Momo è una bambina infagottata in abiti troppo grandi per lei, è orfana, e vive nel vecchio anfiteatro di una grande città. Un luogo che una volta ha raccontato le storie avventurose, tragiche e meravigliose degli uomini, ma che ora è abbandonato e dimenticato. Intorno a lei, una schiera di bambini senza casa e senza famiglia e persone che potremmo definire “naif”: Beppo lo spazzino, Gigi Cicerone, Nino l’oste, Nicola il muratore, ed altri personaggi peculiari. Persone che hanno trovato in lei un riferimento, perché Momo ha un dono speciale: sa ascoltare e chi le siede accanto, in breve tempo le racconta la sua vita, le espone l’angoscia del cuore, i dubbi che lo assillano e a cui non sa trovare soluzione, e, subito dopo, magicamente, trova sollievo e pace, e i conflitti si appianano e le domande trovano una risposta.
Sapeva fare magie? Conosceva filastrocche arcane capaci di annullare amarezze, preoccupazioni o patimenti? Sapeva leggere la mano o in qualche altro modo leggere il futuro? No, niente anche di questo. Quello che la piccola Momo sapeva fare come nessun altro era ascoltare.
In quella stessa città però si aggirano degli strani e cinerei “Signori Grigi”, vestiti tutti uguali – di grigio, naturalmente -, tutti con indosso una bombetta, tra le mani una valigetta e con un sigaro sempre acceso in bocca. Fermano le persone, si presentano come impiegati di una fantomatica “Cassa di Risparmio del Tempo” e, dopo aver illustrato, tramite precise operazioni matematiche e una sequela infinita di numeri, che la persona in questione sta sprecando tempo, lo invitano a risparmiarlo. E cosi facendo sottraggono prospettive, futuro e soprattutto gioia agli ignari cittadini, che da quel momento diventano sempre più grigi, depressi, uniformi e si trovano a correre da una parte all’altra, lavorando senza sosta e senza scopo.
E l’unica indenne da questa frenesia che ha coinvolto tutti è proprio la piccola Momo, che si troverà con il solo aiuto della tartaruga Cassiopea a lottare per annientare la follia dei Signori Grigi, facendo la conoscenza del misterioso ed enigmatico Mr. Hora.
Michael Ende inizia la narrazione di “Momo” con un inno al teatro e alla necessità innata nell’uomo di guardare e ascoltare.
E mentre gli spettatori erano intenti ad ascoltare le vicende tristi o comiche rappresentate sulla scena, li prendeva la sensazione inesplicabile che quella finzione di vita fosse più vera della loro propria realtà quotidiana. Ed essi gioivano nel porgere orecchio a quest’altra realtà.
E continua criticando tutti quei giochi moderni che annullano la fantasia (come le bambole da vestire e spogliare e a cui far fare migliaia di attività pilotate, o gli automi che si muovono da soli), i ristoranti “fast food” – dove tutto è già pronto e presentato e il contatto umano è totalmente annullato -, gli asili o le scuole a cui è affidato il sistema educativo (Depobimbi), dove non c’è spazio per la fantasia e il gioco, ma solo per imparare cose che possono poi tornare utili.
“Momo”, scritto nel 1973, è una spietata e terribile metafora del mondo moderno. Il ritratto di una società dedita al consumismo, sempre in corsa contro il tempo, affannata a conquistare sempre più cose materiali, a vivere in modo frenetico, perdendo a poco a poco di vista i valori più importanti (come il bello dello stare insieme), e ancorando la felicità al possesso, anziché alle persone e alle relazioni personali. La fantasia, l’immaginazione, l’arte, il racconto, l’innocenza diventano solo perdite di tempo, zavorre da eliminare il prima possibile. E l’uomo, seguendo regole che altri hanno definito, spesso senza trovarne un senso, si trova chiuso in un mondo egoista e convulso, e diventa senza speranza, grigio, indifferente, ammalato di quella che Ende definisce “noia mortale”, ma che è la rappresentazione reale della depressione che elimina la gioia di vivere, la spensieratezza, la soddisfazione.
«Da principio non si nota gran che. Capita che un giorno uno non ha più voglia di niente. Niente lo interessa, si annoia; questa svogliatezza non passa, resta e aumenta. Peggiora di giorno in giorno, di settimana in settimana; sempre più di umor nero, sempre più vuoto dentro, sempre più insoddisfatto di se stesso e del mondo intero. Poi gradatamente sparisce anche questo sentimento e più nulla conta. Diventa grigio ed indifferente, estraneo a tutto il mondo, senza rabbie o entusiasmi, incapace di essere felice o di soffrire, disimpara e ridere o a piangere. Ed è perché si è diventati freddi dentro, e non si è più capaci di amare niente e nessuno. Quando la malattia arriva a questo punto, è incurabile. Non c’è ritorno Ci si aggira qua e là con la faccia grigia priva di vita, si diventa simili ai Signori Grigi. Si è uno di loro. Questa malattia si chiama Noia Mortale.»
Lo scrittore tedesco, al contempo, ci fa riflettere sul significato del Tempo, che condiziona così tanto la nostra vita. Tempo che spesso scegliamo noi come spendere o sprecare, che a volte pare correre all’impazzata e altre volte rallentare fin quasi a fermarsi. Tempo che non può essere fatto solo di doveri, lavoro, preoccupazioni, ma che deve contenere anche momenti spensierati e ricordi felici.

Michael Ende ci regala così un libro avventuroso in cui si ha voglia di scoprire cosa accadrà e se la piccolo Momo riuscirà in un’impresa tanto più grande di lei, ma allo stesso tempo una potente riflessione sul mondo e sui pericoli di un certo modo di vedere le cose. Una riflessione che, a distanza di cinquantanni, si può definire assolutamente profetica.
Momo ovvero L’arcana storia dei ladri di tempo e della bambina che restituì agli uomini il tempo trafugato di Michael Ende [Momo oder Die seltsame Geschichte von den Zeit-Dieben und von dem Kind, das den Menschen die gestohlene Zeit zurückbrachte 1973]– traduzione di Daria Angeleri – Longanesi (1986)
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