Un ritorno agrodolce

Apprezzo sempre di più il piccolo club di lettura creato da Elena @lettricegeniale . Il suo Gruppo Babele negli anni mi ha regalato letture decisamente interessanti, molte inconsuete e soprattutto la scoperta di libri che probabilmente non sarebbero mai entrare nel mio radar di lettrice.

Non fa eccezione “Dieci prugne ai fascisti” di Elvira Mujcic. La storia di un ritorno, ma anche l’analisi di un disfacimento e il racconto di una famiglia.

Elvira Mujcic riesce in nemmeno duecento pagine a collegare anime diverse: il rapporto spesso conflittuale tra fratelli, il vivere lontano dai propri affetti e dalle proprie origini, il sapore dolce amaro dei ricordi e il peso della Storia, quella con la “S” maiuscola, quella che decide il destino dell’umanità.

Lania, la voce narrante, è una trentacinquenne che si sente fallita: nella vita ha combinato ben poco, una relazione finita – definita dai fratelli “una relazione al contrario”, visto che appena conosciuto lo aveva detestato – e un legame intenso con la nonna Nana. Una donna che ad ottant’anni suonati aveva deciso di separarsi dal marito, semplicemente perché non si sopportavano più, lasciare la Bosnia, con tutto il peso dei ricordi, e venire a vivere in Italia. Una donna però che ha fatto promettere alla figlia, la madre di Lania, che alla sua morte vuole tornare a riposare per sempre nella sua terra.

Mentre stavamo aspettando il caffè, che ovviamente preparava Candido, perché anche su quello aveva sempre da ridire (l’arabica al cento per cento, la quantità di caffè, pressarlo o non pressarlo, l’intensità della fiamma…), La Madre intavolò una discussione complessa: il funerale. Non la sepoltura come concetto, ma l’organizzazione del funerale di Nana, la quale aveva espresso un’unica volontà negli ultimi anni ed era quella di essere riportata nel suo (anche il nostro, a dire il vero) paese d’origine, almeno per la sepoltura.

Con i fratelli, Candido e Zeligo, il rapporto è cameratesco, affettuoso, ma fatto anche di prese in giro. Un trio affiatato, “non come i Karamazov, semmai come i Police, sempre a litigare senza sciogliersi mai”, seppur estremamente diverso l’uno dall’altro.

E quando la morte arriva davvero, nonostante l’organizzazione perfetta e già stabilita de La Madre, qualcosa non va come dovrebbe ed inizia una piccola Odissea per ricondurre la nonna a casa e rispettare il suo ultimo desiderio.

Il viaggio, dopo le disavventure iniziali e i riti richiesti dal suo essere musulmana – come il lavare il corpo per un numero dispari e avvolgerlo in un sudario di cinque lenzuoli bianchi – porta i tre fratelli in un lungo viaggio dall’Italia verso la Bosnia, passando da Trieste, Lubjana, Zagabria, verso Sarajevo, per ricongiungersi con la madre che viaggia con il feretro. È un viaggio sconclusionato, fatto di deviazioni ed incontri.

Dove era morta la Jugoslavia? Forse non in un luogo solo. Con quello Stato eravamo svaniti anche noi, quel noi composto da ventitré milioni di individui chiamati jugoslavi, cancellati dalle cartine geo-politiche, riallocati all’interno dei confini delle nostre piccole Repubbliche indipendenti, e gli altri, a quel punto nemici, erano sempre di più. Il noi era diventato altro, da fratelli siamo diventati nemici giurati. Noi quattro, la mia famiglia, siamo poi partiti e siamo diventati quattro profughi in terra straniera: bosniaci in Italia, extracomunitari in Europa.

E mentre fuori dal finestrino dei treni e degli autobus scorre la terra dell’ex Jugoslavia, scorrono anche i ricordi della nonna, dell’infanzia e della diaspora.

Ogni ricordo spalancava la porta ad un altro e così via, si poteva ripercorrere tutta la nostra vita familiare seguendo le trame delle esperienze vissute con lei e il suo modo bizzarro di trasformare ogni evento: le piccolezze le tramutava in tragedie e i drammi veri li ridicolizzava, per poterli affrontare al meglio. Piangeva quando non c’era da piangere e si rianimava quando la vita la bastonava. Era, in qualche maniera, tragicomica.

Per quasi tutto il libro la città da cui sono partiti, e nella cui terra giacciono senza tomba due zii e il padre oltre che tanti altri concittadini non viene mai nominata, la rivelazione arriverà quasi in fondo.

La grandezza di questo romanzo è soprattutto il tono intimo, malinconico, ironico, dolce, a tratti addirittura comico. Proprio come la nonna che è riuscita ad attraversare la vita, nonostante i grandi dolori, con leggerezza e in modo tragicomico, così Elvira Mujčić in “Dieci prugne ai fascisti” tratteggia una commedia agrodolce, che riesce sempre a rimanere tale anche quando i temi sono estremamente drammatici.

Si ride leggendo questo libro, ci si commuove e in modo straordinario si riportano alla mente episodi, ricordi della nostra vita, perché quando chi scrive sa raccontare, sa anche suscitare nel lettore il richiamo e il rispecchiamento nella propria esperienza personale per quanto lontanissima e diversa da quello che si sta leggendo.

Elvira Mujčić sa poi tratteggiare con grande abilità e in poche righe tutti i personaggi, sia quelli principali che le semplici comparse, creando un affresco vivace che rende vera e palpitante la narrazione.

Consigliatissimo, una vera e propria chicca.

Dieci prugne ai fascisti di Elvira Mujcic – elliot (2016) – pag. 155

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