Sull’orlo del precipizio

Credo che mai come stavolta la copertina del libro sia assolutamente azzeccata e richiami il tema del libro, che non è la guerra fratricida dell’ex Jugoslavia, né la perdita dell’innocenza e il crollo dei propri sogni, ma il prologo di qualcosa che ancora non è, il momento in cui tutto cambia, che non possiamo riconoscere mentre lo stiamo vivendo, ma a cui possiamo ripensare solo a posteriori. Quell’attimo di sospensione tra certezza ed abisso che muta tutto, quello spartiacque che rappresenta il limite tra un prima e un dopo separati da un baratro.

«Nene si domandava se fosse possibile catturare il momento esatto in cui una storia cambia radicalmente e quel che pareva un tranquillo susseguirsi di eventi si trasforma in un ruzzolone giù per il dirupo con la prospettiva di uscirne con le ossa rotte. Se esistesse una pinzetta in grado di estrapolare gli istanti dalla massa del tempo, sarebbe possibile individuare quel momento e con la pinzetta cavarlo fuori? E facendolo, ci si salverebbe o il buco lasciato nell’impasto del tempo lo farebbe collassare su se stesso?»

Ho conosciuto la penna di Elvira Mujčić con il suo “Dieci prugne ai fascisti”, che, oltretutto, mi ha fatto venire una gran voglia di saperne di più di una guerra combattuta ai confini di casa nostra, che è avvenuta quando avevo un’età per capire, ma di cui ricordo solo brandelli di eccidi, di brutalità visti al telegiornale o di cui erano pieni i giornali; l’assedio di Sarajevo, Milosevic, la fallimentare missione dei caschi blu, Srebrenica…

“La stagione che non c’era” ha, però, un altro tono rispetto a “Dieci prugne ai fascisti”, molto più cupo: dove nell’altro c’era una narrazione ironica, una sorta di fiaba balcanica, che lasciava intravedere l’orrore ma fermandosi sulla soglia, qui la tragedia non è ancora avvenuta, ma le avvisaglie ci sono tutte.

Siamo nel 1990 in Jugoslavia: mentre il resto dell’Europa celebra la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra fredda, nella penisola balcanica iniziano a risvegliarsi pericolosi fantasmi di vecchi odi e memorie identitarie desiderose di rivalsa.

In una piccola cittadina della Bosnia, Nene torna dopo cinque anni passati a Sarajevo. È partito per fuggire da una realtà immobile, da genitori tradizionalisti, in cerca di prospettiva, futuro, opportunità e torna in qualche modo sconfitto, obbligato a rientrare dal luogo da cui è fuggito e con cui non sente più alcun legame. I genitori lo guardano con sospetto, gli occhi degli altri lo seguono: perché se ne è andato e perché ora è tornato, spiegazioni impossibili da dare, e soprattutto da far comprendere.

Per dare uno scopo alla sua esistenza, inizia a raccogliere materiale (poster pubblicitari, biglietti, schizzi, fotografie, bandiere, oggetti di vario genere), cercando di salvare brandelli e frammenti della memoria di un paese sull’orlo del precipizio, che per lui rappresentano un’opera d’arte idealmente rivolta a un archeologo futuro (una sorta di capsula del tempo che possa mostrare alle future generazioni cosa è stata la Jugoslavia).

Nene prese una tela cartonata e tornò con l’immaginazione all’archeologo futuro: lo vedeva entrare in quella casupola di una cittadina bosniaca, aprire il cassetto e trovare una mappa di un piccolo paese del Montenegro abitato prevalentemente da albanesi, un pezzo di carta che racconta l’eterna storia di una bambina alla ricerca del padre, dei vecchi e dei loro odi tribali, dei giovani che fanno l’università e l’amore a Belgrado, dei bambini curiosi che vengano al mondo nonostante nessuno li aspetti.

Unica presenza amica è Merima, la sua vicina di casa, pasionaria combattiva e tenace, idealista fino al midollo, che crede all’evitabilità della guerra e alla indistruttibilità del sogno jugoslavo, e sua figlia di otto anni Eliza. È soprattutto con la piccola che Nene inizia una sorta di amicizia, fatta di condivisioni e di progetti. Eliza, infatti, vorrebbe conoscere il padre, di cui non sa quasi nulla se non il nome e la provenienza, il Montenegro. La bambina sogna un viaggio sulle tracce dell’uomo di cui possiede solo un biglietto di compleanno sonoro, con la musica di “Per Elisa” di Beethoven, che conserva gelosamente.

Attraverso i tre personaggi principali e i vari comprimari, Elvira Mujčić riesce a trasmettere tutta la precarietà e l’incertezza del momento storico, in cui tutto è ancora possibile ed evitabile, ma in cui gli ingranaggi della storia si sono ormai messi in moto.

Assistiamo così impotenti al prologo della tragedia, sappiamo cosa riserverà il futuro a quelle terre, quale follia genererà lo spirito, perché il disfacimento della Jugoslavia e lo scioglimento del partito comunista aprirà la porta ai nazionalismi, ai rigurgiti fascisti dei ustascia, alle differenze di etnia e di religione: non più un popolo unito, vissuto fianco a fianco, ma tante individualità in lotta fra loro.

«Sì, ogni giorno esce un articolo, un libro, un’intervista che racconta come i croati hanno ucciso i serbi, come i serbi hanno ucciso i musulmani, come i musulmani sono colpevoli di quel che è capitato durante l’Impero ottomano. Tutti ripetono che hanno paura, ti rendi conto? Fino a ieri non si ponevano la questione e oggi all’improvviso hanno paura della moglie, del marito, degli amici o dei vicini.»

“La stagione che non c’era” oltre ad essere un romanzo bellissimo e tragico su come si muove la Storia inghiottendo nella sua orbita le individualità, è anche un monito a quello che sta accadendo oggi.

La Jugoslavia è stata, nella memoria collettiva, assimilata all’esperienza di tutti i paesi del blocco sovietico, dimenticando che il paese non era allineato, e, nel cucire insieme storie ed esperienze diverse, aveva provato a costruire un mondo pluralista, aperto alla varietà di lingue, religioni e culture. Sarajevo, alla fine degli anni Ottanta, era una città brulicante di vita e sperimentazioni. Un’esperienza, però, collassata di fronte al risveglio dei nazionalismi.

«Secondo me si tratta di qualcosa che ci portiamo dal mondo di prima, precedente alla Jugoslavia. È un germe che vive ovunque, in ogni casa, in ogni famiglia, in ogni testa. Forse si chiama tradizione, forse religione. Ha a che fare con le radici, la fissazione di risalire alle radici come se dovessimo scavare nella terra per accertare chi è arrivato qui per primo, di chi è questa terra. Non so, non riesco a trovargli un nome, perché è qualcosa di più di un nome, è una fedeltà atavica, una trasmissione silenziosa che riceviamo alla nascita, un po’ come i nostri cognomi. Però è roba da primitivi, di cui non possiamo sbarazzarci, dobbiamo rinnegarla.»

E tutto questo purtroppo risuona in ciò che vediamo oggi. Nel crescere dell’intolleranza verso il diverso, nel ritirarsi in un proprio orticino, difeso con le unghie e con i denti, nella paura strisciante, sempre più opprimente che viene alimentata ad hoc, nei rigurgiti nazionalisti.

«In quale momento è diventato normale dire: quelli del Partito Nazionalista?» gli aveva chiesto uno di loro. Nene non aveva capito la domanda.

«Erano vietati i partiti nazionalisti? Quando sono diventati la normalità? Capisci? Adesso hanno pure le loro sedi. Com’è successo? Chi l’ha permesso?»

Non si sapeva, non si sa mai il momento esatto in cui si poggia il piede sulla pietra che proprio in quel momento si stacca dalla roccia del precipizio e non c’è ritorno.

Ho assistito alla presentazione dell’autrice e mi ha colpito molto una sua affermazione, argomento sul quale non mi ero mai fermata a riflettere: convivere con la diversità, non è facile, non è automatico, richiede apertura mentale, flessibilità, accettazione. È molto più semplice chiudersi all’altro, mettere paletti e filo spinato, perdendo però l’infinita e meravigliosa varietà che l’universo ci offre.

Un romanzo tragicamente attuale da leggere per riflettere.

La stagione che non c’era di Elvira Mujčić Guanda (2025) – pag. 249

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