Il corpo come ferita

C’è un prima e un dopo ne “La ragazza d’aria” di Andreea Simionel.

Prima c’è Aryna, che diventa “Arianna” perché è più semplice, e non richiede spiegazioni.

Aryna, che si vergogna della casa in cui abita, della mancanza di quello che per gli altri è normale, scontato.

Aryna, che all’improvviso trova sbagliate e ridicole le tradizioni e i riti familiari che fanno casa, che riscaldano il cuore ma che la fanno sentire fuori posto.

Aryna, che sente i ricordi come una zavorra che appesantisce e fa affondare, ricordi a cui i genitori si aggrappano.

Aryna, che legge nell’intervallo e si vergogna di essere troppo veloce, quindi aspetta a riconsegnare i libri in biblioteca.

Perché Aryna è una ragazza rumena di sedici anni, trasferitasi a Torino da soli due, bravissima a scuola, ma spaesata e smarrita. Solo l’amicizia con Marco, l’altro ragazzo “bravo” della classe, le apre uno spiraglio. Con lui discute dei massimi sistemi, con lui si sente a proprio agio, un’amicizia che la avvolge e la contiene, anche se sono goffi e inadeguati, come spesso sono gli adolescenti.

So fare la pizza, so coniugare i verbi. Non mi fido né dei miei verbi né della mia pizza. Bisogna avere paura di entrambi. Sono mutanti instabili.

Ma una frase innocente cambia ogni cosa, apre un buco, una voragine immensa che inghiotte tutto.

L’estate passata in Romania fa il resto: non ritrova quello che credeva, e questo la lascia disillusa, non si sente a casa, si sente distante, diversa anche lì.

«La rabbia esplode. Non so mai da dove viene, quando viene»

E lì inizia il passo successivo: il desiderio di tornare ad essere la bambina di una foto portata dalla Romania; il disprezzo verso la “Credenza degli Obesi”, sempre traboccante di ogni schifezza si possa immaginare, perché il cibo è la principale manifestazione d’affetto, il modo in cui la madre si prende cura delle figlie. Comincia a mangiare meno, a controllare le calorie, e soprattutto a correre sul tapis roulant con performance sempre più estreme. Dimagrisce, sempre più arrabbiate e affilata.

Mi guardo allo specchio. Il sudore non ne vuole sapere di andarsene e sporca la mia pelle pallida. Le corse mi scavano sotto gli occhi fosse viola, a volte nere, che contrastano il pallore, lo sottolineano, sono pallida come non lo è nessuno della mia classe, non va via, qualcuno l’altro giorno me l’ha chiesto, chi era?, non ricordo, ah sì, la bibliotecaria, come sei pallida, stai bene, sei sicura di star bene? Non sto bene, avrei voluto rispondere. C’è qualcosa che non va, ma non so cosa: un meccanismo è in moto e mi prende e mi porta via come una valanga. Mi dovete fermare, avrei voluto dire alla bibliotecaria, bello questo libro, le ho detto invece, lo prendo.

In questa discesa agli inferi, la solitudine e l’incapacità di chiedere aiuto, di affrontare il problema, sono scalfiti per un attimo dall’arrivo di una supplente d’italiano, diversa, anticonformista, che coinvolge la classe, propone letture, interroga facendo nascere dubbi e “Di lavoro, dice, accarezza i porcospini”. La professoressa vede in lei un talento per la scrittura quando legge il suo tema in classe, ed Aryna intravede un interlocutore.

«Io lo so che la normalità non esiste.»

Trasalisco e mi giro. La Piersanti è in piedi accanto a me. Il suo sussurro rauco sovrasta anche il caos dell’intervallo. Eppure, sono sicura che abbia parlato. Sorride e si gira a guardare fuori dalla finestra.

«Se ci pensi, la normalità è soltanto un concetto comodo, che ci permette di andare avanti con le nostre vite, né io né te siamo normali. Però nel tuo caso Dio non è precisamente un modello da poco.»

I suoi occhi mi abbagliano come quelli di mia madre e abbasso subito lo sguardo.

«Secondo la Bibbia,» continua «Dio ha dato forma all’uomo e alla donna. Ridarsi una forma prendere il comando del proprio corpo, significa sentirsi simili a Dio. Tu sei religiosa?»

Scuoto la testa troppo forte. La Piersanti sorride, paziente.

«Poco male. C’è un’altra cosa che permette di sentirsi simili a Dio, senza però farsi male. Sai qual è?»

Scuoto la testa.

«Scrivere. Se mai avessi voglia di fare due chiacchiere, a voce o per iscritto, sai dove trovarmi.»

Appoggia un libro sul termosifone accanto alle mie mani. Lo fa scivolare piano, come una merce proibita. È sottile, con una nave disegnata in alto a sinistra sopra lo sfondo bianco. La linea d’ombra di Joseph Conrad. Quando rialzo la testa se n’è già andata.

L’insegnate di ruolo però ritorna e quel microscopico spiraglio si richiude.

La terza parte per me è stato un pugno nello stomaco costante: il reparto di neuropsichiatria, i disturbi raccontati, le ossessioni, gli sguardi persi, le sbarre alle finestre, i dottori, le visite delle famiglie, tra speranza e paura.

Il mio corpo è una ferita

Più volte durante la lettura ho avuto la sensazione di apnea, di mancanza d’aria. Che cosa spinge una ragazza a privarsi del cibo, a controllare ogni caloria, a fare massacranti cicli di esercizi pur di consumare pochi grammi? I disturbi alimentari scaturiscono spesso dalla necessità di controllo. Non posso controllare la mia vita, che ha preso pieghe inaspettate, non mi corrisponde più, mi fa male. Non posso scegliere i genitori, la casa in cui vivo, le mie origini, il mio nome, ma posso controllare il mio corpo, lo posso piegare al mio volere: posso diventarne il custode e al tempo stesso il carceriere, controllando ciò che mangio e arrivando a non aver bisogno di nutrirmi, pensando che un legume tagliato a fette sia più che sufficiente per vivere. Perché il cibo ha sempre un forte valore simbolico, associato alle origini, ai luoghi di appartenenza, alla famiglia, e il controllo sul cibo è metaforicamente un controllo sulla famiglia, sulle proprie origini, sull’appartenenza e sulla memoria.

Allo stesso tempo ho pensato al perché siamo così ossessionati dalla diversità. La cerchiamo, la vogliamo, per essere unici e riconosciuti come tali, ma allo stesso tempo la temiamo perché ci isola, ci lascia senza difese e senza pelle. Succede a qualsiasi età ma è devastante durante l’adolescenza, quando il gruppo, comunque sia, aiuta a costruirsi una propria identità.

Aryna compie un percorso complesso e doloroso per riconoscere il proprio problema ed arrivare ad affrontarlo nel modo giusto, trovando motivi che la spingono a vivere e a lottare per essere finalmente se stessa tutta intera, ma quante altre Aryna non ce la fanno?

Andreea Simionel scrive una storia commovente e vera, con una scrittura impetuosa e allo stesso tempo fragile, racconta il calvario e la resurrezione, dando voce ad una protagonista sfaccettata e complessa, piena di contraddizioni, di luci ed ombre, di silenzi e parole urlate, di rabbia incandescente e di corpo impalpabile. Da leggere anche se fa male

La ragazza d’aria di Andreea Simionel– Rizzoli (2026) – pag. 345

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