Un esperimento

Leggendo l’introduzione scritta da Brad Bigelow di questo particolarissimo ed originale romanzo ho scoperto l’esistenza di Gertrude Eileen Trevelyan, nata nel 1903 e morta nel 1940 a soli 37 anni. Una scrittrice inglese, che nonostante la vittoria del prestigioso Newdigate Prize – prima donna a ottenere tale riconoscimento -, fu presto dimenticata. Caduta nell’oblio nonostante l’anticonformismo e la radicale originalità della sua opera. Nei suoi pochi anni di vita scrisse otto romanzi, che, solo oggi, sono stati riscoperti e ripubblicati in inglese. E non posso che augurarmi che continuino ad essere tradotti anche in italiano, perché è raro trovare un romanzo così insolito, sia per la storia che per la costruzione dei personaggi.

“Appio e Virginia”, suo debutto narrativo, è davvero sorprendente.

Virginia, donna di mezza età, sola e desiderosa di ottenere un riconoscimento accademico e sociale, decide di tentare un esperimento: crescere un orango come un essere umano. Affitta una casa con giardino, protetta da un alto muro, si procura tutto il necessario e annota scrupolosamente gli estremi della sua esperienza nonché tutti i progressi a cui assiste.

Il lettore entra nella sua testa, vive le sue emozioni, il suo desiderio di rivalsa, sente la sua solitudine, assiste al suo forsennato desiderio di vedere in Appio molto di più della creatura che è. Lo veste, lo cura, gli insegna a parlare, a camminare eretto, a leggere e scrivere. Nella sua testa lo vede già entrare trionfante ad Oxford o Cambridge, sfatando tutte le teorie evoluzionistiche e dando a lei notorietà e considerazione. Percepisce anche la sua frustrazione quando le cose non vanno esattamente come aveva immaginato. Quando ragiona sull’istinto ereditato, il ritorno allo stato naturale, il libero arbitrio, il richiamo ancestrale della natura selvaggia che si scontrano con la disciplina, l’obbedienza, le regole che ha cercato di inculcargli. Capisce la sua ipocrisia nel nascondere dietro motivazioni scientifiche il desiderio di un figlio che la accudisca ed assista quando sarà vecchia.

Virginia, pur di portare a termine questo esperimento si rinchiude in casa, non ha vita sociale, non frequenta nessuno, non prende nemmeno della servitù ad aiutarla a tenere la casa e il giardino, perché qualunque elemento estraneo potrebbe turbare Appio.

Ce l’avrebbe fatta. Appio era ormai uscito da quel sonno quasi continuo dei primi tempi ed era perfettamente consapevole di ciò che lo circondava. Stava imparando a obbedirle. Questo significava che il suo cervello si stava risvegliando – e si stava risvegliando in un ambiente esclusivamente umano. Non lo aveva toccato nessuna influenza scimmiesca. Il suo cervello era una pagina bianca su cui scrivere. Ora era pronto: lei poteva cominciare il suo lavoro.

Trevelyan fa, però, di più: permette a chi legge di comprendere anche Appio, la sua necessità di compiacere Virginia, ma anche la sua natura selvaggia che ogni tanto emerge, il suo non comprendere alcune delle scelte e delle imposizioni della “mamma”.

Il lettore assiste a questo folle esperimento in cui Virginia, novella Frankenstein, forza la natura, cerca di modellare la sua creatura. Sa che la storia non avrà un lieto fine e vuole sapere cosa accadrà.

«Appio,» diceva «non capisci, altrimenti non mi parleresti così. Non dovresti. Non lo sai. Mi sentivo molto sola. Volevo crescerti come se fosse davvero mio figlio. Volevo che fossi umano. Volevo che fossi qualcosa di più di un bambino, qualcosa che avevo creato dal nulla con la mia mente e modellato a mio piacere, qualcosa che crescesse sotto i mie occhi. Come una pianta che si annaffia ogni giorno, che si guida nella crescita, e che poi diventa un grande albero sotto cui ripararsi, all’ombra del quale ci si può riposare. Volevo che tu fossi questo per me, Appio, perché mi sentivo sola e sapevo che in vecchiaia, mi sarei sentita ancora più sola. Volevo che tu fossi quell’albero, che tu potessi sorreggermi quando io fossi stata vecchia e tu adulto, così da non restare sola. Volevo anche dimostrare di essere intelligente, di poter fare di te un essere umano, ma questo contava meno. Non capisci?»

Se la premessa a questa lettura è sospendere l’incredulità e gettarsi a capofitto tra le pagine di ”Appio e Virginia”, il secondo presupposto prima di catapultarsi in questa storia, è sapere che non si sta leggendo una fiaba, un fantasy, perché tutto quello che è raccontato è reale, veritiero e doloroso. È una lettura disturbante, a tratti angosciante. Non si può rimanere indifferenti, o per lo meno io non lo sono stata, alla sofferenza di Appio, che vorrebbe arrampicarsi sugli alberi, ma non gli è permesso; che viene schernito con l’epiteto “scimmia!” da un gruppo di bambini che si sono arrampicati sul muro di cinta e lo sbeffeggiano; che non capisce molte delle cose che gli sono insegnate, perché Virginia non cerca di far comprendere, ma di indottrinare.

Mentre lo leggevo mi veniva in mente l’esperienza dell’adozione, spesso basata sulla necessità di cancellare quello che c’è stato prima, di creare una sorta di tabula rasa nella mente del bambino. Tutto fatto a fin di bene, tutto finalizzato a creare le condizioni migliori per la crescita, ma alla fine elemento di conflittualità e di infinita sofferenza.

“Appio e Virginia” è un romanzo di solitudini, di incomprensioni, di dolore e sentimenti trattenuti. Virginia, probabilmente per carattere o solo frutto del suo tempo, non riesce mai ad esprimere quello che prova per Appio, ci sono regole, obblighi, doveri, ma, a mio parere, pochi abbracci, e poco amore.

Un romanzo scomodo, audace, che porta, come pochi, dentro la mente dei personaggi con un’analisi introspettiva delle loro motivazioni e stati d’animo.

Appio e Virginia di G.E. Trevelyan [Appius and Virginia 1932] – Storie Effimere (2026) – traduzione di Silvia Amalia Di Cocco – pag. 287

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