“Il messaggio”, ultima pubblicazione di Ta-Nehisi Coates, è uno dei testi più complessi, stratificati ed interessanti mai letti. Un saggio pieno di spunti di riflessione su cui ragionare, che tratta di integrazione, razzismo, suprematismo bianco, potere delle storie, importanza della narrazione e spirito critico, che dovrebbe essere letta da tutti, soprattutto in ogni classe delle superiori per capire cosa sia e come si scriva un saggio argomentativo.
Ta-Nehisi Coates parte da una considerazione che si pone agli antipodi di quanto sostenuto da Jason Mott in “Che razza di Libro!”. Il secondo si chiedeva, con un filo di irritazione, perché uno scrittore nero deve scrivere solo della sua esperienza, della sua emarginazione, della sua lotta, mentre lo scrittore bianco può spaziare in qualunque genere. Ta-Nehisi Coates, pare quasi rispondere a questa provocazione (come se i libri che leggiamo si unissero in un ipotetico dialogo a distanza) affermando che non “ci era consentito praticare la scrittura solo come mestiere, ma dovevamo necessariamente porre la nostra pratica al servizio di quella missione emancipatrice. […] perché se, come noi, fai parte di un popolo la cui umanità viene sempre messa in dubbio, anche il piccolo e particolare – soprattutto il piccolo e particolare – diventa politico.” Se appartieni ad una categoria stigmatizzata e relegata la tua scrittura deve per forza essere veicolo di lotta, devi sporcarti le mani, prendere posizione che tu lo voglia o meno.
Ta-Nehisi Coates, partendo dall’analisi dell’egittologia e dello stupore di alcuni studiosi verso una civiltà millenaria straordinariamente avanzata (nonostante fosse nata in Africa e derivasse perciò da neri), e dall’incredibile sforzo fatto per dimostrare che gli egizi non fossero neri e anzi avessero usato schiavi provenienti dalla Nubia – come avveniva negli Stati Uniti di metà ottocento -, riflette sul piacere della scrittura e attraverso il racconto di suoi tre viaggi (Senegal, South Carolina e Palestina) ci invita a ragionare su cosa significa essere neri, segregati e quale sforzo sia necessario per uscire da schemi mentali imposti.
Ta-Nehisi Coates racconta l’effetto che gli fa e le sensazioni che gli produce arrivare a Dakar e, sedendo sulle rive dell’Atlantico, sapere di essere nel luogo da cui la sua stirpe è partita, strappata dalla terra natia, in condizioni disumane, tanto da “sentire i fantasmi cantare”.
E quando va a rendere omaggio all’isola di Gorée («la porta del non ritorno»), che, seppur mitologica – in quanto solo pochissime tra i milioni di persone ridotte in schiavitù passarono davvero da lì -, lo induce ad un momento di commozione, perché comprende che Gorée è una rappresentazione simbolica, il momento prima del genocidio del Middle Passage, necessaria per una sorta di pacificazione e rinascita. E sebbene l’Africa non sia l’Eden idealizzato e la corruzione dell’uomo abbia portato alla deportazione di milioni di persone, quella visita lo consola, proprio per la potenza di un luogo immaginario.
Perché nulla è potente quanto una storia. Una storia ben raccontata veicola un messaggio, produce commozione e diventa verità assoluta. Ecco perché occorre avere fame di chiarezza, necessaria per mettere in discussione i miti e le storie che ci hanno raccontato e la cultura di cui siamo imbevuti. E scriverne di nuove. Ed ecco perché “la letteratura è angoscia”, perché non può essere solo rassicurante, deve far emergere dubbi e spingere a porsi domande scomode, a fare ricerche, a non accontentarsi. E la scuola deve spingere alla critica, non propinare messaggi precostituiti ai suoi studenti. Come diceva Paulo Freire, pedagogista brasiliano: «Questa educazione «bancaria», nella misura in cui annulla o minimizza il potere creatore degli educandi e reprime la loro capacità critica, soddisfa gli interessi degli oppressori, che non vogliono che il mondo sia messo a nudo e trasformato. Il loro «umanitarismo» serve a preservare la situazione da cui traggono vantaggio. […] Perciò reagiscono in modo quasi istintivo contro qualunque esperimento educativo che stimoli il pensiero critico e non si accontenti di una visione parziale della realtà ma cerchi i rapporti che leghino un problema a un altro».
Coates ricorda l’importanza del padre, un uomo scettico ed irriverente – come il suo santo patrono Malcom X – sempre alla ricerca di spiegazioni, che dopo aver fatto mille lavori, creduto nella rivoluzione delle Pantere Nere, sente fortissimamente la necessità di leggere per imparare, e, grazie a quella sete, a quella necessità di apertura, entra all’università per diventare bibliotecario ricercatore.
Le parole hanno tante dimensioni: ritmo, contenuto, forma, sentimento. E anche il mondo esterno. La concretezza della vita, nella sua scomoda imperfezione, deve essere percepita con i sensi, così che lo spazio della vostra mente, grigio, squadrato e schematico, si riempia di colori, pieghe e sfumature – le buche nelle strade, i paraurti ammaccati, il pane fritto, le pareti di tessuti, il piatto ricolmo di riso e pesce. Ma il colore non è solo che nel mondo fisico che osservate, ma nell’unicità della relazione tra quel mondo e la vostra coscienza: la vostra interpretazione, la vostra soggettività, le cose che notate in voi stessi.
Citando Frederick Douglass e Toni Morrison, analizzando il pensiero degli antropologi Josiah Nott e Samuel Morton – studiosi che hanno passato la vita a cercare di dimostrare l’inferiorità della “razza” nera (perché, per assurdo, chi saccheggia e utilizza la violenza e la sopraffazione per dominare, cerca di giustificare ciò che fa, di dimostrare la giustizia e infallibilità del suo ragionamento e della sua violenza) -, Coates vede una grande similitudine tra quanto avvenuto al suo popolo e quanto oggi sta avvenendo in Palestina. E arriva a questa conclusione, dopo essere rimasto sconvolto dalla visita allo Yad Vashem (Ente per la Memoria della Shoah) a Gerusalemme: una sala con 17.500 pagine alte come una persona adulta, su cui sono scritti i nomi di quasi cinque milioni di ebrei assassinati nell’Olocausto. Perché la nascita di Israele e “l’immunità” di cui gode nascono proprio da qui, dall’idea che dopo l’orrore dei campi e le tenebre della Shoah, la nascita di uno stato fosse l’epilogo giusto, il modo in cui per una volta la giustizia trionfa, il bene sconfigge il male. E tutto questo senza considerare che su quella terra un popolo c’era già, un popolo pacifico e millenario che avrebbe accolto quei profughi, avrebbe diviso la terra con lui, non capendo che questo gli si sarebbe ritorto contro, e sarebbero stati cancellati da quella terra, come se non avessero alcun diritto a stare lì. Coates gira per Gerusalemme, vede la differenza di trattamento subito dai palestinesi, assiste ad episodi di violenza e capisce che ha sempre saputo solo una parte di verità, che la narrazione ha nascosto, a lui come a tanti altri, che cosa sta realmente accadendo. Che è più facile credere che i palestinesi siano tutti terroristi, facinorosi sostenitori che Israele non debba esistere e che il “popolo eletto” si stia solo difendendo per continuare a sopravvivere, anziché vedere nel progetto sionista un piano di colonialismo, dove l’apartheid è usata esattamente come in Sud Africa per autorizzare un popolo a sottometterne un altro.
Il legame è il colonialismo, la cui essenza è sempre stata un cinismo razzista, al convinzione che non solo il mondo sia un posto selvaggio, ma che i più pericolosi fra i selvaggi tendano a vivere oltre i confini dell’Occidente. Il sionismo – che fin dal principio ha preteso di essere «un avamposto della civiltà contro le barbarie» – non ha ai rinnegato tali principi.
Si arriva ad un punto, mentre Coates analizza il pensiero sionista, riporta la noncuranza con cui uno storico israeliano, Benny Morris, definisce i palestinesi barbari da mettere in gabbia perché “un animale feroce in un modo o nell’altro deve essere rinchiuso” e che infondo anche “la grande democrazia americana non sarebbe stata creata senza lo sterminio degli indiani”, che si entra in una sorta di cortocircuito da far accapponare la pelle: vittime che si comportano da carnefici e fanno passare le proprie vittime come i propri oppressori.
“Il messaggio” è un testo relativamente breve, ma ogni pagina, ogni frase, ogni ragionamento apre ulteriori considerazioni, dai quali si esce sicuramente arricchiti.

Chiudo con un’ultima citazione, in cui Coates, tramite la metafora del geografo, spiega perfettamente come per capire veramente le cose non ci si può accontentare o procedere per sentito dire, occorre analizzare, studiare, approfondire.
… ciò che deve essere coltivato e tutelato dev’essere prima visto. E quello che vedo è questo: una figura al limitare di una grande foresta che ha il compito di cartografare con una precisione che consenta a chiunque veda la mappa di sentirsi trasportato nel territorio. La figura riesce a vedere le vette innevate in lontananza e potrebbe escogitare qualche teoria su quel che c’è fra punto dove si trova e quelle vette: pini, colline, un burrone sul cui fondo scorre un torrente. Quella figura sei tu, tu che scrivi, un’idea in mano, appunti scarabocchiati su un taccuino, magari un primo abbozzo. Ma per scrivere, per disegnare quella mappa, per trasportarci in quella natura inesplorata, non puoi restare lì sul limitare. Devi inoltrarti nella foresta. Devi vedere con i tuoi occhi l’altitudine e il colore della terra. Devi scoprire che quel burrone in realtà è un valle e che il torrente è di fatto un fiume che serpeggia verso sud da un ghiacciaio sulle montagne. Tutto questo non puoi saperlo in anticipo. Non lo puoi «dedurre» confidando nella tua innata genialità.
Da leggere senza se e senza ma.
Il messaggio di Ta – Nehisi Coates [The Message 2024] – Einaudi (2025) – traduzione di Norman Gobetti – pag. 166

