La prima impressione che ho avuto leggendo “Chiaroscuro” di Raven Lailani è stata di trovarmi di fronte una sorta di “Diario di Bridget Jones” in salsa americana. Con una giovane alle prese con un lavoro che non la soddisfa, una casa in affitto piena di topi e di scarafaggi, relazioni senza senso, snocciolate una dopo l’altra, come per riempire un vuoto, e dare un senso ad un’esistenza fatta di attese, di rinvii, di mancate possibilità. Una storia dolce amara di difficoltà economiche, poca o nessuna realizzazione professionale e tanta confusione sentimentale, raccontata con ironia e brio.
Andando avanti, però, mentre la storia di Edith sembra girare su se stessa e assumere tinte sempre più grottesche e le scelte irrazionali che compie diventano sempre più pesanti, altri temi, altre motivazioni affiorano in superficie. Intanto perché, e purtroppo non è un dettaglio da niente, Edith è nera. E il colore delle pelle non è ininfluente, lo si capisce dal trattamento nel posto di lavoro, dalla necessità che ricopra un ruolo definito e regolato, ma comunque da comparsa, mai da protagonista, dalla strana curiosità che ingenera negli uomini bianchi come fosse un qualcosa di esotico con cui confrontarsi: un oggetto non una persona.
E il romanzo prende tutta un’altra piega. E quella sensazione di leggerezza e briosità delle prime pagine lascia il posto ad una velata malinconia che diventa vero e proprio disagio e infine sofferenza di fronte a ciò che, a poco a poco, traspare del dolore della protagonista e della vicenda più che mai assurda che si trova a vivere.
“Chiaroscuro” è la storia di Edith, ventitreenne afro-americana, orfana, senza soldi, con un passato tragico alle spalle e un lavoro precario e non soddisfacente, un talento per la pittura non sfruttato e un radar perfetto per gli uomini sbagliati. Edith ci racconta la sua storia in prima persona, con un tono che non indulge mai alla commiserazione, non nel racconto del suo passato e dei genitori, né di ciò che ha fatto, perché tutto è sempre reso con pungente ironia, tramite una lingua vivace e con uno stile tagliente.
Più di una volta mi sono svegliata da un sogno in cui avevo le mani sporche d’olio e acquaragia, ma al momento di lavarsi i denti l’ispirazione se n’era già andata. L’ultima volta che ho dipinto avevo vent’anni. C’era un presidente nero. Avevo più serotonina in corpo e meno paura degli uomini. Adesso il ciano e il giallo non vogliono saperne di uscire dal tubetto. Per mescolarli ho bisogno dell’acqua calda. Stendo il colore, aspetto che l’acrilico asciughi, e se il risultato non mi convince, lo rilavoro. Mi attengo più che posso alla tavolozza di colori, mescolo tredici gradazioni diverse, cinque gradazioni di viola che in realtà non mi servono. A un certo punto la spatola si spezza in due.
E nello stratificasi del racconto emerge la questione razziale, l’innegabile differenza tra bianco e nero. Il diverso modo di affrontare la vita, l’approccio sicuro e ottimista del primo rispetto alla diffidenza e alla paura del secondo.
E se da una parte io non entro mai in una stanza senza chiedermi quali migliorie andrebbero fatte, è strano vedere che qualcosa di simile sta succedendo a quest’uomo bianco del Midwest così cordiale e affabile. È strano vedere che finalmente fa caso ad una serie di cose di sé stesso cui io faccio sempre caso: l’ottimismo, la presunzione, quella realtà alternativa (ed esclusiva) in cui non esiste un luogo che non senta suo. Si guarda attorno con questo tenue terrore negli occhi, come se gli fosse appena venuto in mente – dopo il primo contatto con questo tipo di realtà economica – quanta reciproca desolazione possa esserci nell’unione di due persone che si trovano ai capi opposti della vita.
E la complessità dell’integrazione razziale negli Stati Uniti, il modo in cui un nero deve sempre guardarsi alle spalle e stare all’erta è reso perfettamente dall’episodio di Akila, la ragazzina adottata da una coppia di bianchi, che si sente sicura nella sua casa nei sobborghi, nel suo comfort borghese, nelle tranquillità e agiatezza della sua famiglia, che non si è mai relazionata con il colore della sua pelle, che affronta la vita con disinvoltura, padronanza di sé, determinazione ad affermare se stessa, disinvoltura nel rivendicare ciò che è suo; ma basta un singolo episodio per abbattere ogni sicurezza e obbligarla a confrontarsi con una realtà meno ideale.
Questa è casa mia, dice Akila, e io so che l’istante che intercorre tra quando un ragazzo nero si trova in posizione eretta ed è in grado di parlare e quando è riverso a terra, immerso nel suo stesso sangue, è quasi impercettibile, e questo è dovuto in gran parte alla tacita conversazione che sta avvenendo al di là di lui, che è avvenuta prima di lui e che si oppone a tutti i suoi sforzi di inserirsi nel discorso prima che si concluda. Io so che l’orizzonte degli eventi muta con grande rapidità a causa dell’abisso tra il saluto e il selciato, ma, in tempo reale, mentre spingono Akila a terra, ogni secondo è lunghissimo.
“Chiaroscuro” è un romanzo sull’identità, sul razzismo, sulla femminilità, sul dolore, e sulla frustrazione, e ci ricorda che se è complicato essere neri, essere donne, giovani, povere sole e nere lo è terribilmente di più.
Chiaroscuro di Raven Lailani [Luster 2020] – Feltrinelli Editore (2021) – Traduzione di Stella Stacchini e Ilaria Piperno – pag. 230

