Dopo aver terminato di leggere “Le interruzioni” di Simone Lisi mi sono trovata a ragionare sull’aborto, e a fare qualche ricerca sulle vicende antecedenti all’entrata in vigore della legge sull’interruzione di gravidanza, scoprendo l’enorme dibattito pubblico, fatto, chissà come mai, soprattutto da intellettuali maschi, sulla opportunità e moralità di tale scelta. Interessanti le contrapposte posizioni di Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, ma soprattutto la lettera – che vi invito a leggere nella sua interezza – di Italo Calvino a Claudio Magris, scritta nel 1975.
Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte.
È stato però, naturale, per non dire scontato, prendere tra le mani e leggere il breve ma intenso “L’evento” di Annie Ernaux.
La scrittrice, che più di ogni altra riesce in modo chirurgico a raccontare vicende personali, dando loro intensità e spessore, qui ricorda la sua esperienza forse più personale e devastante: quella dell’aborto.
“Voglio tornare a immergermi in quel periodo della mia vita, sapere ciò che è stato trovato lì dentro. Questa esplorazione si inscriverà nella trama di un racconto, l’unica forma in grado di rendere un evento che è stato solo tempo all’interno e al di fuori di me.”
Nel 1963, ancora studentessa universitaria si accorge di un ritardo. Seguono nausee e una diagnosi che lei segna sull’agenda «È orribile: sono incinta».
Inizia per lei un vero e proprio calvario alla ricerca di una soluzione che, data l’illegalità dell’aborto in Francia, deve essere per forza clandestino.
Passa dall’incredulità alla negazione, non riesce a definirsi in alcun modo, usa formule ellittiche pur di non usare il termine “incinta”, che le richiama troppo il termine “incidentata”. Non è spaventata, sa che ci sono sempre stati modi a cui le donne ricorrevano per liberarsi di gravidanze indesiderate.
Avevo acquisito vaghe conoscenze sui metodi che venivano utilizzati, il ferro da maglia, il decotto di prezzemolo, le iniezioni di acqua saponata, l’equitazione. Sapevo però che la soluzione migliore – sicuramente molto cara, ma non aveva idea di quanto – consisteva nel trovare uno di quei medici detti «cucchiai d’oro» o una di quelle donne che venivano chiamate con il poetico nome di «fabbricante di angeli».
Però, non ha nessun indizio, nessuna pista, per rintracciare chi la possa aiutare.
Sente la necessità di tenere una rotta, seppur distratta e senza la necessaria concentrazione per poter scrivere la tesi, eppure il «cielo delle idee» le risulta inaccessibile, in lei inizia a serpeggiare il panico per una situazione che le è sfuggita di mano, su cui non ha controllo. E chi legge percepisce il suo dolore ed orrore verso la freddezza ed indifferenza di chi potrebbe darle una mano.
Annie Ernaux sente l’urgenza di raccontare quello che le è accaduto, di ricordare quello che ha passato, di tornare a ritroso nella memoria sulle tracce di quella ragazza, del suo smarrimento: lo sguardo di biasimo dei medici, la condanna morale, il tendenziale lavarsi le mani del ragazzo che l’ha messa incinta, l’urgenza con cui deve provvedere a eliminare quel corpo estraneo, la violenza di quello che subisce.
Ernaux si immerge in questi ricordi dolorosi e ci obbliga a seguirla in questo percorso. Ci fa assistere alla sua spasmodica ricerca di informazioni su chi può aiutarla, il passa parola di chi ci è già passato, l’indirizzo dove andare, la cifra da pagare e tutto questo fatto da sola, nascondendolo alla famiglia, trovandosi a parlare con chi probabilmente non la capisce e la giudica ma è l’unica ancora di salvezza in una solitudine che la affonda.
E così facendo ci consegna una storia che non è solo sua: quante sono state le ragazze che hanno dovuto affrontare la stessa esperienza? La gogna se si veniva a sapere, lo stigma sociale per un argomento che, ancora oggi, si può solo sussurrare, perché – inutile giraci intorno – ancora oggi l’aborto è un enorme tabù. E lo fa alla sua maniera, con lo scavo interiore, ma anche con l’ancoraggio a tanti piccoli particolari, le frasi appuntate sull’agenda, l’assassinio di Kennedy che la lascia completamente indifferente, visto cosa sta passando, il motivo della carta da parati, la disposizione della spazzola nella stanza dove avviene l’intervento, l’immagine così anonima della mammana.
Si sofferma a paragonare queste donne, spesso infermiere, che per soldi, provvedevano ad eseguire interventi rischiosi per le giovani che si sottoponevano agli scafisti. In entrambi i casi non è forse maggiore la responsabilità di uno stato che si gira dall’altra parte, non riconosce l’urgenza e l’ineluttabilità del problema, rispetto a quella individuale che, sì lucra sulle tragedie altrui, ma in fondo cerca anche di dare una mano?
Gli scafisti esigono somme esorbitanti e talvolta scompaiono durante la traversata. Ma niente ferma i kosovari, né tutti gli altri migranti dei Paesi poveri: è la loro unica strada verso la salvezza. Si perseguitano gli scafisti, si deplora la loro esistenza come trent’anni da quella delle mammane. Non si mettono in discussione né le leggi né l’ordine mondiale che ne determinano l’esistenza.
E il lettore è accompagnato passo passo, prima nella sua ricerca, poi nella visita alla signora P.-R., nell’intervento maldestro, poi nei giorni successivi, nell’attesa spasmodica di un evento che non accade, che non si perfeziona, fino al momento clou, reale, violento dell’aborto.
In Giappone gli embrioni abortiti sono chiamati «mizuko», i bambini dell’acqua.
E la seguiamo anche nel ricovero all’ospedale, nell’emorragia che segue all’evento.
Ogni volta che ho pensato al momento in cui abortisco nei bagni mi sono venuti sempre i medesimi paragoni, lo zampillo esplosivo di un obice o di una granata, il tappo di una botte che salta.
La sgradevolezza e lo sgarbo del personale medico, la sottile violenza imposta e il giudizio inesorabile verso la sua scelta.
Annie Ernaux, come ci ha abituato nei suoi testi, non risparmia immagini vivide e violente, e trasforma la sua esperienza personale, il suo smarrimento, la sua paura, il suo dolore, in un’immagine universale, in cui ogni donna può rispecchiarsi e ritrovare brandelli di sé. Un’esperienza vissuta attraverso il corpo, ma elaborata attraverso la scrittura, il modo in cui i suoi pensieri e le sue sensazioni diventano qualcosa di intellegibile e necessario.
Come sempre, a nome di tutte le donne, grazie Annie.
L’evento di Annie Ernaux [L’èvénement 2000] – L’Orma editore (2022) – traduzione di Lorenzo Flabbi – pag. 113

