Catherine Dunne in “Una buona madre” intreccia più storie e più voci femminili, come un colorato patchwork di diverse stoffe. Le racconta in diversi momenti delle loro esistenze, con un movimento temporale che, almeno all’inizio della lettura, può creare spaesamento. Mano a mano però che la storia procede, i fili si intrecciano, si vedono i legami sottesi, e alla fine si ha davanti una serie di figure femminili che hanno dovuto lottare per trovare un loro posto nel mondo. Generazioni accomunate da una comune “vergogna” (l’essere rimaste incinte al di fuori del matrimonio), che ha avuto esisti diversi per ciascuna di loro. Perché quello che l’autrice irlandese pone al centro di questo romanzo è proprio una realtà fatta di mentalità retrograda, ottusità, una forma mentis bigotta, che ha avuto come conseguenza abusi, violenza fisica e psicologica per migliaia di ragazze.
Fa parte della recente storia dell’Irlanda, la scoperta di un’agghiacciante serie di violazioni dei diritti umani ai danni di donne e bambini.
A seguito del ritrovamento, nel giugno 2014, di una fossa comune contenente i resti di neonati e di bambini a Tuam, nella contea di Galway, nel terreno su cui era stata costruita una delle case per madri nubili e i loro figli, lo stato irlandese ha istituito una Commissione d’inchiesta per indagare il fenomeno. È emerso che in queste strutture, dirette da ordini religiosi e finanziate dallo stato (la prima aperta nel 1922, e l’ultima chiusa solo nel 1996), venivano “ricoverate” le “madri non sposate” affinché dessero alla luce i loro figli. Venivano chiamate “Magdalene Laundries”, lavanderie dei conventi dove venivano rinchiuse e letteralmente fatte sparire le giovani ragazze madri, per evitare che infangassero il buon nome della famiglia con un figlio fuori dal matrimonio. Erano luoghi dove portavano a termine la gravidanza e i bambini nati venivano spesso sottratti alle madri e dati in adozione, generando traumi immensi, che cominciano ad emergere soltanto ora. Molte di queste ragazze non ne sono più uscite, alcune sono sopravvissute e oggi sono testimoni di una dolorosa pagina di storia.
Nella cattolica Irlanda, l’aborto è stato illegale fino al 2018, e le famiglie preferivano rinnegare le figlie e annullare la loro esistenza e quella dei loro nipoti, anziché affrontare lo scandalo e lo stigma sociale che poteva procurare avere un figlio nato fuori dal matrimonio.
“Una buona madre” racconta proprio la storia di alcune ragazze che, rimaste incinte, vengono internate dalle famiglie in strutture gestite da suore.
Attraverso la storia di Eileen, Maeve, Joanie – accomunate dalla stessa tragica esperienza -, ma anche quella di Tess e sua madre Betty, Catherine Dunne traccia un quadro desolante su come il paese ha gestito un fenomeno che ha riguardato oltre diecimila donne, internate nelle “Magdalene Laundries”, costrette a subire condizioni di vita al limite della schiavitù.
La cosa che colpisce in questa storia di grande sofferenza è, però, l’immenso amore che ognuna di queste donne ha avuto per il proprio figlio. Un bambino nato da un rapporto frainteso, da una svista, da un errore, a volte frutto addirittura di violenza, eppure sempre amato e desiderato. E nonostante questo però sottratto dalle braccia della madre, tolto con l’inganno, a volte addirittura strappato, perché essere rimasta incinta fuori dal matrimonio rende immediatamente indegna una donna. La rende incapace di essere una buona madre.
Ha pianto quando mi ha raccontato cosa le avevano detto i suoi: che non sarebbe mai stata una buona madre. Che non avrebbe mai potuto dargli una vera famiglia. Che aveva peccato e quello era il suo castigo. Quando non aveva più avuto la forza di opporsi aveva ceduto.
Ed ecco il titolo, nell’originale ancora più incisivo “A Good Enough Mother”, con quell’aggiunta di “abbastanza” buona, perché ogni madre sa quanto è difficile il compito che l’aspetta, quanto è in salita la strada da percorrere per crescere, allevare, educare, istruire e far volare un figlio. E sa quanto è facile, sbagliare, non essere abbastanza, e sentirsi colpevole per ogni errore, per ogni mancanza, per ogni inciampo che il figlio commette.
«Voglio che tu sia felice» gli ho detto. « È quello che vuole ogni madre. Che i suoi figli siano felici.»
Forse “Una buona madre”non è il libro che ho preferito di Catherine Dunne, autrice di cui ho l’intera bibliografia e che apprezzo molto per il modo in cui affronta i temi legati al femminismo, al ruolo della donna e alla difficoltà di crearsi un posto nel mondo in un paese come l’Irlanda; ho però apprezzato molto che abbia affrontato un tema così delicato e così poco conosciuto. Le donne che racconta sono piene di forza e di amore. E una, in particolare, mi è rimasta nel cuore: Betty, madre di sei figli, che ripercorre la sua vita, le scelte fatte, le rinunce, i sacrifici, con la consapevolezza che se non avesse incontrato Jack, che l’ha sposata, lei avrebbe potuto essere una delle tante ragazze madri a cui l’Irlanda ha rifiutato aiuto.
Una buona madre di Catherine Dunne [A good enough mother 2022] – Tea (2024) – traduzione di Ada Arduini – pag. 349

