Rocco e i suoi tramezzini

Torna il libreria Antonio Manzini con nove racconti inediti dedicati a Rocco Schiavone, il suo eroe di carta.

La scusa è data da una delle passioni del vicequestore romano, ovverosia i tramezzini. Tramezzini che da buon romano devono essere rigorosamente conservati nel tovagliolo e mai e poi mai incellofanati. E grazie a questo escamotage – e a dei piccoli esergo – a inizio racconto, Manzini ci svela anche le varietà (alcune a mio parere immangiabili) di tramezzini che si possono trovare, e quale ricordo portano con sé per il vicequestore Schiavone.

E nel farlo Manzini, come dice espressamente nella dedica iniziale, rende omaggio al maestro e amico di una vita Andrea Camilleri, che al suo Montalbano aveva dedicato gli “arancini”.

Perché il tramezzino qui funge da volano della memoria, come le madeleine di Proust. E, per questo, i racconti si snodano tra passato e presente, tra Roma e Aosta: tra la città in cui è nato e cresciuto, tra vicoli stretti, botteghe e varia umanità, e la città in cui è stato costretto a trasferirsi, fredda, distaccata, per certi versi ostile per l’indole di Rocco. Un contrasto di colori, sapori, sensazioni che fa emergere ancora di più la personalità e le peculiarità del personaggio.

«… C’è sempre qualcuno che racconta storie. Senza le storie che voi fa’? Nun vale manco la pena de vive, no?…»

E tra le pagine incontriamo tutti i protagonisti delle storie di Manzini: da Fumagalli alla Gambino, da Casella a Scipioni, da Baldi al duo comico per eccellenza di D’Intino e Deruta, senza dimenticare gli amici di una vita, Furio, Brizio e Sebastiano, e la presenza struggente e dolorosa di Marina, che qui appare nell’episodio più toccante e onirico nell’isola di Panarea, prima apparizione delle molte che si susseguiranno nei libri.

Stronzate.

Si elaborano solo lutti elaborabili. Quello di Rocco per Marina non lo era, non lo sarebbe mai stato. L’unico miglioramento che aveva registrato era stato passare dal desiderio di suicidio a quello di lasciarsi spegnere come una candela. Per vigliaccheria, forse, per paura, che poi è una parola neanche tanto lontana. O forse perché chi non si aspetta più nulla dalla vita non attende neanche la morte.

Troviamo Rocco bambino a Trastevere, con accanto gli amici con cui è cresciuto e condiviso gioie e dolori, già pronto a darsi da fare per annullare un sopruso; Rocco ad Aosta con la sua squadra di agenti e gli altri collaboratori della Questura, che volente o nolente sono diventati la sua nuova famiglia, alle prese con un caso contorto, archiviato senza spiegazioni e riaperto da lui; Rocco alle prese con i racconti, reali o immaginari, chissà, di Peter, un tedesco trapiantato a Roma; Rocco in un sogno più reale del reale; Rocco bambino alle prese con le poesie che la maestra, piena di enfasi per l’eroismo e la guerra, vuole imparino a memoria, ma di cui lui coglierà tutta l’amarezza e il dolore.

«Ma a voi che vi deve interessare? A chiedere se una storia è vera oppure no? Che ci guadagnate? È una storia, figli belli, una storia come ce ne sono tante, fatta di persone, fantasmi, bucie e cose vere. Non lo sappiamo dove stanno le storie, sono come le nuvole, pure peggio perché quelle almeno le vediamo. Stanno nell’aria… dentro le pareti, nei palazzi, in mezzo alla strada incastrate magari a ‘sti piselloni di marmo che nun fanno parcheggia’. Ve chiedete se Peter se chiamava Peter o Wilfred o Hans. La storia che raccontava v’è piaciuta?» Li guardò. «V’ha fatto sogna’? Ride? Piagne? V’ha fatto spavento, v’ha messo er nervoso? V’ha fatto pensa’?». Si avvicinò ai ragazzi. «V’ha fatto pensa’?» ripeté abbassando il volume della voce ma scandendo meglio le parole. «A quello servono le storie […]»

Racconto dopo racconto emerge lo spirito del vicequestore. Perché in ognuno di questi racconti c’è l’anima di Rocco, il perché sia così. Il suo disincanto, la sua intelligenza, il suo acume, il suo intuito. Il sarcasmo con cui cela un’anima vulnerabile, la sete di giustizia, spesso lontano da quella delle aule giudiziarie, il senso dell’amicizia che travalica distanza e scelte professionali, l’amore profondissimo per la moglie che in lui si fonde al senso di colpa per quello che è accaduto. Frammenti di vita che hanno plasmato l’uomo, trasformando quel ragazzino pieno di ideali e privato troppo presto dal padre, in un poliziotto fuori dalle righe, recalcitrante alle regole, ma ligio ad un’ideale di giustizia altissimo. Un uomo che ha toccato il dolore più devastante e, come dice lui, ormai non vive più, ma sopravvive.

Che cosa ci faccio qui ? Tornò a chiedersi. Non c’è riposo, c’è solo spazio, spazio per continuare a piangere. Non c’era riparo, buco dove nascondersi. Il dolore se lo portava con sé come un virus, che nessun medicinale avrebbe vinto. Non esisteva antidoto, né cura. Il tempo? Rocco lo sapeva che il tempo non leniva le ferite se le ferite non erano cicatrizzabili. Continuavano a buttare sangue giorno dopo giorno, nessuna tregua, ogni tanto una piccola pausa ma la pelle che si riformava sullo squarcio era talmente sottile che al primo pulsare del cuore si sarebbe lacerata di nuovo tornando a vomitare sangue.

“I tramezzini di Rocco Schiavone” è un modo per il lettore di conoscere meglio Schiavone. Perché chi lo ama già, troverà aneddoti ed episodi, che non potranno che confermare il suo affetto per quest’uomo pieno di contraddizioni e di umanità. E chi ancora non lo ha incontrato (almeno in forma scritta) potrà farsene un’idea e magari avrà voglia di conoscerlo meglio.

Non smetterò mai di dire che trovo che Antonio Manzini sia uno dei migliori autori che ci siano in Italia al momento. È riuscito a farmi apprezzare anche i racconti, genere che non amo, perché scriverne di belli, richiede un talento e una capacità immensa, occorre condensare in poche pagine il senso di una storia, senza svilirla, senza riassumerla, ma sublimandola, e Manzini ci è riuscito benissimo, con ironia, sguardo tagliente e immancabile malinconia.

I tramezzini di Rocco Schiavone di Antonio Manzini – Sellerio editore Palermo (2026) – pag. 367

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