Se Marilyn fosse viva, oggi avrebbe compiuto 100 anni. Un secolo.
Nata a Los Angeles il 1 giugno 1926, con il nome di Norma Jeane Mortenson che diventerà anni dopo Marilyn Monroe.
Ma l’attrice brillante, la donna tormentata, la bambina senza padre, che nella sua breve vita, ha sempre cercato qualcuno che la accogliesse e comprendesse completamente, ha vissuto solo 36 anni. Un attimo rapportato all’infinità. Un attimo che però è riuscito a renderla immortale. Perché 64 anni dopo la sua tragica, e ancora per molti versi misteriosa morte, mostre, libri fotografici, romanzi la celebrano, cercano di carpire la sua essenza e cogliere il motivo della sua immortalità. Di attrici brave ce ne sono state a bizzeffe, di donne bellissime altrettante, eppure nessuna è mai riuscita a conquistare la cultura di massa quanto lei. La morte giovane, un fisico mozzafiato, i misteri legati alle sue frequentazioni (prima fra tutti quella con i Kennedy), i film deliziosi, non spiegano fino in fondo il perché sia diventata un mito, una creatura immaginifica e irreale. Forse la sua essenza, la sua capacità di trasmettere un’emozione, di trasformarsi completamente, di risplendere. Basta guardare qualcuna dei milioni di foto che la ritraggono. Emana luce.
Non so quanti libri io possieda, che ne celebrano la vita, i film, le sessioni fotografiche, il modo unico in cui ha inciso sull’immaginario collettivo. Eppure, ogni volta che ne esce uno nuovo, io non resisto. E’ successo così anche per il brevissimo libro che le dedica Filippo Timi, “Marilyn”, con in copertina una delle immagini dell’ultimo servizio fotografico dell’attrice, realizzato da Bert Stern, con una spessa croce d’inchiostro sopra, segno che lei l’aveva scartata.

Timi, regista, attore, drammaturgo, scrittore, traccia un breve ed intenso ritratto di Marilyn. La coglie in un momento preciso, poco prima della sua morte, tra i ritardi cronici che funestarono la lavorazione del suo ultimo film (mai concluso) “Something’s got to give”; la presenza sensuale e sconvolgente, inguainata in un abito color carne tempestato di duecentocinquantamila cristalli, che le fu cucito addosso, al 45° compleanno di John Fitzgerald Kennedy, al Madison Square Garden, per cantare “Happy Birthday, Mr. President”; e i programmi ambiziosi che la vedevamo impegnata a far valere il suo potere contrattuale sugli studios hollywoodiani. La immagina a visitare con il Presidente degli Stati Uniti una base segreta, dove è tenuto segregato un povero alieno, una creatura a cui lei mostra rispetto ed empatia. A chiamare i paparazzi per rendere indimenticabile “la prima volta” di un ragazzino che abita vicino a lei. Le restituisce tutta la sua carica e la sua vulnerabilità.
Perché Marilyn più di qualunque altro personaggio ci ha mostrato la frattura e la sofferenza che si nascondono tra l’essere e l’apparire, tra la ragazzina Norma, che cerca il riscatto sociale, la fama, la bellezza per ripagare un’infanzia di povertà, di abbandono, di follia, e l’attrice Marilyn, oggetto del desiderio, la diva capricciosa che fa impazzire i registi, che ha accettato di trasformarsi pur di diventare il sogno di tutti.
Tu invece sembra che vai in guerra senza armi. Nuda. Attenta Marilyn, gli sguardi delle persone feriscono. Lo sguardo dello scienziato modifica l’esito dell’esperimento. E tu sei un esperimento. Ti hanno cambiato il nome, i capelli, i denti, come camminare, come piangere, come sorridere, come scopare. È normale non capirci un cazzo. È normale sentirsi un frankenstein.

E pone più di un dubbio sulla sua morte, che da sessantanni fa storcere la bocca, suicidio, erroneo ed eccessivo abuso di farmaci o addirittura omicidio per ragion di Stato? Perché Marilyn amante di John, poi da lui scaricata al fratello Robert, può diventare pericolosa, può essere una scheggia impazzita che è meglio mettere a tacere.
Marilyn era una donna complessa: creatura fragile, senza dubbio, eppure desiderosa di migliorarsi, di crescere come persona e come attrice, combattiva, leale.
Mi ha sempre colpito l’episodio legato alla sua amicizia con Ella Fitzgerald. Sua grande ammiratrice, Marilyn riuscì a convincere il proprietario del Mocambo, uno dei locali più celebri dell’epoca, a far esibire la cantante, in cambio lei si sarebbe seduta in prima fila, portando anche altri suoi amici celebri nel club. La straordinaria voce di Ella Fitzgerald conquistò il pubblico e da quel momento la cantante jazz non ebbe più bisogno dell’aiuto di Marilyn ma le fu riconoscente a vita.

I miei occhi hanno cominciato a piangere a cavalcioni di una lacrima m’hanno trascinato fuori. Son colata sul fianco della guancia nel freddo della notte. Sono sveglia ma il mio corpo dorme. Accovacciata sul cuscino dentro una lacrima che lentamente si asciuga. Non posso restare qui, svanirò con lei. Forse dovrei risalire verso l’occhio che mi ha pianto? Ma come faccio, non s’è mai vista una lacrima in salita.
E in queste poche pagine, arricchite anche da alcuni disegni dello stesso autore, Timi ci rende tutta la complessità di Marilyn. Le rende omaggio, come un ammiratore ma anche come anima affine che sa perfettamente che dietro lo splendore dei riflettori, si nasconde la fatica, la frustrazione, il dolore, l’aver dovuto rinunciare ai sogni, l’aver subito trasformazioni volte a far emergere la farfalla dal bruco. E almeno nella sua immaginazione cerca di salvarla, di darle una fine diversa.
Marilyn di Filippo Timi – Narratori Feltrinelli (2023) pag. 110

