Quanti romanzi, fumetti e soprattutto film sono nati dall’idea del “What if”, ovvero del “cosa sarebbe successo se”… Se l’eroe non avesse fatto quella scelta, se non fosse morto, se avesse preso una strada diversa da quella intrapresa e così via. Basta pensare al forse più famoso film sull’argomento – “Sliding Doors” con Gwyneth Paltrow -, in cui la vita della protagonista cambia radicalmente a seconda che riesca o meno a salire sulla metropolitana e a tornare a casa. È un’idea terribilmente intrigante, e credo che ognuno di noi in un momento particolare si sia trovato a pensare che cosa sarebbe successo se… “non avessi fatto quella facoltà”, “o mi fossi laureato”, “se fossi andato all’estero”, “se non mi fossi sposato”, o “avessi sposato il primo fidanzato”, in un’infinita catena di possibilità, di bivi, di alternative.
E da un particolare “What if” parte la storia di Monica Alì in “La storia mai raccontata”, uscito nel 2011 e ripubblicato, sempre dalla casa editrice Il Saggiatore nel 2022 con il titolo “Il romanzo di Lady D”che, con il secondo titolo, svela immediatamente chi sia la protagonista della storia.
Una protagonista che nel corso del libro non verrà mai nominata esplicitamente, ma oltre al titolo reale che fa immediatamente pensare a lei, migliaia di piccoli aneddoti, episodi, richiami, rimandano a Lady Diana Spencer, meglio conosciuta come la Principessa del Galles.
“La storia mai raccontata” nasce da un’ipotesi: cosa succederebbe se Lady D. non fosse morta e stesse vivendo la sua vita come una tranquilla signora che vive in un pacifico quartiere negli Stati Uniti?
Ma non viviamo più in un mondo del genere. E lei non è quel tipo di donna. La bisessualità della Dietrich rimase un segreto per la maggior parte della sua vita. Lydia, come devo abituarmi a chiamarla, quando non vedeva i propri segreti rivelati, si dava da fare per rivelarli lei stessa. Era un impulso che diventava sempre più forte. E non era del tutto negativo. Sapeva parlare della sua bulimia in maniera assolutamente coraggiosa. La mia ammirazione cresceva a vista d’occhio. Ogni volta che metteva in mostra il suo lato emotivo, però, la posta in gioco si alzava. Finì per trasformarsi in un bersaglio facile.
Ed inizia dieci anni dopo la morte dell’amatissima principessa. Morte che non è avvenuta nel Tunnel dell’Alma a Parigi (in quell’occasione l’autrice immagina che ci sia stato solo un incidente automobilistico che non ha, però, causato la morte di Diana), ma in un’accidentale caduta in mare da uno yacht in Brasile. E lì grazie ad un fidatissimo segretario ha inscenato la sua morte e ha ricostruito la sua vita negli Stati Uniti.
Ora si chiama Lydia, ha lunghi capelli neri, lavora nel canile della città, ha un gruppo di amiche, e un fidanzato. Nessun legame con il passato se non il nome della città in cui vive: Kensington.
Certo non è facile non poter mai parlare del proprio passato, non lasciarsi sfuggire nessun particolare che possa in qualche modo ricollegarla a chi è stata, essere costretta a spostarsi, cambiando residenza e vita ogni volta le paia che chi la frequenta stia diventando troppo curioso o troppo entrante.

Monica Alì, in un’alternarsi di voci diverse, mette l’accento sulla enorme pressione mediatica a cui fu sottoposta la principessa. Quell’attenzione morbosa per qualunque cosa facesse, cosa indossasse, chi frequentasse. Interesse talmente ossessivo da essere costantemente seguita da fotografi e talmente pressante da considerare i fotografi causa, almeno indiretta, della sua tragica morte. Un’attenzione che, nel romanzo, la porta a scegliere di scomparire, abbandonando anche gli amatissimi figli, che ingenuamente crede di poter ricontattare quando l’eco dell’avvenimento si sarà spento. E qui si innesta il secondo elemento cardine del romanzo: il senso di colpa di Lydia, sia verso i figli e chi le ha voluto bene che la crede morta, sia verso i nuovi protagonisti della sua vita a cui lei comunque mente e sa di non poter fare diversamente.
Tutte quelle ossessioni, quelle disordinate e maniacali ricerche di conforto (nel cibo, nelle terapie, nell’amore) non portano l’impronta indelebile di una personalità disturbata o di un disperato caso psichiatrico. In realtà non sono che la risposta ad una vita vissuta in un continuo stato di crisi, sotto il peso di un controllo intollerabile, nella tossica e altamente infiammabile stratosfera della celebrità.
Altri ce l’hanno fatta? Non ne sono convinto. Nessuno l’ha vissuto al suo livello, con le sue costrizioni, nella martellante era multimediale. Non si possono fare paragoni.
Monica Alì scrive una sorta di noir, perché oltre a raccontare i dieci anni trascorsi attraverso flashback, fa incrociare il destino di Lydia con quello di di un fotografo, che l’ha immortalata migliaia di volte e che la conosce benissimo e che crede di aver riconosciuto in quella signora inglese, che si è trasferita in America, proprio la principessa del Galles dallo sguardo indimenticabile, a causa di quei meravigliosi occhi azzurri, con una minuscola e appena visibile striatura di verde attorno alla pupilla destra. E così il tranquillo tran tran di Lydia verrà sconvolto da quell’incontro. Quali saranno per lei le conseguenze? Riuscirà a mantenere l’anonimato? E troverà finalmente un po’ di meritata quiete?
È calato il sipario. La telenovela è finita. Adesso comincia il resto della sua vita.
“La storia mai raccontata” è un omaggio ad una donna amata e sfortunata, ma anche un’analisi sui danni della pressione mediatica, sulla mancanza di limite all’intrusione nella privacy delle persone (come se il prezzo della fama fosse l’annullamento di se stessi e della propria vita privata) e sul senso di colpa che segue inevitabilmente a certe scelte.
“La storia mai raccontata” di Monica Alì [Untold Story 2011] il Saggiatore (2011)- traduzione di Silvia Rota Sperti – pag. 329#WhatIf,#cambiovita,

