Il Bianco non è un colore

Se questo romanzo non avesse il frontespizio né la copertina ed un lettore vi si immergesse senza sapere chi l’ha scritto né quando, non avrebbe alcun dubbio a definirlo un romanzo americano degli anni settanta scritto da un afroamericano. Perché “Bianco” di Marco Missiroli non ha nulla del tipico libro italiano: né la trama, né l’ambientazione, né i personaggi.

E dopo aver letto tantissimi libri che parlano e raccontano di razzismo, posso dire senza ombra di dubbio che questo è uno dei migliori mai letti. Perché “Bianco” è una bomba grazie anche ad una scrittura asciutta, a capitoli brevi, ad un protagonista indimenticabile, ad una narrazione che non indulge in descrizioni, ma grazie ad efficaci pennellate arriva al cuore del problema: l’animo nero dell’uomo bianco.

– Diceva che il bianco non c’entra niente con la pelle della gente. Diceva che il bianco c’entra solo con la morte. E sa perché, signore? Perché il bianco non è un colore ma il vortice che si mangia tutti i colori. Come la morte, il vortice che si mangia le cose fatte in una vita. E noi diventiamo il bianco quando chiudiamo gli occhi per l’ultima volta.

L’inizio è cinematografico: poche immagini e già il lettore è proiettato nella storia che sta per leggere. Moses Carpenter è un uomo anziano, vedovo, la casa davanti alla sua è da tempo disabitata con un cartello “vendesi” di fronte. E tutti nel quartiere si domandano chi ci andrà a vivere. Ed è proprio l’arrivo di una famiglia composta da una donna bianca e da un uomo nero a risvegliare i demoni che paiono essere sepolti nel passato. Perché nel profondo sud degli Stati Uniti il Ku Kux Klan non è un immagine sbiadita, ma è ancora parte dell’educazione ricevuta. E l’arrivo di un uomo nero, oltretutto sposato ad una bianca, nel quartiere è una provocazione da estirpare.

Moses è l’uomo a cui si affidano i vicini perché li protegga dal “demonio nero”. Lui che nella violenza è stato cresciuto, che ha dovuto subirla sulla sua stessa pelle per le cinghiate del padre, deciso a fare di quel ragazzino timoroso e timido un vero uomo del Sud, è diventato l’erede diretto in quanto figlio del capo del KKK. Ma Moses non è quel tipo d’uomo, probabilmente non lo è mai stato e l’amore per la moglie Judith ha ulteriormente cambiato il suo animo.

– Mentiva chi diceva che Moses Carpenter non ha mai battuto un negro. Che ha sempre sparato in aria o in terra. Che era a capo del clan perché il suo, di padre, non si era arreso ad avere una mammola al posto di un figlio. Una mammola che ascoltava più la voce della moglie malata che quella della sua gente.

Marco Missiroli, grazie a capitoli flashback in cui racconta la giovinezza di Moses e svela a poco a poco il motivo del suo senso di colpa, dipinge la personalità dell’uomo.

Moses che è solo, sua unica compagnia è il canarino William con cui parla e a cui prepara la prelibata torta con l’uva passa, seguendo la ricetta della moglie.

Moses che non ha mai ballato bene, nonostante piacesse tanto a sua moglie.

Moses che ama la musica.

Moses che ha un dito mozzato e il ricordo vivido dell’insolente.

Moses che nasconde in un armadio la tunica rossa e il fucile del padre.

Moses che al piano di sopra conserva la camera esattamente com’era al momento della morte della moglie.

Moses che a poco a poco si affeziona a quella famiglia: alla bionda Gladys così gentile con lui, a suo marito Nimrod, al piccolo Martin e al suo indiano Peter, ma soprattutto a Miss Betty, la mamma di Nimrod, figlia di schiavi e ormai al termine della vita, che conserva un unico sogno: morire accanto al fiume.

Perché la crepa nell’animo del piccolo Moses, la piccola fessura da cui entrava uno spiraglio di luce che lo portava ad ammirare l’insolente, diventa spiraglio grazie all’amore di Judith, e alla fine la fiducia di Martin e l’amicizia con Miss Betty allargano quel pertugio e lo portano a guardare in faccia le tenebre del razzismo.

“Bianco” è ambientato nel profondo sud degli Stati Uniti probabilmente negli anni settanta del novecento, dove il razzismo vive celato nelle case con le finestre accostate e le tende tirate, nei discorsi bisbigliati, negli sguardi di traverso e nelle frasi a doppio senso, dove gli eredi del Ku Kux Klan sono ancora vivi e cercano di portare avanti la loro lotta in nome di Dio.

– Nel nome dei nostri padri e nel nome di Dio. L’hai sempre fatto per proteggerci, l’abbiamo sempre fatto per proteggere. E non dimenticare il fiume, Moses. È lì che è cominciato tutto. Da allora abbiamo servito il Signore per una vita.

Un dio che distingue gli esseri umani dal colore della pelle e garantisce paradiso ai bianchi e inferno in terra e nell’aldilà ai neri.

“Bianco”, però non è un libro storico, non racconta quello che è stato e non è più. Parla di un passato che purtroppo è ancora attuale. Perché l’odio verso il diverso, verso il nero non è sparito, si è nascosto, vive di proclami, di slogan, di diffidenza. E oggi come allora essere nero vuol dire guardarsi le spalle, non poter vivere come si vuole, stare attenti ai propri gesti, al quartiere dove di compra casa, al lavoro che si fa, a chi ci si sposa. Vuol dire insegnare ai propri figli a tenere bassa la testa, a non indossare un cappuccio, a non giocare con armi giocattolo.

“Bianco” è un romanzo crudo, con immagini forti, che possono disturbare, ma dato l’argomento non poteva essere diversamente.

Ci si potrebbe domandare perché Missiroli scelga di raccontare questa storia così lontana dalla nostra cultura e tradizione, ma ha comunque poca importanza dato il libro indimenticabile che ci ha regalato.

Bianco di Marco Missiroli (2009) – Einaudi Super ET (2022) – pag. 216

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