Ci sono libri che conquistano fin dalle prime righe, altri che hanno bisogno di tempo per entrare in sintonia con il personaggio e con la storia che raccontano. E quello che mi è capitato con “Tutte le mattine di Sybil”, romanzo d’esordio di Virginia Evans. Un lungo carteggio di corrispondenza: lettere scritte e lettere indirizzate a Sybil Van Antwerp, una settantenne, ex avvocata e cancelliera di tribunale ormai in pensione. Una donna che alla prima impressione appare pedante, rigida, chiusa in un mondo ristretto da cui lei non vuole assolutamente allontanarsi, prigioniera, forse inconsapevole, della sua solitudine. Non importa che il fratello Felix o la figlia Fiona la invitino in Europa, o che amici e conoscenti cerchino di farle vedere il mondo da un’altra angolazione.
Le lettere sono il suo scudo, il suo specchio e la sua ancora, il modo attraverso cui lei vive il mondo. Il modo di rapportarsi con gli altri e di esprimere se stessa fin da bambina. E si capisce che per lei la ripetitività dei gesti: sedersi alla scrivania ogni lunedì, mercoledì e venerdì, comprare carta da lettere in Inghilterra, andare all’ufficio postale una volta al mese ad acquistare francobolli, pensare con attenzione a cosa scrivere, è proprio il modo in cui gestisce il caos, l’errore o l’orrore. I rapporti epistolari sono più facili di una conversazione, non ci sono imprevisti, ci si può interrompere quando si vuole, scegliere le parole e in qualche modo proteggersi dalle emozioni.
[…] mi siedo alla scrivania con la carta da lettere e le penne che mi piacciono. La mia scrivania è davanti a una finestrella che dà sul fiume e sotto ci sono i cespugli di caprifoglio che, in estate, attraggono i colibrì, e oltre c’è il mio giardino. La casa è silenziosa e, se mi sento smuovere dentro, dal lettore di cd proviene Ciajkovskj o Stravinskj. Mi porto un bicchiere d’acqua o una tazza di tè.
Nella sua corrispondenza oltre ad amici e parenti ci sono persone celebri a cui lei ha sentito il bisogno di mandare messaggi: tanti scrittori (Joan Didion, Larry McMurtry, Ann Patchett), politici, ma anche George Lucas. Alcuni le hanno risposto, instaurando una corrispondenza vera e propria, altri no. Per lei la mancata risposta non conta, conta quello che doveva dire.
Scrivo a chiunque mi colpisca. Amici, deputati, redattori, insegnanti, diplomatici, scrittori. Gli scrittori sono i miei preferiti. Ora, ovviamente, è più difficile perché con Internet la gente si manda le e-mail (più veloci, più semplici, meno complicate di avere carta, penna, tempo per sedersi alla scrivania, francobolli e via dicendo) ed è più difficile trovare gli indirizzi, ma di soliti se ci si prova sul serio ci si riesce.
E bisognerebbe provarci.
Mi ha molto colpito ciò che Sybil sostiene in una delle lettere: tutti i messaggi che ci scambiamo, le mail, le comunicazioni digitali, sono destinate a scomparire, totalmente effimeri, mentre una lettera di carta, una riga scritta, un diario comunque sia, rimarrà. Evenienza che mi si è affacciata alla mente più volte, e che per certi versi mi terrorizza: ricordi di una vita che possono essere distrutti in un click. E sarà che io sono una grafomane, piena di quaderni, diari, lettere, cartoline e ovviamente foto stampate, non ho potuto che concordare. Perché la scrittura a mano, oltre che attivare una particolare area del cervello, obbliga ad una diversa riflessione, ad una rilettura, ad un diverso approccio. Tutti aspetti che si stanno perdendo come reperti archeologici, che forse tra qualche anno nessuno saprà più usare. Basti pensare a quanti già non sono più in grado di scrivere in corsivo.
“Tutte le mattine di Sybil”è un romanzo epistolare che poco a poco fa emergere tutto il passato della protagonista, i suoi traumi, i suoi dolori, la sua solitudine, le sue fragilità, il suo senso di inadeguatezza e il modo in cui ha affrontato le prove della vita. Un modo che a volte le si è ritorto contro, ma purtroppo non sempre si ha una seconda occasione per rimediare ai propri errori né ci si rende conto, mentre si vivono certe situazioni, di quali potrebbero essere le conseguenze. E lettera dopo lettera si iniziano ad intravedere crepe in questa granitica certezza: un terribile lutto, la separazione dal marito, che poi si è trasferito in Olanda, i rapporti non proprio affettuosi e di confidenza con la figlia.
La scelta del romanzo epistolare consente a Virginia Evans di raccontare la vita di Sybil per sottrazione e per frammenti, dando al lettore la possibilità di comprendere i legami, le relazioni, il passato della donna, tramite accenni che richiamano un fatto, un avvenimento che non viene spiegato totalmente, ma che spesso ritorna a distanza di tempo e di interlocutore. Permettendo alla fine di ricomporre, in una sorta di puzzle, la sua intera vita. E allo stesso tempo permette di conoscere Sybil da dentro, entrando nel suo modo di pensare, nel modo in cui si relaziona con il mondo, e di assistere anche al lento e progressivo riaprirsi della donna verso il mondo, uscendo da una sorta di lungo letargo in cui si era rintanata.
Venendo alla tua domanda sullo scrivere lettere. Comincio dicendo che le tue righe mi hanno confortato perché il segreto sta tutto qui: le lettere per me sono assai più significative di qualsiasi cosa io abbia fatto in campo giuridico. Sono il pilastro della mia vita, mentre la professione legale è durata solo una trentina d’anni. Quello di cancelliera era un lavoro; le lettere esprimono la persona che sono.
Seguendo l’esempio di Sybil dovremmo tutti ricominciare a spedire lettere per coltivare in modo diverso le nostre relazioni.
Tutte le mattine di Sybil di Virginia Evans [The Correspondent 2025] – Rizzoli (2026)- traduzione di Giuseppina Oneto – pag. 368

