Nazneen viene al mondo più morta che viva e sua madre decide che sarà il Destino a scegliere se deve vivere o morire. La storia di come-sei-stata-abbandonata-al-tuo-destino diventa la sua storia e il suo credo. Nella vita tutto accade perché è scritto, inutile combattere e lottare per ciò che non è scritto o non deve accadere.
Quello che non si poteva cambiare si doveva sopportare. E dato che non si poteva cambiare niente, bisognava sopportare tutto. Era il principio che governa la sua vita: era un mantra, un ritornello, una sfida.
Inizia così “Brick Lane” di Monica Alì, un romanzo che racconta la storia di una coppia di immigrati bangladesi e della comunità bengalese nata nel quartiere londinese.
Nazneen è nata per non decidere, per non scegliere, per questo lascia il piccolo villaggio nel Bangladesh dove è nata e cresciuta, e accetta di andare a Londra, sposandosi, tramite un matrimonio combinato, con un uomo molto più vecchio di lei. I primi tempi sono il continuo ripetersi di gesti sempre uguali, pulire, cucinare, lavare, aspettare il rientro del marito, ascoltare mentre si lamenta della promozione che non arriva, dei progetti che ha. La sua è una vita ai margini, osservando gli sforzi del marito di ottenere la promozione, di avere un riconoscimento, abituandosi poco alla volta a vivere, da sola, a differenza del suo villaggio natale, senza persone intorno, in “una grossa scatola con i mobili da spolverare e il suono smorzato delle vite private sigillate sopra e attorno a lei”.
Il marito Chanu, ha quarant’anni, vive da sedici in Inghilterra, laureato a Dacca, amante della letteratura inglese, con sogni enormi, atterrato in Inghilterra con la certezza che le porte di una brillante carriera e di un luminoso avvenire si sarebbero spalancate davanti a lui e alle sue capacità.
«Quello era il mio progetto. Poi, ho scoperto che le cose erano un po’ diverse. La gente qui non riconosce la differenza fra me, che scendo dall’aereo con una laurea, e i contadini che saltano giù dalla barca e hanno soltanto i pidocchi in testa. C’è poco da fare.»
Nazneen non ama Chanu ma scopre che a poco a poco potrebbe anche amarlo: in fondo è un uomo buono, non la picchia, sa cucinare, ha a cuore la sua famiglia, anche se è logorroico e inconcludente.
Le lauree, la promozione, la casa a Dacca, la biblioteca, l’impresa di restauro dei mobili, i progetti di import-export, le letture interminabili. Erano gli strumenti che si era fabbricato da solo. Con quelli tentava di ritagliarsi un posto speciale in cui trovare la pace della mente.
Laddove Nazneen si rivolgeva all’interno, lui si rivolgeva all’esterno; se lei si sforzava di accettare, lui era fermamente deciso a lottare; se lei tentava di anestetizzare la mente e offuscare i pensieri, lui discuteva a voce alta; mentre lei non voleva guardare né al passato né al futuro, lui viveva esclusivamente in quelli. Seguivano percorsi diversi, ma avevano viaggiato insieme, se ne rendeva conto.
E poi arrivano i figli, un lavoro di cucito, una conoscenza con il giovane che le consegna i lavori da fare, e in Nazneen cresce la consapevolezza, il riconoscimento di sé, l’idea di poter decidere, di poter essere qualcosa di più, o per lo meno di diverso, a una strada scritta dal destino.
A volte lei sprofondava in un’ansia senza fine. […]
Ma per lo più si sentiva bene. Dedicava più tempo a parlare con le figlie, rimanendo sorpresa della loro intelligenza, del loro spirito e della loro spontanea sensibilità. Serviva il marito e riconosceva in lui un marito premuroso, un uomo integro, colto e dotato di una piacevole sete di conoscenza. Faceva il suo lavoro e scopriva che il lavoro in sé, se svolto desiderando la perfezione, era fonte di soddisfazioni. Puliva l’appartamento, e persino asciugare il pavimento dopo che il gabinetto era traboccato non era tanto faticoso se lo faceva con un canto sulle labbra e nel cuore. Era come se la conflagrazione dei suoi incontri con Karim avesse proiettato una luce speciale su tutto, una luce aurorale, dopo una vita vissuta nel crepuscolo. Era come se fosse nata difettosa e soltanto adesso avesse ricevuto in dono il senso che le era sempre mancato.
Centrali nella narrazione sono i vari personaggi che fanno parte della vita della protagonista: Razia, che si taglia i capelli, indossa i pantaloni, impara l’inglese e inizia a lavorare; la signora Islam che vive a Londra da trent’anni, conosce tutti e sa tutto di tutti; il dottor Azad, spesso ospite del marito, un’amicizia per lei incomprensibile per la differenza tra i due, ma accomunati da una tristezza inestinguibile; Karim pieno di ideali e voglia di rivalsa, e tanti altri.
Monica Alì attraverso la descrizione del microcosmo rappresentato dal quartiere di Brick Lane descrive le difficoltà di integrazione, le diversità linguistiche, lo sguardo di sospetto reciproco che si lanciano inglesi e bengalesi, la necessità di ricreare una comunità, di ritrovare i cibi, i sapori, le spezie, i colori che hanno lasciato nella terra natia. Un luogo che diventa fiabesco, perfetto nel ricordo, a cui si aspira a ritornare, senza tener conto di quanto sarebbe difficile e per certi versi impossibile riadattarsi e ripartire là.
«[…] E per un bianco, capisci, siamo tutti uguali: piccole scimmie sudicie che provengono dallo stesso clan di scimmie. Ma questi vengono dalla campagna, sono privi d’istruzione, analfabeti. Con una mentalità chiusa. Senza ambizioni.» Si era rilassato, accarezzandosi il ventre. «Non che li guardi con disprezzo, ma che cosa si può fare? Se un uomo ha sempre guidato un risciò e non ha mai tenuto un libro in mano, che cosa ci si può aspettare da lui?»
Contrapposta a Nazneen, vi è la sorella Hasina, scappata di casa per amore, da cui riceve lettere piene di errori e traboccanti di vita, in cui racconta le sue esperienze, non sempre positive per poter sopravvivere al disonore e allo stigma sociale. Nazneen vorrebbe aiutare la sorella, farla arrivare in Inghilterra.
“Brick Lane” è un romanzo sfaccettato, in cui l’integrazione, la diversità si scontrano con un razzismo strisciante, con la paura dell’invasione culturale, con l’idea che l’islam voglia conquistare l’occidente, portare la sharīʿa, obbligare le donne ad indossare il velo (paura che tracima con l’attacco alle Torri Gemelle e l’invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti). Un romanzo che analizza la frattura tra padri e figli, tra chi è partito dalla terra d’origine e chi è nato nel nuovo paese e di quella terra non ne sa nulla, con i padri che cercano un riscatto nei figli, e i figli che non si riconoscono nelle scelte e nelle lotte dei padri.
Il bambino apriva nuovi orizzonti e ne chiudeva altri; rappresentava un telescopio e uno specchio. Che cosa vedeva Chanu, quando guardava suo figlio? Un recipiente vuoto da riempire di idee. Un vendicatore: che prendeva forma, cresceva. Un futuro partner d’affari. Un professore: cresciuto in casa. Un Chanu: ma, questa volta, con le occasioni colte al volo, non mancate.
Un romanzo del 2003 che è terribilmente attuale anche adesso. Non un romanzo appassionante o scritto emotivamente, ma una lettura lenta e asettica, che però consente di ampliare lo sguardo, invece di ancorarlo alle emozioni di Nazneen.
Avevo già letto questo romanzo nel 2006 con il titolo “Sette mari, tredici fiumi”, il titolo con cui era stato presentato in Italia alla sua uscita, e ricordo che mi era piaciuto sì, ma con riserva. E dopo averci pensato un po’ ho capito che all’epoca avrei voluto un finale diverso. Probabilmente non avevo neanche capito quanto rivoluzionario fosse, quello che avevo letto. I vent’anni trascorsi hanno modificato la mia sensibilità su alcuni temi e soprattutto dato una diversa consapevolezza su dinamiche e desideri: l’ennesima dimostrazione sul perché i libri vadano riletti.
Brick Lane di Monica Ali [2003] il Saggiatore (2008) – traduzione di Lidia Perria – pag. 473

