Può un “fottuto maschio bianco” scrivere un libro sull’aborto? Può provare ad indagare su quel periodo storico antecedente l’approvazione della legge 194 del 1978? E se decide di farlo, qual è il modo giusto in cui affrontare un tema così delicato?
Per parlare de “Le interruzioni. Romanzo provvisorio su mia madre” di Simone Lisi si potrebbe partire proprio da queste domande.
Simone Lisi in un testo che racchiude in sé svariate anime e sfaccettature: romanzo, meta-romanzo, a metà tra la biografia e la fiction, cerca di rispondervi, e lo fa con un tono volutamente ironico e a tratti addirittura scanzonato.
Il protagonista Valerio lavora in una libreria, ma la sua aspirazione è scrivere. Ha pubblicato un libro sul padre, che non ha avuto il successo sperato, e ha inviato un giallo metafisico ambientato in Grecia, ad un agente letterario che gliel’ha bocciato senza appello. Quando la madre, con tono casuale, gli rivela che avrebbe potuto essere non figlio unico ma il quinto fratello, la storia romanzata delle interruzioni di gravidanza della madre, comincia a prendere forma dentro di lui.
«Ma lo sai, Valerio, che a quest’ora potevi essere il quinto dei miei figli? Chissà di cosa avremmo discusso a questi pranzi. Chissà chi se la sarebbe presa, questa casa. Forse vivremmo ancora qui tutti insieme? Anche con tuo padre!»
Potrebbe essere l’incipit di un dramma familiare, fatto di recriminazioni e traumi, ma la penna dell’autore fiorentino vira invece in una sorta di commedia dove il protagonista si dibatte in mezzo a varie figure femminili: la madre, la compagna Carla, l’amica storica Serpotta e una serie di uomini, uno più assurdo dell’altro (lo psicanalista più interessato alla barca a vela che ai problemi dei pazienti, il meccanico filosofo, il padre presenza ectoplasmatica), e il pathos dell’argomento si stempra in flash, in cui l’aborto rimane marginale, nonostante il protagonista decida di ripercorrere le tappe abortive della madre, partendo con lei per Londra, poi per San Casciano Val di Pesa, in via dei Benci e infine a Fiesole.
È come se Lisi preferisse usare un tono volutamente leggero per affrontare un argomento che di leggero non ha nulla.
Perché prima dell’approvazione della legge, gli aborti clandestini erano la regola e le donne che sui tavoli delle mammane ci lasciavano la pelle o per lo meno rischiavano brutto erano davvero tante, troppe. Giovani e giovanissime, ma anche donne già sposate che non se la sentivano di affrontare l’ennesima gravidanza o di avere un’altra bocca da sfamare, che dovevano arrangiarsi come potevano, ingurgitando strane misture di erbe (decotti di ruta e prezzemolo, piante potenzialmente tossiche), o facendosi bucare la placenta con una sorta di ferri da calza – in situazioni dove l’igiene era a dir poco un optional e il rischio fisico, sanitario e mentale enorme -, e spesso finiva in tragedia con donne che morivano dissanguate o avvelenate. Solo chi poteva permetterselo, si rivolgeva ad un medico che procurava aborti clandestini in cliniche private, e che prendeva il nome di “cucchiaio d’oro” per il prezzo enorme che veniva pagato. A questo bisogna aggiungere il rischio della denuncia: l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano, che lo puniva con la reclusione da due a cinque anni, sia per l’esecutore dell’aborto sia per la donna. Fu grazie alle lotte del Partito Radicale, alle autodenunce fatte da molti dei suoi esponenti di punta (Adele Faccio, Emma Bonino, Marco Pannella tra gli altri), che la legge fu approvata e il successivo referendum di modifica bocciato.

Lisi accenna qua e là a questi temi, ma pare glissare, mettere una sorta di pudore, nonostante il protagonista sembri piuttosto indifferente alla sofferenza o alle conseguenze psicologiche che la madre ha dovuto affrontare. E quando lo fa sono le voci femminili a tirargli le orecchie e riportarlo in carreggiata.
«Senti cuore, ma te un’idea sull’aborto te la sei fatta? Hai una qualche posizione? E ancora: ma te hai capito cosa significa per una donna abortire? E poi, e qui la smetto tanto ho già visto che vuoi fare di testa tua, ma tu hai capito come funzionava l’aborto in Italia? E come funziona oggi? Ti interessano queste cose o stati facendo tutto per finta, tanto per cazzeggiare la mattina quando non lavori?»
E alla fine il protagonista che appare sgradevole, a tratti cinico, più interessato alla storia da scrivere potenzialmente deflagrante e che funziona, ritrova un dialogo, una connessione e forse una comprensione più profonda con la madre e con il suo dolore. Perché quella sorta di viaggio sulle tracce dei fratelli mai nati, gli ha fatto riscoprire il valore del tempo trascorso insieme a lei e il mondo che nasconde dentro.
Però Valerio ha ragione. Quando è successo, penso tenendomi aggrappata alla schiena di mio figlio, che sono diventata vecchia? Come è stato possibile? In quale momento? Ma il presente, come sempre, fa sì che io lasci andare quel pensiero. Come sempre accade con qualsiasi pensiero. Intorno a noi scorre la campagna toscana riarsa e prosciugata e io per un attimo mi osservo come dall’esterno e là, su quel motorino, mi sento al contempo tristissima e felice.
E alternando più voci e più punti di vista, Lisi mette in scena un’opera che, dato l’argomento, uno si aspetterebbe più drammatica e che proprio per il tono brillante, a tratti spiazza, ma che raggiunge però un risultato non da poco: far riflettere e tornare a parlare di un tema che sembra sempre più ininfluente, non necessario, con quell’arroganza del momento, secondo cui i diritti acquisti non possano essere di nuovo messi in discussione. E proprio per questo l’autore a termine del libro inserisce una nota finale:
«In anni in cui la legge viene di nuovo sistematicamente messa in discussione, ostacolata, o si cerca di fare a livello costituzionale dei passi indietro scellerati, la mia posizione di individuo e di scrittore è univoca e senza ombra di dubbio: che la legge sull’aborto sia stata una conquista importantissima, frutto del sacrificio e della lotta di molti uomini e soprattutto di molte donne che hanno pagato con il carcere e con la vita. La lotta non è finita, e ognuno faccia la sua parte».
“Le interruzioni” è la dimostrazione di come si possano affrontare temi importanti con lievità, di come si possa parlare di temi tabù con distacco ed ironia, senza togliere niente all’importanza della questione.
Ho avuto il piacere di presentare questo libro per la Libreria Melville di Massa e dialogare con Simone Lisi sul suo romanzo, in un pomeriggio caldissimo ma molto piacevole.
Le interruzioni. Romanzo provvisorio su mia madre di Simone Lisi effequ – Rondini- pag. 172

