. Anche la possibile, accennata vena romantica di cui è permeato il libro (come accennato, spesso Brendan rinuncia ad uscire con la fidanzata pur di stare, ostinatamente, al fianco del “migliore amico”), è come detto appena un accenno, un richiamo, forse voluto, alla pratica connaturata della stessa serie Merlin, ovvero quella del “queerbaiting” (alludere alla possibilità di una storia romantica tra due personaggi dello stesso sesso – accaparrandosi l’attenzione del pubblico queer, in cerca di una fonte di rappresentazione autentica –, per poi deludere le aspettative e mantenersi sul vago per non far scappare l’audience conservatrice americana).
Colin Morgan è un attore, noto per aver interpretato la serie televisiva Merlin, e non ho potuto fare a meno di chiedermi: “Se l’autore fosse uno sconosciuto, avrebbe trovato un editore pronto a pubblicarlo?”.
Insomma, tirando le conclusioni, un romanzo troppo lungo, troppo piatto, con dialoghi terribili e ripetitivi e una storia che non decolla mai e soprattutto non arriva da nessuna parte. Peccato
La ballata di Ronan McCoy di Colin Morgan [The Ballad of Ronan McCoy 2026] – Mondadori (2026) – traduzione di Federica Merani – pag. 370

