Quello che Lea non sa

Come si sopravvive quando il paese in cui si vive aspetta la fine del mondo e l’unica cosa che invece si desidera è andarsene?

È questa la domanda a cui cerca di rispondere Lea, la protagonista di “Tante cose non le cose” di Elisa Levi.

Lea è una ragazza di diciannove anni che cerca di capire cosa muova il mondo che la circonda e nel cercare le risposte alle domande più o meno esistenziali che si pone, sente in petto un senso di oppressione, una mancanza d’aria che la schiaccia e le rende impossibile godere anche delle piccole cose, perché la sua vita è fatta di gesti ripetuti, di domande senza risposta e di un’inesauribile ed incommensurabile voglia di fuga.

Sono tante le tante cose non sa e su cui quasi giornalmente si interroga.

Non sa perché sua madre non parla con la sua di madre – cioè la nonna di Lea -, ne perché abbia deciso di vendere la casa non appena la nonna è morta.

Non sa perché la sorella faccia certe cose né se sia o meno consapevole di farle.

E non sa nemmeno quale strano rapporto la lega ai suoi tre amici con cui condivide giornate e tempo libero.

Marco è come una quercia dal tronco largo e spesso, le sue radici sono invasive e violente, incontrollabili, Marco è così, signore. Javier, invece, è più un corbezzolo, un albero sottile che si confonde quasi con un arbusto, ma dà dei frutti rossi come le sue guance quando il sole gli batte in faccia o gli imbrunisce le spalle. A Madrid si sono inventati che il corbezzolo è il loro simbolo, ma mia madre mi ha detto che là di corbezzoli non ce ne sono quasi, in realtà, perché non hanno il clima adatto. E pure questo mi ha riportato a Javier, signore, perché in un altro clima lui non potrebbe mai sopravvivere, anche se a me piacerebbe portarlo da un’altra parte. Catalina è più una mimosa. Zoppa, una mimosa zoppa, a cui manca un ramo, o ha una radice storta, e questo le dà un equilibrio diverso dagli altri.

Sa però che il padre è morto perché si è sobbarcato troppa fatica.

Sa che il paese è circondato da una foresta e che chi ne entra non ne esce più.

Sa che tutti i suoi concittadini aspettano la fine del mondo, e l’avverarsi della famosa profezia Maya legata all’arrivo del nuovo millennio.

Sa che certe emozioni le procurano un fuoco nella pancia.

Sa che vorrebbe vivere un amore con la “A” maiuscola.

Sa soprattutto che non vuole passare tutta la sua intera esistenza aspettando che succeda qualcosa o che cambi qualcosa.

L’amore è sempre diverso, anche se sembra uguale, signore, non crede anche lei? Per Catalina è un branco di animali che corrono nella stessa direzione, per me sono parole che non riesco a far uscire dalla bocca di Javier, e per Marco sono delle lepri morte sulle spalle. Curioso.

Elisa Levi dipana il racconto come un lungo monologo di Lea che si rivolge a uno sconosciuto che ha perso il proprio cane. È attraverso le sue parole che scopriamo i suoi pensieri, i suoi dubbi, i suoi dolori e anche il peso di una vita che pare girare sempre su se stessa, che non lascia margini di speranza né spazi a progetti e sogni. Sono le sue parole ad illuminare la realtà: un paese piccolo che vive osservando l’altro, malevolo e diffidente verso qualsiasi novità, un gruppo di amici mal assortiti e la costante sensazione che debba accadere qualcosa.

“Tante cose non le cose“ è un romanzo claustrofobico, che si interroga sul perché dell’esistenza, sulla noia di vivere e sull’attesa verso un futuro che almeno sulla carta sembra sempre promettere qualcosa di più e di meglio del presente che abbiamo.

Tante cose non le cose di Elisa Levi [Yo no sé de otras cosas 2021] – Sur (2026) – traduzione di Marta Rota Núñez – pag. 174

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