Ci sono tanti modi di raccontare la storia di una persona, e ogni autore trova il suo personale canone per raccontarcela al meglio.
Daniela Montanari sceglie una prospettiva davvero originale: partire dalla morte. Chi ci racconta la sua esistenza, i suoi trionfi, le sue vittorie, gli amori, i dolori che hanno contraddistinto la propria esistenza lo fa da una bara. Una bara a cui, nel corso della narrazione, si affacceranno i figli, il compagno, gli amici e ognuno di loro riporterà alla memoria di chi ormai è trapassato, un pezzettino di vita.
E in ogni legame, è imprigionato un istante di vita, un frammento di luce, un ricordo, un sentimento.
Perché ognuno di noi, a volte inconsapevolmente, lascia briciole di sé agli altri, una parola, un gesto, un ricordo, un’emozione che si trasforma in un’immagine indelebile, un bagaglio emotivo a volte pesante, a volte leggero. E lì in quel momento, in cui l’anima pare ancora sospesa tra la vita e la morte, in una sorta di interregno, pienamente attaccata alle cose terrene, ma anche già volta a qualcos’altro, può rivivere le scelte fatte, i momenti più significativi e i rapporti affettivi che l’hanno resa quella che è.
Sono qui sospesa, in un tempo che non è più un susseguirsi illimitato nel quale accadono cose ma è una specie di telaio sospeso: vi guardo, vi sento, so di essere parte di voi e delle vostre azioni, pur non presente fisicamente.
Un caos da spiegare ma niente di così astruso da vivere.
Vivere…
non trovo una parola più appropriata.
Alizée ha avuto una vita ricca, appassionata, piena di esperienze, ha amato, ha sofferto, ha viaggiato, ha realizzato i suoi sogni, ha cercato di comprendere gli altri, di aiutarli. Spesso è stata fraintesa e non sempre le cose sono andate come avrebbe voluto.
Sono qui, stupita di essere o di sentirmi onnisciente, vedere tutto, sentire ogni supposizione, ciascuna parola meditata, corrotta o trattenuta; comprendere le situazioni, le interrelazioni.
E non poterci fare nulla.
Accetto passiva, come nel guardare fotografie, senza poter spostare le persone, né poterle riparare.
Tutta la vita si cerca di riparare qualcuno, almeno a me è successo. Ho sempre detestato il bricolage, il fai-da-te, il restyling tanto quanto ho cercato di rimettere insieme i cocci di relazione, di scusanti, di sintomi, con l’intento di appianare storture affettive, di colmare lacune emotive e amorose.
“Di tutte le volte che ho perso i sensi” è una lunga riflessione sull’esistenza, sul tempo perso, sui rapporti familiari che ci condizionano più di quanto vorremmo, di quanto desidereremmo essere visti da chi amiamo, essere compresi, accolti e di come questo spesso non accada, di come imparare a lasciar andare e accogliere la vita per quello che ci dona e non per quello che pensiamo sia giusto sia la più grande lezione da apprendere.
E alla fine chissà se Alizée è morta davvero o ha solo perso i sensi un’altra volta…
Ringrazio l’autrice per la copia
Di tutte le volte che ho perso i sensi di Daniela Montanari – Phasar Edizioni (2025) – pag. 182

