Perché siamo sempre stanchi…

Ho letto questo libro durante un weekend in cui mi sono volutamente ritagliata due giorni lontano dal mondo, dai figli, dal cane, dai genitori, dai social, dal lavoro, dalle preoccupazioni, dai problemi. Una pausa dalla frenesia, lontana da cellulare, orologio e ansie varie.

Ho scattato questa foto nella giornata di Pasquetta, seduta nell’anfiteatro romano di Fiesole, con il sacchetto di cotone scovato in un negozietto a Roma che riporta una scritta lapidaria e veritiera: “Mi mettete tutti ansia”. Un’unica frase che racchiude una grande verità e rende perfettamente lo stato d’animo in cui ci troviamo un po’ tutti. Tirati da tutte le parti, in costante tensione per restare in bilico tra mille impegni, mentre affondiamo tra le infinite beghe della vita, sempre più stressati e desiderosi di tirare il fiato.

Nel suo libro Enrica Tesio sceglie di ripercorrere le dodici fatiche di Ercole, mettendo al posto di imprese eroiche e mostri leggendari le fatiche con cui si scontriamo ogni giorno. Nei suoi dodici capitoli dedicati, ad esempio, a casa, figli, bellezza, social, amore, sesso si ritrovano aneddoti e situazioni che tutti prima o poi si sono trovati ad affrontare e che hanno causato quella fatica che è diventata la costante della nostra vita. E tra ricordi personali, considerazioni, brani di altri autori, filosofi e pensatori, l’autrice ci spinge a riflettere su cosa sia la stanchezza e sul perché sia diventata questa sorta di malattia sociale, che accomuna una gran fetta di umanità. Un’umanità sempre più di corsa, sempre alla costante ricerca di qualcosa che ormai non sa nemmeno bene più cosa sia.

Ma cos’è la stanchezza in realtà? E’ una sensazione di mancanza di energia fisica o mentale che può interessare una persona in modo episodico o duraturo. La stanchezza è il modo in cui il corpo o la mente chiede riposo, impone una pausa per ricaricarsi e ripartire. In definitiva la richiesta di uno stop.

Leggere questo libro mi ha fatto riflettere su come il termine “fatica” sia cambiato nel corso del tempo. Fino a trent’anni fa, più o meno, la fatica era associata soprattutto al lavoro fisico, era la spossatezza che si aveva dopo una lunga passeggiata, dopo una seduta sportiva particolarmente intensa o era quella sensazione che avevano contadini e operai dopo una giornata di lavoro. Era il dolore alle ossa, la fitta alla schiena, dopo essere rimasti fermi in piedi un’intera giornata, quello che derivava dall’aver sollevato pesi o essere stati chinati per tante ore. Era la fatica di una vita ripetitiva e pesante. Una stanchezza di membra che una buona notte di sonno riusciva a dissolvere.

Negli ultimi anni, invece, questo concetto è completamente cambiato e quando si parla di stanchezza ci si riferisce quasi esclusivamente a quella mentale. A quello stato persistente di spossatezza dovuto ad una vita sempre di corsa, ad essere, come si è soliti dire, “multitasking”: un piede in ufficio, una mano in casa, la mente a programmare cosa fare domani, le mani impegnate a mandare messaggi, insomma quella specie di essere mitologico, di dea Kali dalle mille braccia e il cervello sempre accesso, che non riposa mai. E che si sente terribilmente in colpa se non riesce ad essere perfetta sul lavoro, inappuntabile a casa, affettuosa e presente con i figli, avvolgente e disponibile con il marito, empatica con gli amici, interessante sui social. Quella stanchezza che spesso non si estingue con una notte di sonno e che per “eliminarla” ci vorrebbe il famoso interruttore per spegnere il cervello e acquietare la mente.

Ecco perché sentiamo tutti, chi più o chi meno, la necessità, o meglio il bisogno profondo, di staccare, di sconnettersi, di allentare questa rete di obblighi, spesso neanche completamente reali, che ci ingabbiano e di riprendere a respirare.

Con l’augurio di riuscire a farlo vi lascio un passo del libro che è una sorta di preghiera laica, che l’autrice rivolge al compagno:

“Sollevami dalle mie responsabilità, solo ogni tanto, solo un pochino. Pensaci tu a fare l’adulto. (…)

Quando è sera, spegnimi la rabbia, controlla che sia chiusa ogni discussione, lascia una lucina accesa, non tanto per andare a fare pipì, quanto per ricordarmi che in fondo al tunnel delle ansie notturne c’è sempre l’alba a schiarirmi i pensieri. Teniamoci insieme, che i tempi sono duri, ma noi sappiamo far di meglio, sappiamo essere forti e maturi”.

Tutta la fatica del mondo di Enrica Tesio – Bompiani (2022) – pag. 186

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