Dopo aver assistito alla presentazione tenuta a Sarzana di Donato Carrisi, complice anche la grande curiosità che mi aveva istillato mio marito – che, letto, il romanzo appena uscito, me ne aveva parlato –, mi sono decisa a leggere “La bugia dell’orchidea”. Di questo romanzo, tra l’altro, se ne è parlato, e tanto, perché ha un finale che lascia davvero a bocca aperta.
Carrisi è un autore che conosco e apprezzo (ho letto il ciclo di Marcus), ma non sono né una appassionata cultrice né una fan sfegatata.
Veniamo alla storia. “La bugia dell’orchidea” è un libro nel libro; lo si capisce subito, basta togliere la sovracopertina che riporta un altro titolo e un’altra autrice: “Labia Sericea”, di Victoria Anthon. Titolo e fiore, scelti non a caso…
Ed è proprio Victoria la voce narrante, una scrittrice misteriosa, che non si è mai mostrata, che cambia casa e luogo in continuazione. Misantropa, solitaria e paranoica, oltre che abitudinaria.
Qualcosa di inaspettato ed imprevedibile scompagina la sua routine: l’arrivo, via posta, di un vecchio ritaglio di giornale. Un articolo scritto da un giornalista e legato ad un efferato omicidio perpetrato da un padre ai danni della moglie e dei tre figli in un vecchio casale rosso in mezzo alle colture di mais. La prima reazione della donna è la fuga. Poi però la curiosità di scoprire chi gliel’ha mandato e soprattutto alcuni particolari incongrui, a suo parere, nella foto che ritrae la famiglia e che accompagna l’articolo, la fanno optare per andare nel luogo della strage e cercare di capirci qualcosa di più.
Da scrittrice, sono sempre stata brava ad accorgermi di ciò che gli altri non riescono a vedere. Le storie dei romanzi non nascono mai da spunti complessi, ma sempre da un dettaglio. Un particolare che ti si infila nella testa e, come una scheggia nella pelle, dopo un po’ inizia a suppurare e a farti male, catturando la tua attenzione. La creatività per me è proprio questo. Un processo che incomincia sempre con una minuscola ferita, un graffio fra i pensieri, accompagnato da un lieve a doloroso prurito che ti costringe a guardare proprio dove non stai guardando.
Il paese è inospitale, gli abitanti scorbutici, e l’unica presenza amica il giornalista, che addirittura la ospita a casa sua e che si fa in quattro per aiutarla nelle indagini. Indagini che paiono senza senso: l’uomo ha ammesso di aver ucciso i figli e la moglie, una telecamera messa ai margini del casale non ha ripreso nulla, e nessun elemento nuovo può spiegare una diversa ricostruzione dei fatti. Eppure qualcosa non torna. Per Victoria, l’idea che l’assassinio sia frutto di un raptus ha poco senso.
Il famoso «raptus», di cui lo stesso Alfredo scriveva nell’articolo che mi era arrivato in forma anonima, era stato preceduto da una progressione di eventi, a volte casuali e a volte causati.
Come succede di frequente coi fatti di sangue di particolare gravità, è sbagliato ridurli a un unico accadimento. Spesso sono il prodotto di una serie di concause, concatenate fra loro e distribuite in un lasso di tempo più o meno ampio. Così si creano le condizioni che generano la violenza finale.
E troppi sono i misteri che si accavallano, gli enigmi senza spiegazione, oltre alla sensazione che qualcosa di malvagio si nasconda in quel paese e in quella campagna.

Donato Carrisi è bravissimo a costruire un romanzo enigmatico ed affascinante, a seminare dubbi nel lettore, ad insinuare una leggera e persistente ansia, a diffondere un sottotesto da film horror, sensazioni, presenze, piccoli indizi.
Eppure alla fine la mia sensazione e il mio giudizio su questo libro è che Carrisi si sia divertito, e non poco, a prendere in giro il lettore, a dire “vedi come sono bravo a condurti dove voglio!”.
Personalmente preferisco i thriller o le storie che hanno una fine razionale, una spiegazione logica, e in questo finale mi è parso di trovare più l’autocompiacimento dell’autore e forse la sottile argomentazione che una buona storia e un buon narratore possono portarti dove vogliono, anche al di là del ragionevole, che non un thriller davvero inaspettato e sconvolgente.
La bugia dell’orchidea di Donato Carrisi – Longanesi (2025) pag. 397

