Con Saramago in Portogallo

Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messe verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già fatti per ripeterli, per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

Parto dalla fine, dall’ultima annotazione fatta da Josè Saramago ne il suo “Viaggio in Portogallo”, per parlare di questa sorta di diario di bordo scritto dal premio Nobel per la letteratura, come omaggio affettuoso e a tratti critico della sua terra natia.

Sono stata una settimana in Portogallo, nel nord del paese. Porto, Aveiro, Braga, Guimaraes, Amarante, valle del Douro, sono state le mie tappe e cercavo, come faccio sempre ultimamente prima di partire per una nuova destinazione, un libro che parlasse del paese che andavo a visitare e, possibilmente, scritto da un autore originario di quel paese. E “Viaggio in Portogallo” mi è parso subito assolutamente adatto: il libro che stavo cercando.

Un libro in cui Saramago percorre da nord a a sud l’intero Portogallo, andando a zonzo, a caccia di tesori nascosti, di perle architettoniche o dal valore storico, di luoghi ameni, lontano dalle località di massimo richiamo turistico. Raccontando nel frattempo un po’ della storia del paese, le sue particolarità architettoniche, le commistioni di stili, ma anche gli incontri fatti, i volti delle persone, le gentilezze ricevute, i piatti assaggiati.

Ci si perde in queste pagine, anche se, a tratti, devo ammettere, insorge anche un pizzico di noia, quando i paesi si susseguono, uno dopo l’altro, e le chiese paiono tutte la stessa, e la nebbia che avvolge un panorama pare avvolgere anche noi, cupa e monotona.

Se si pensa però a che cosa significa viaggiare (non fare turismo, non andare dall’altra parte del mondo solo per dire che “sono stato a”, in un villaggio “all inclusive”, che non fa mettere neanche il naso fuori e non regala nessuna esperienza autentica), ci si rende conto che viaggiare è perdersi: è girovagare a volte senza meta, imbattersi per caso in una piazza, in una chiesa, in un angolo, che nessuna guida ha inserito e cogliervi la bellezza o l’essenza del luogo che stiamo visitando.

La felicità, che il lettore lo sappia, ha molte facce. Viaggiare probabilmente è una di queste. Affidi i fiori a chi sappia badarvi, e incominci. O ricominci. Nessun viaggio è definitivo.

E sarà che anch’io, come Saramago, senza nessuna pretesa o presunzione, ho un diario di ogni viaggio – in cui annoto quello che ho visto, cosa ho mangiato o i fatti che mi paiono più significativi, le curiosità che ho scoperto di un luogo e soprattutto le sensazioni che mi ha suscitato: un modo per tenere vivo il ricordo, riassaporarlo, riviverlo, riportando alla memoria quello che altrimenti svanirebbe –, mi sono ritrovata in queste pagine.

Ho rivisto lo stupore per un’intuizione, il piacere di una scoperta, la curiosità saziata per il racconto di una storia.

“Viaggio in Portogallo” è una sorta di guida turistica letteraria, che attraverso l’arte, l’architettura, la storia, diventa anche viaggio dell’anima dello scrittore.

Il viaggio inizia lungo la frontiera spagnola nei pressi di Miranda do Douro e termina nel profondo sud dell’Algarve, luogo preso d’assalto dai turisti, desiderosi di mare, come formiche sul miele. Tocca non solo le mete più conosciute (Porto, Sintra, Coimbra, Braga, Faro) ma anche tanti luoghi sconosciuti, chiese e conventi di sperduti villaggi, gli annessi musei, palazzi, fortezze, conventi e i paesaggi nei quali questi sono immersi; lambisce Lisbona, solo evocata, e fa assaporare al lettore il sapore di questa bellissima terra.

Più volte, Saramago – o meglio “il viaggiatore”, come si cita – si intestardisce a trovare coloro che detengono le chiavi per aprire un monastero o una chiesa, ostinatamente serrata, che nasconde invece grandi bellezze. E così facendo incontra persone, e scopre storie, aneddoti, che da grande affabulatore qual è diventano suggestioni, come il fantasma Jose Junior (lo scemo del villaggio, rievocato in uno sperduto villaggio nelle Beiras), o la casa della Bella Addormentata (che intravede nel giardino di un palazzo rinascimentale al calar della sera), e mischia antiche leggende e fatti storici realmente accaduti come in grandi e tragiche storie d’amore fra dinastie reali avverse, dando sapore e colore al suo reportage.

Saramago spesso colma con la fantasia la sua guida che non riesce a soddisfare pienamente la sue sete di conoscenza: immagina la storia nascosta dietro ad una tomba o Amleto in un castello adatto a rappresentare la tragedia shakespeariana. Si arrabbia quando trova una chiesa o un monastero abbandonato all’incuria, lasciato andare tra l’incuranza e la disattenzione di chi dovrebbe occuparsene.

E tra le righe si riannoda tutta la storia del Portogallo: dai primi abitanti della regione, i Lusitani alle conquiste dei Romani; fino all’invasione dei Visigoti e poi dei Mori; la nascita del regno di Portogallo nel 1128; il massimo splendore dei secoli XV e XVI, in cui grandi navigatori Bartolomeo Diaz (che doppiò il Capo di Buona Speranza) e Vasco da Gama (che arrivò in India) aprirono nuove rotte commerciali, la scoperta del Brasile, conquiste e viaggi che tanta influenza ebbero anche nella storia dell’arte locale; l’annessione alla Spagna nel periodo tra il 1580 e il 1640, la riconquista del trono ad opera della dinastia dei Braganza, il devastante terremoto del 1755, che rase completamente al suolo Lisbona; fino alle invasioni napoleoniche, l’indipendenza del Brasile, la caduta della monarchia e la lunga dittatura di destra guidata da António de Oliveira Salazar, durata fino al 1974 e rovesciata grazie un pacifico colpo di stato militare, la così detta Rivoluzione dei Garofani, che ha restituito la democrazia al paese.

E alla fine, oltre all’apprezzamento per questo viaggio letterario e geografico, per aver meglio capito cosa sia lo stile Manuelino e la “talha dourada”, gli azulejos, e le commistioni di stili, influenzate da altre culture ma rielaborate e riprodotte in modo originale, devo ringraziare Saramago per avermi fatta visitare due delle chiese più belle di Porto: la Chiesa di San Francesco e quella di Santa Clara. Probabilmente senza questa guida d’eccellenza, me le sarei perse e sarebbe stato un vero peccato!

Viaggio in Portogallo di o [Viagem a Portugal 1981] Universale Economica Feltrinelli (2025) – traduzione di Rita Desti – pag. 457

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