Mitologie Familiari

“Quel che so di te” di Nadia Terranova è una storia intima e coinvolgente.

Nadia Terranova parte da una storia familiare – un ricordo sbiadito della sua bisnonna -, per raccontare l’importanza delle radici, dei legami, dei nodi che sostengono e a volte strozzano ciascuno di noi. E lo fa con un immagine bellissima ed estremamente significativa della “Mitologia Familiare”, quelle storie che ogni famiglia ha, legate ad un particolare episodio o a fatti, che, con il trascorrere del tempo, sono spesso diventate dei veri e propri miti, raccontati e trasmessi di generazione in generazione.

La sua è una vera e propria indagine emozionale ma anche reale, che parte dall’immagine di Venera, la sua bisnonna, che le appare in sogno, come in un desiderio inconscio che la vita di questa ava venga finalmente rimessa nella giusta prospettiva.

La incontro spesso in sogno, la mia bisnonna: una donna minuta e silenziosa sulla soglia di un manicomio che sarebbe diventato un esilio.

Una storia tramandata che racconta di un matrimonio tardivo con il Granatiere – andato nelle Americhe a cercare fortuna (o forse per evitare la leva obbligatoria) e poi divenuto proprietario di un negozio di bastoni a Messina – , madre di tre figlie, anzi, no, solo due, perché la terza, Giovanna, fa parte proprio di quella “Mitologia Familiare”, che ne ha tramandato la tragica morte, quando era ancora nella pancia materna, in una giornata lieta, mentre la madre e le sorelle erano ad assistere al circo e causa successivamente dell’internamento nell’ospedale della città.

E la storia del Mandalari, l’ospedale di Messina nato per volontà dello psichiatra Lorenzo Mandalari, diventa centrale e inevitabilmente intrecciato con quella di Venera.

È la maternità dell’autrice a spingerla a scrivere e soprattutto ad indagare su questa sua ava, come se la nascita di una nuova generazione aprisse la necessità di rimettere tutto nella giusta prospettiva, di mettere in ordine quello che al momento appare slegato, senza senso o semplicemente oscuro. E forse anche per una paura atavica di essere portatrice di geni di follia.

Deve restare segreta, solo nostra. Cosa t’importa delle date, delle prove? Bisogna fidarsi di ciò che è stato detto, le storie di famiglia sono formule magiche trasmesse alle prescelte la sera di Natale, si raccontano una volta e non si contraddicono più – chi sei tu per metterle in discussione? La storia di Venera è una fiaba, si invera per ripetizione, nell’oralità. Come puoi scrivere di lei, sul serio ti reputi all’altezza?

E per ostinazione o casualità la storia fumosa e inevitabilmente sfilacciata prende concretezza nel rintracciare gli atti dell’internamento di Venera, che portano a dubitare di tutto quello che la Mitologia Familiare ha tramandato: il ricovero è durato solo undici giorni, in un periodo diverso da quello creduto, l’anamnesi dice cose differenti rispetto a quanto la tradizione familiare ha riportato. E allora cosa è successo davvero alla donna? Quali conseguenze ci sono state per lei? E cosa le accaduto dopo?

Il circo, il sangue, la confusione del granatiere sono gli ingredienti di una storia perfetta per giustificare l’internamento di Venera e difendere tutti noi dal contagio della sua pazzia, per evitare di farci portare il peso di un’eredità non richiesta. Siamo sani, ci rassicura la Mitologia, nessuna malattia strutturale, endogena. Venera è impazzita per un fatto preciso, la pazzia si estinguerà con lei. La Mitologia è accecata dal bisogno di spiegare l’inspiegabile, di appigliarsi alla catena di cause ed effetti: il mutismo di Venera deriva dal manicomio, il manicomio dall’aborto. Ma non c’è una ragione per tutto, il corpo e la mente sono fallibili, possiamo cadere e basta. Non servono storie su misura.

In “Quel che so di te”, è centrale la figura sfuggente e misteriosa di Venera, che poco di sé ha lasciato se non evanescenti teorie, ma che è sicuramente simbolo di quelle “devianze”legate alla condizione femminile. Spesso rinchiuse dalla famiglia in ospedali psichiatrici, per coprire atteggiamenti o comportamenti considerati non conformi. Se si analizzano i “problemi psichiatrici” delle donne, si scopre che molti nascano dal controllo maschile. Basta pensare all’isteria, “malattia” femminile per eccellenza, ipotizzata da Ippocrate e diagnosticata per più di ventiquattro secoli, che solo nel 1980 è scomparsa dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). Malattia inventata dagli uomini che poi non sono stati in grado di spiegarne in modo scientifico i confini.

In un continuo alternarsi di presente e passato, di ricordi e momenti vissuti, Nadia Terranova ci parla di maternità, di legami e di catene. Ed entrando in punta di piedi nel mistero della maternità, in quella fusione tra corpo della madre e figlia e quel necessario riassetto dopo il distacco da chi è stato parte di te per nove mesi. Uno di quegli incommensurabili misteri della vita, un luogo fatto di sogni, premonizioni, desideri, paure, una zona dove tutto si confonde e si fonda, dove memorie familiari e suggestioni tornano a galla per dare spazio alla vita che nasce.

Un libro profondo e denso, onirico e concreto, dove sogni, premonizioni, storie familiari sono contrapposte ad indagini fondate su dati concreti, trovati in archivio.

Quel che so di te di Nadia Terranova – Guanda editore – pag. 261

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