Scomparsa: una ferita sempre aperta

Daniele Mencarelli si approccia per la prima volta al noir, con una storia apparentemente gialla, che è utilizzata dall’autore per riflettere ancora una volta su temi a lui cari.

Nei boschi vicino a Latina viene ritrovato un corpo. Dalle prime indagini emerge subito che le ossa sono lì da lungo tempo e potrebbero appartenere ad una delle tre donne scomparse nella zona una ventina d’anni prima. Solo l’esame del DNA potrà chiarire a chi appartengono quei resti. Occorre quindi rintracciare i familiari delle presunte vittime.

Parte da qui “Quattro presunti familiari”, un’indagine affidata ai carabinieri locali nella persona del Comandante Damasi e dell’appuntato Circosta.

Mencarelli, però, non indugia sull’indagine – anche perché senza sapere a chi appartengono quelle ossa diventa difficile indirizzare le investigazioni e capire movente e assassino – , ma sulle dinamiche dei protagonisti. Un giovane carabiniere, senza grandi qualità, un mediocre, né buono né cattivo. Un comandante disilluso e desideroso di una giustizia che vede lontana e per certi versi impossibile. E quattro presunti familiari, chiusi in un dolore e una disperazione sorda. Perché peggiore della morte è l’assenza.

Dietro ai sorrisi di cortesia, i presunti familiari si studiavano con diffidenza, e come non capirli; per uno di loro, due nel caso dei Martelli, quella vacanza a spese del comune di Latina poteva rappresentare la fine di un incubo rimasto in sospeso per anni e anni. Le loro tre denunce di scomparsa si chiusero, come di norma, a distanza di dieci anni con una sentenza di morte presunta. O si è morti o si è vivi. Non c’è via di mezzo. Non c’è niente di meno presunto della morte. La legge tenta di mettere pezze ai destini più infami con parole che fanno ridere, o piangere, a seconda dei punti di vista.

Avere un corpo da piangere, una bara, un loculo al cimitero o un’urna con le ceneri è meglio di non sapere che cosa è accaduto a chi si amava. Non sapere se la persona che si piange sia viva o morta, si sia allontanata volontariamente, o sia stata rapita, lascia i superstiti in una sorta di limbo, un interregno, dove speranza e disillusione si alternano. Una ferita sempre aperta e impossibile da cicatrizzare. Un dolore che consuma e un lutto impossibile da elaborare.

E questi sentimenti sono quelli che albergano nei quattro presunti familiari: i coniugi Martelli, contadini di umili origini, la cui figlia Assunta è scomparsa vent’anni prima; Lucio Corsini, un giovane che aveva dieci anni quando la madre Linda, tossicodipendente, sparì improvvisamente; e Liliana Parrino, bloccata dalla scomparsa della sorella Isabella.

I Quattro presunti familiari della vittima sembravano i personaggi di un presepe senza bambinello, di quei personaggi meccanici che compiono sempre la stessa azione.

E in questo dramma di assenze e domande senza risposta, centrale è l’attesa. I presunti familiari devono ancora una volta attendere che l’esame del DNA sveli a chi appartengono le ossa ritrovate e chi fra i quattro finalmente avrà un corpo da seppellire e forse un po’ di pace. Un tempo rallentato che fa emergere tensioni, genera incomprensioni e scontri e costringe la voce narrante Circosta a fare da paciere, e a svolgere più volte la funzione di autista, accompagnatore, ascoltatore dei quattro familiari, diventando una sorta di “angelo custode”, che inizialmente non capisce i sentimenti che li agitano, ma che a poco a poco entra nel dolore generato da una speranza sempre disillusa.

Per Mencarelli è l’attesa ad essere il vero protagonista del suo romanzo. Un’attesa che si carica di irrequietezza, che fa scattare i nervi, che genera reazioni e che fa emergere l’interiorità dei personaggi.

Accanto al dramma dei quattro familiari, il romanzo sviluppa una seconda linea narrativa che denuncia il torbido dell’istituzione dei carabinieri, incarnato dal brigadiere Liberati, arrogante, violento e corrotto, che esercita il potere attraverso la paura verso il ruolo e la divisa che indossa. Circosta non approva ma neanche si oppone al modo di fare del collega. Per natura e carattere non riesce a prendere posizione, a denunciare, nonostante il maresciallo Damasi cerchi di dargli una linea di condotta e diventare figura di riferimento per il giovane collega.

«Di normale il brigadiere Liberati non ha niente, niente! È un bandito debosciato che sfrutta la divisa per fare quello che dovrebbe impedire agli altri».

La voce di Damasi tremava per la rabbia, io cercai di apparire il più possibile sorpreso e questo lo fece imbufalire ancora di più.

«Pensi che non sappia cosa succede dentro la nostra caserma? I trattamento che riservate a certi fermati, o vogliamo parlare di quello che fate fuori? Con la divisa addosso!».

Quattro presunti familiari” è un noir atipico, in cui il mistero iniziale è solo l’innesco per indagare il dolore, la memoria e le scelte morali dei protagonisti. Come se il cadavere senza nome diventasse specchio della coscienza in cui riflettere le scelte fatte, gli errori, gli inciampi. Ancora una volta Mencarelli sa scavare nelle menti e portare alla luce le contraddizioni e le ferite dell’anima. E ci regala un’opera cupa, dove prevalgono i toni del grigio sia nelle personalità dei protagonisti, sia nelle vicende che racconta. Forse non il migliore della sua produzione, ma sicuramente da leggere.

Quattro presunti familiari di Daniele Mencarelli – Sellerio editore Palermo (2026) – pag. 289

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