Brillare

Credo sia la primissima volta nella vita di lettrice che mi trovo a leggere un romanzo ambientato nella città in cui vivo. Ritrovandoci tracce non solo del paesaggio, ma soprattutto della vita, della mentalità, delle limitatezze di questo territorio.

Un luogo magico sulla carta: il mare davanti che luccica e brilla, e dietro le Apuane, montagne vere, piccole Dolomiti in miniatura, che oltretutto custodiscono un tesoro pregiato: il marmo. E a causa di questo, sono ormai uno sbiadito ricordo di quello che erano, ridotte, saccheggiate, rovinate a causa di un’estrazione sempre più selvaggia e senza regole, che regala profitti enormi e straordinari a pochissimi, lasciando macerie e rovina ambientale al territorio senza portarne ricchezza, ma che viene spesso difesa con le unghie e con i denti anche da chi di mestiere fa il cavatore, un lavoro duro, pericoloso, esaurente. Silvia Dai Pra’ questi luoghi li conosce bene, visto che ci è cresciuta e sa raccontarli benissimo.

Avevano già preso odore di muffa e, anche se avesse smesso di piovere, in ogni caso, il sole stava già scendendo: d’inverno poteva nascondersi dietro le montagne anche subito dopo l’ora di pranzo e io non sapevo quale altra maledizione potesse calare su di noi, niente sole, niente internet, i nazisti e i Mai Morti che un giorno di fine agosto decidono di fare una visita per bruciare donne, vecchi e bambini col lanciafiamme, i negozi che chiudono, nessun lavoro possibile, neanche più quello di andare a morire in una cava o in fabbrica e, pronta ad accoglierti a valle, una città che, anche se sta a nord del 44° parallelo, in quanto a disoccupati se l’è sempre giocata col Sud Italia.

“Brillare”, nonostante il titolo luminoso è un romanzo piuttosto cupo: una riflessione su cosa significa crescere intorno ad un’assenza, ma anche sulla perdita, il lutto, le ambizioni e i sogni traditi, e soprattutto sull’accontentarsi.

Bianca torna a casa a Greto, un paesino dove il sole arriva solo per poche ore al giorno, incastonato tra le montagne, chiuso tra viette strette e con in fondo il fiume, dove è anche difficile avere connessione internet. È una delle tante giovani precarie, con un dottorato presso la facoltà di lettere a Firenze, tante promesse, ma nessun reale futuro, che torna sempre più malvolentieri a casa. Dopo la morte della madre, fulcro della famiglia, improvvisa e per questo ancora più violenta, la famiglia si è lacerata: la sorella Viola, la primogenita brillante e destinata a grandi cose, si è completamente persa, si è chiusa in casa, mollando studi, fidanzato e vita, e nonostante siano passati anni, non ha ripreso gli studi, non lavora, frequenta degli sbandati, ha grossi problemi psicologici, e il padre Argo, totalmente inadeguato, in qualche modo ha assecondato questa voglia di dissoluzione, non facendo niente per spingere la figlia a ricominciare a vivere. Tra Bianca e il padre non c’è dialogo, non c’è intesa. Ma quando il padre scompare, Bianca non può fare finta di nulla. È costretta a tornare a casa, costretta a fare i conti con un passato rimosso, con una sorella che non capisce, con una vita che le sta stretta, con sentimenti e ricordi che incombono.

Perché Bianca, che ha sempre mal sopportato il padre, non accetta quella sparizione, vuole risposte, vuole sapere cosa è accaduto e per questo tormenta i carabinieri, i vicini, la sorella, i suoi amici, vuole ricostruire gli ultimi suoi gesti, capire chi lo ha visto per ultimo, cosa ha detto. E in questa sorta di indagine non mancano accuse precise e possibili colpevoli come gli amici fannulloni della sorella, che vivono accampati in casa sua, coltivano piantine di erba in cantina e sognano un business tanto bislacco quanto fumoso.

E se l’assenza del padre – sempre più pesante, perché i giorni si aggiungono ai giorni e diventano settimane, mesi addirittura, senza che nessuna traccia emerga -, fa riemergere conflitti, rimorsi e ricordi è anche l’occasione per Bianca di fare una sorta di bilancio della sua vita. Bianca ha lasciato Greto perché troppo piccolo, privo di possibilità, claustrofobico nelle sue certezze e nella sua immobilità, ma Firenze non le ha poi regalato chissà cosa: poche amicizie, una relazione con un “barone “ universitario, uomo sposato di mezza età, una carriera priva di concretezza e decisamente precaria. Eppure Bianca non vuole tornare, non vuole accontentarsi, non vuole mettere da parte i suoi sogni, per diventare l’immagine sbiadita di quello che voleva.

Lo sapevo come funzionava: ogni lamento conduceva all’offerta di una soluzione, e la soluzione era tornare, sempre.

E il ritorno a casa le sta solo ricordando il perché se n’è andata: una vocina che, fin dalla morte della madre, le sussurra nella testa “scappa, salvati, va via!”, perché basta un nulla per ritrovarsi impanatati in quel niente, fatto di gesti ripetuti, che pare invece soddisfare la sorella e Orlando, il ragazzo con cui ha avuto una relazione, con cui è rimasto un conto aperto, che potrebbe rappresentare qualcosa di più e di meglio.

In “Brillare” emergono tutte le contraddizioni della vita in un provincia tra slancio e apatia, tra problemi di lavoro e speculazioni, tra sfruttamento e arroganza. Un mondo in cui la voglia di rivalsa si contrappone a mancanza di prospettive, al lavoro precario, ad affitti folli, a genitori egoisti che tarpano le ali ai figli, a persone che cercano di ritagliarsi uno spazio diverso a loro immagine, senza cavalcare nessuna delle lusinghe del momento.

E chi in questa realtà, purtroppo ci vive e combatte l’immobilismo culturale e sociale, non può non riconoscere tante delle dinamiche raccontate dal romanzo e riconoscere la mancanza in cui vive Bianca.

Silvia Dai Pra’ si allontana dall’ennesima narrazione sulle macerie della famiglia, sulla sua dissoluzione, per entrare in una storia ben più complessa, in cui il territorio è centrale come le promesse deluse e le ferite sempre aperte di cui sono l’incarnazione le Apuane devastate e il monumento ai caduti dell’eccidio nazifascista.

Alla fine uscimmo dal bosco e ci ritrovammo su uno strapiombo che guardava in una cava, e restammo immobili a osservare lo scempio: le Apuane rosicchiate, sezionate, frantumate, i blocchi già sbozzati in un terrazzamento che trasformava la montagna in un palazzone di periferia, Vele di Scampia scolpite nel marmo.

Greto nella realtà non esiste, ma è l’immagine di tanti paesi, tutti diversi e tutti simili, arroccati, solitari, piccole comunità sempre più piccole, dove i giovani vanno via in cerca di alternative migliori e il tessuto sociale e comunitario si sfalda. Così come la strage del 30 agosto 1944 non è un fatto reale, ma è la somma delle tante stragi fatte dai nazisti con la collaborazione e partecipazione attiva dei fascisti in queste zone: Vinca, Sant’Anna di Stazzema, Forno, Bergiola. Silvia Dai Pra’ sceglie, infatti, di raccontare una storia assolutamente verosimile, ma senza ancorarla a qualcosa di specifico, riconoscibile nell’essenza se non nella realtà.

E regala ai lettori un libro stratificato e potente che abbaglia come il marmo, ma che ferisce come gli scempi ambientali e storici compiuti su questi monti.

Brillare di Silvia Dai Pra’ – Mondadori (2026) – pag. 322

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