Amo le storie di Lorenza Gentile, il suo modo di scrivere di donne un po’ allo sbando, che per caso, necessità o casualità, si trovano a riprendere in mano la propria vita e ricominciare a vedere il mondo con altri occhi, finalmente più consapevoli e centrate e, soprattutto, più in pace con se stesse e con il mondo.
Non fa eccezione la sua ultima fatica, oltretutto vincitrice del premio Bancarella, “La volta giusta”.
Lucilla è una trentenne dalle idee confuse, una sorta di Zelig, che per essere accettata prende le movenze, gli interessi, il modus vivendi dell’uomo che ha accanto. È stata l’assistente (o meglio la segretaria-balia) di Beniamino, campione di kitesurf, sempre in giro per il mondo, scompigliata e sportiva; la segretaria del mobilificio di proprietà di Matteo, con la gonna al ginocchio e la piega perfetta, la villetta a schiera, tutto programmato e tutto predisposto; la compagna di Pierre il nobile che vive la vita come “un menu a la carte”, in un mondo decadente e affascinante, fatto di feste, pranzi, gite, cacce, indossando abiti pregiati ma non perfetti; infine con Enrico ha deciso di compilare la richiesta per un bando regionale per gestire una locanda in un minuscolo paesino di montagna.
Ogni volta la stessa vocina le dice che è la “volta giusta”, che l’uomo che ha accanto è “quello giusto”, e nonostante la voragine che ha dentro, cerca di adattarsi. Ogni volta cambia vita, abitudini, stile di abbigliamento, nella speranza di trovare il posto per lei. Di scacciare il senso di perdita, di coprire il trauma irrisolto dell’abbandono.
Lucilla, in realtà, non sa nemmeno cosa vuole dalla vita, non se l’è mai chiesto. E quel trasferimento in montagna, in una locanda che deve diventare piccolo spaccio per i locali, ristorante e anche albergo, potrebbe essere davvero la svolta che sta cercando. Peccato che Enrico, dopo averle assicurato di arrivare presto, si è dissolto, lasciandola sola in un luogo decadente, dove ci sono tantissimi lavori, anche pesanti, da fare, e soprattutto quando il bando regionale parla chiaro: le persone coinvolte nel progetto devono essere due, e lei è sola.
La tentazione iniziale è quella di darsela a gambe: cosa ci fa lei lassù, in quel paese dove il cellulare prende solo in certi punti, dove occorrono capacità che lei non ha? Ma l’accoglienza ricevuta, il calore di chi l’ha accolta, senza giudicarla, la speranza di ripopolare il paese, di ricreare le condizioni giuste per riportare i turisti, e soprattutto le persone che sta imparando a conoscere: il brusco Eliseo, la maestra apicoltrice Valentina, la gentile Nives e l’enigmatico Libero, di nome e di fatto, la portano a rimandare di giorno in giorno la partenza.
Penso a questa comunità. Penso al borgo, alle mie speranze di diventarne parte. Costruire qualcosa. Invertire la rotta rispetto al mondo. Ritornare a dare valore allo scambio, alle cose più semplici: coltivare un orto, accogliere qualcuno, vendere il formaggio (e vabbè, anche il bruss se proprio ci tengono!). Guardare il mondo dall’alto. Come in un castello. Ce l’avevo quasi fatta. Nel senso che avevo fatto il primo passo, che poi sarebbe quello fondamentale.
“La volta giusta” è un altro libro sulle possibilità, sulla scoperta di se’, perché solo quando scopri chi sei e cosa vuoi, puoi costruire qualcosa e soprattutto trovare un equilibrio.
Lorenza Gentile riesce sempre a far filtrare nelle sue storie la luce, perché è dalle crepe che un raggio di sole può entrare ad illuminare e a ridare speranza. Nei suoi libri riesce a raccontare con leggerezza e lievità la necessità di cambiamento e il travaglio dell’animo che si pone le grandi domande dell’esistenza: “qual è il mio scopo? perché non riesco a trovare il mio posto nel mondo? ed esisterà quel posto?” Il tutto però con ironia, senza appesantire o banalizzare.
Per Lucilla, la rinascita parte dal capire che deve avere il coraggio di scegliere per sé, non per compiacere chi ha accanto, ma solo per trovare se stessa. E per farlo è necessario anche imparare a stare da sola, ad ascoltare il silenzio e, per fare ciò, cosa c’è di meglio che la montagna?

“Stare soli non è poi così male,” ammetto. “Hai ragione tu.” È così. È proprio così. Almeno non si è costretti a adattarsi, cambiare, interpretare, lasciar correre, dipendere, abbozzare, discutere. Ci risparmiamo un sacco di verbi. E non si rischia niente. Io non voglio più rischiare. Voglio soltanto stare in pace. E che cos’è la pace se non essere chi siamo senza per questo doverci vergognare o dover chiedere scusa a qualcun altro?
Scusa Enrico se sono un’entusiasta, se mi appassiono ai sogni, se credo nelle cose o nelle persone, se faccio battute che a volte non fanno ridere. Se vedo il mondo a modo io. Scusa tanto.
Un luogo e una comunità che incarnano un’umanità semplice ma profonda, fatta di silenzi condivisi, piccoli gesti e tanta tanta solidarietà.
Mi domandano quando riaprirò anche la parte del bar ristorante, se anch’io cucinerò i sügeli. Assicuro a tutti che sarà pronta per Natale, mentre dentro di me mi sento un puzzle di mille pezzi impossibile da ricomporre. Non sono una cuoca, non sono una barista, non sono un’albergatrice…
Potrei scrivere una lista lunga un metro delle cose che non sono ma infondo, mi dico, che importa? Qualcosa sarò pure e questo potrebbe essere il posto giusto per scoprirlo. (Se non altro, ci sono talmente tante cose da fare che per forza scoprirò si saperne fare qualcuna.)
E dopo le storie di Olivia e la sua fuga-ricerca a Parigi, di Gea, consapevole che ogni oggetto ha un’anima, e di Selene, in cerca di ristoro nella sua amata Puglia, dopo l’ennesima fallimentare impresa, Lorenza Gentile ci regala la storia di Lucilla, la trasformista, che ha bisogno di mettere radici e credere in quello che fa, partendo solo da se stessa.
La volta giusta di Lorenza Gentile – Feltrinelli (2025) – pag. 310

