Ci sono libri che ti immergono completamente nel mondo che raccontano.
Ti pare di vedere le scene descritte, di respirare la stessa aria, di assaporare gli stessi cibi. Ecco “La libertà è un passero blu” di Heloneida Studart, pubblicato in Brasile nel 1975, a me ha dato questa impressione: una sorta di coinvolgimento totale in un mondo polveroso e colorato, che nasconde una terribile realtà.
Una casa gestita con pugno di ferro da una vecchia matriarca, che rabbrividisce solo a sentir parlare di uomini e ovviamente di “sesso” e un gineceo composto da figlie, cugine, sorelle e domestiche, tutte donne. Tutte volte a soddisfare i bisogni e le follie della capostipite: Nonna Menina, donna tradizionalista e autoritaria, potente e temibile, che non perde occasione per far valere la propria autorità e per tiranneggiare chi vive nel suo cono d’ombra. Per lei tenere alto l’onore della famiglia Carvalhais-Medeiros e mandare in convento chi desta scandalo pare lo sport preferito.
“Le donne non contano” diceva nonna Menina. “Come i neri e i poveri”.
L’unica che le tiene testa e che per questo viene incredibilmente apprezzata dall’arcigna nonna è Marina, voce narrante del romanzo. Pragmatica e realista – ma anche terribilmente sognatrice -, ama il cugino João con tutta se stessa. È con lui che ha potuto conoscere e perlustrare ogni angolo più recondito e malfamato della città vecchia, e rendersi conto della situazione in cui versa gran parte della popolazione che non ha i privilegi e la ricchezza della sua famiglia. Ed è lui che va a trovare ogni settimana nel carcere della città, portando una scatola di alfenins, e cercando di farlo resistere nonostante l’orrore della prigionia, che non è solo privazione ma anche tortura.
“La libertà è un passero blu”, oltre ad essere un inno alla libertà in tutte le sue sfumature, contiene anche una riflessione sulla condizione femminile, narrata da un punto di vista inconsueto: tutte le donne della famiglia Carvalhais-Medeiros sono state rovinate da amori proibiti o non accettati dalla famiglia. L’unica immune è Marina, ma lo è perché il suo è un amore impossibile, e questo, facendola spogliare della sua femminilità, la rende, come dire, immune dalla passione travolgente che rende folli tutte le altre.
Tra sogni, processioni e funzioni religiose, un misterioso straniero senza lingua, una maledizione che ha portato siccità ed epidemie, eredità da disputarsi, dispetti tra sorelle, un terribile ragno velenoso, vecchie storie tramandate, “La libertà è un passero blu” intesse la narrazione di immagini malinconiche, affabulazioni verbali e dolcezze rivoluzionarie.
La bellezza straordinaria di questo romanzo sta soprattutto nell’atmosfera magica, quasi fiabesca, sospesa nel tempo e nello spazio, che rende più tollerabile, ma al tempo stesso più profondo, l’orrore della violenza sia fisica che psicologica che imperversa in tutto il romanzo.
Come gran parte della narrativa latino-americana, il “realismo magico” porta il lettore in un mondo surreale, simbolico e suggestivo al tempo stesso.
Era un mondo nel quale i bambini mangiavano fango e i giovani ostinati marcivano in fondo alle galere perché affermavano che il passero è un uccello blu.
Heloneida Studart, scrittrice e giornalista, parlamentare pasionaria, che ha lottato per i diritti delle donne nel Brasile della dittatura militare, che è stata arrestata per i suoi scritti contro il regime e per la vicinanza al Partito Comunista, non ci dice mai che cosa significa “O pardal è um pàssaro azul”, ossia “Il passero è un uccello blu”, la scritta di ribellione e di richiamo alla lotta che compare sui muri della città e che ha portato João a finire in carcere, né per cosa stanno combattendo i rivoluzionari, ma nel raccontare i privilegi, l’indifferenza e la povertà ci lascia intuire e intravedere i motivi.
“Ci sono solo i poveri e i ricchi, Meméia. Quando i ricchi saranno dissanguati, diventerò un lupo mannaro e berrò il loro sangue”.
Libro imperdibile, fidatevi.
La libertà è un passero blu di Heloneida Studart [O pardal è um pàssaro azul 1975] Marcos y Marcos (2025) – traduzione di Amina Di Munno– pag. 185

