E se l’altrove fosse altrove?

Ho adorato i primi due libri di Carla Fiorentino ambientati a Carloforte, due libri brillanti che oltre a farmi venire voglia di andare a vedere di persona il mare stupendo e di assaggiare la cucina dell’isola di San Pietro, mi hanno fatto ridere per le imprese (o meglio sarebbe dire le investigazioni) un po’ bislacche, ma comunque destinate a portare a galla i misteri di Vetta, eroina piena di contraddizioni e con un’innata capacità di mettersi nei guai e infilare il naso dove non deve.

“L’altrove è un cane bianco” è il terzo capitolo della storia di Vetta e l’ultimo della serie. Nel leggerlo ho avuto l’impressione che l’autrice abbia deciso di scrivere una sorta di romanzo in tre parti, perché è come se le riflessioni da cui era partita nel primo trovassero una conclusione in questo.

Vetta torna a Carloforte con Federico per l’inaugurazione del ristorante di cucina nippo-tabarchina di Caterinetta e Misato, la sorella della sposa giapponese di Zio Guruo, un mix che pare quanto di più imprevedibile e assurdo: la rustica e di poche parole Caterinetta e l’enigmatica ed elegante Misato, compagne di cucina, di idee per conquistare il palato e anche di appartamento, visto che quella che Vetta considerava camera sua ora è stata destinata alla socia giapponese.

Un ritorno che dovrebbe segnare anche un passo importante per la sua relazione con Federico che, vista la passione di Vetta verso l’isola, vorrebbe comprare lì una casa.

Eppure, fin dall’inizio le cose non vanno proprio come vorrebbe: con loro partono anche Luca, amico da una vita, nonché titolare della rivista per cui Vetta scrive, e Valentina, segretaria di redazione, vera anima della rivista, ribattezzata “Sirena”, per la sua innata capacità di persuasione, ma anche perché diffonditrice di qualunque notizia di cui entra in possesso.

E anche lo sbarco sull’isola non va proprio come sperato: non c’è Pietro ad aspettarla, o Tango, e neanche gli altri amici; cosa sta succedendo? Il mistero si svela dopo poco: Pietro è scomparso. Non si sa dove sia andato né che fine abbia fatto.

Per Vetta non è solo l’ennesimo mistero da risolvere, ma anche la necessità di capire una buona volta quali siano i suoi sentimenti per il bel sommozzatore, e soprattutto a che punto sia la sua storia con Federico, l’uomo con cui ha deciso di “condividere il fardello dell’esistenza”. L’uomo che ha sempre reputato giusto sotto tutti i punti di vista, ma con cui, dopo una relazione lunghissima, si rende conto non trovare più la stessa intesa.

Il nostro rapporto era sopravvissuto alle intemperie della distanza, ma stava vivendo un momento di crisi. È facile volersi bene quando non ci si conosce abbastanza. È più difficile continuare a farlo quando si conoscono dell’altro anche i segreti più inconfessabili.

Carloforte è “il luogo che sogna ogni volta che la vita le va stretta”, l’altrove a cui Vetta aspira, il luogo dell’anima che la riappacifica con se stessa e con le inquietudini che la abitano, ma quel luogo magico per un attimo sembra vacillare, non esistere più.

E cosa si fa quanto l’altrove non è più tale, a quale altro altrove si può fuggire e rifugiarsi?

Mi sentivo in trappola. Qualsiasi cosa avessi deciso di fare riservava delle insidie. Ancora una volta, come spesso da bambina, mi bruciava non avere il teletrasporto. Ma per andare dove? Se Carloforte era il mio altrove, il luogo da sognare quando la vita mi andava stretta, adesso che anche l’altrove mi andava stretto, dove potevo sperare di fuggire? Avevo innescato una sorta di effetto matrioska. L’altrove dell’altrove è esso stesso altrove?

La trilogia di Carloforte ha sempre esplorato la terra delle relazioni: la loro essenza che non è poi così chiara come si vorrebbe, le contraddizioni che la animano, le voglie dell’uno che spesso entrano in conflitto con quelle dell’altro, i desideri che a volte non collimano, le idee che non combaciano, i cambiamenti che modificano aspettative e aneliti. E questo aspetto, presente in tutti e tre i libri diventa ancora più evidente in questo. Vetta deve fare chiarezza in se stessa, non può più sognare un altrove in cui fuggire o rifugiarvisi, deve prendere in mano la sua vita una volta per tutte.

A differenza di Luca che confidava ciecamente nei suoi tarocchi e nel potere del destino, io avevo sempre pensato che quel che ci capita dipenda dal modo in cui decidiamo di interagire con il caso. Anche il non decidere nulla, come in fondo avevo fatto io negli ultimi anni, provocava delle reazioni. Avevo sempre invidiato chi aveva ricevuto il dono di confidare in un dio o nel fato, io ero nata sprovvista e non avevo niente e nessuno con cui prendermela o su cui confidare, se non me stessa. Forse era un dono anche quello. Chissà…

E se l’isola incantevole, le falesie della costa a picco sull’acqua tra panorami mozzafiato e delizie per il palato, continua a farci sognare, “L’altrove è un cane bianco” è meno brillante e spumeggiante degli altri due romanzi – “I tonni non nuotano in scatola” e “Dallo scoglio si vede tutto”. L’ironia e la spensieratezza non mancano, ma lasciano il posto ad un retrogusto più amaro: all’accettazione di qualcosa che probabilmente la protagonista sa ma che non vuole ammettere neanche con se stessa.

Perché quello che nei precedenti libri era un equilibrio precario tra stabilità e fuga, in quest’ultimo diventa fare i conti con una realtà che si fa fatica ad accettare.

La notte era tiepida e pacificatrice. Il gracidio delle rane si accompagnava al frinire delle cicale in un ritmo sostenuto che si infilava sotto al casco. Soffiava un maestrale leggero che diffondeva l’essenza di erbe e salsedine, miscelandosi in un unico profumo in grado di aprire porte sensoriali e azzerare il tempo. Ed eccomi bambina scalza che corre sulle alghe e si lancia nell’acqua ghiacciata, solo per provare l’ebrezza del freddo che penetra sottopelle come una scossa elettrica. E poi ancora e ancora fino allo svenimento sulla sabbia bollente e all’oblio. Ecco cosa ci sarebbe voluto. Acqua ghiacciata e oblio. Sole caldo e oblio. Giornate infinite senza orologi, senza doveri, senza comandi. Tornare all’infanzia per trovare il coraggio di essere adulti.

E ancora una volta Carla Fiorentino riesce a regalarci sorrisi e riflessioni, e a farci pensare a quanto complicati, inafferrabili, scivolosi siano i sentimenti.

L’altrove è un cane bianco di Carla Fiorentino – Fandango Libri (2026) – pag. 180

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