Uno scrittore in tournée dotato di vivida immaginazione che lo porta a non saper distinguere cosa è vero da cosa è falso, che probabilmente sta fuggendo da qualcosa che lo turba.
Un ragazzino nero come l’inchiostro, a cui i genitori hanno insegnato l’arte dell’invisibilità.
Un America violenta dove poco più che bambini vengono crivellati di colpi dalla polizia per le strade.
Strade dove ragazzini marciano per protesta rivendicando il diritto di esistere al grido di “Black Lives Matter”.
In mezzo battute da film degli anni ‘40, dove il fascino immortale di Bogart e Bergman in Casablanca è ancora qualcosa di irripetibile.
“Che razza di libro!” di Jason Mott intreccia tutti questi elementi in un romanzo che unisce ironia, verve umoristica, battute fulminanti, al significato più profondo di cosa significa essere neri.
La storia alterna capitoli dedicati al giovane scrittore e al suo viaggio di promozione, a quelli dedicati ad un bambino nero. Capitoli dal tono diverso, i primi irriverenti, spiritosi, assurdi, i secondi in cui il tono si fa decisamente più serio. Il bambino nero come la notte, chiamato “Nerofumo” e preso di mira dai bulli, disprezzato, strapazzato, desideroso di riuscire a raggiungere il dono che i suoi genitori gli hanno promesso: quello di diventare invisibile.
Lo scrittore, fin dall’inizio, ci mette in guardia sulla sua incredibile fantasia e sulla probabile inaffidabilità di quello che racconta.
È uno di quei momenti (e in tutta sincerità, vale per ogni momento della mia vita) in cui non saprei dirvi quanto è reale e quanto è immaginato. Ho una malattia. In effetti ne ho parecchie. La più interessante è quella per cui la mia mente se ne va per conto suo. È come un sogno ad occhi aperti, solo che non finisce quando voglio io. Permane. […] Fondamentalmente sono uno che sogna ad occhi aperti. Ma le mie fantasticherie tendono a persistere, più a lungo, e con maggiore intensità di quelle degli altri. O perlomeno, così mi hanno detto tutti i medici che mi hanno visitato. Il risultato è che la realtà è una cosa molto fluida nel mio mondo. Probabilmente è questo il motivo per cui mi sono infilato in questa storia della scrittura.
E che lo scrittore brillante e un po’ assurdo ci stia nascondendo qualcosa o non voglia affrontare qualcosa ci risulta chiaro quando accenna ad un sconvolgente fatto di cronaca che vede coinvolto un ragazzino nero e le manifestazioni di protesta che ne sono scaturite. Chi è il ragazzino morto? È quello che lo scrittore vede davanti a sé, che non sa se sia reale o frutto della sua vivida immaginazione? E da cosa sta fuggendo lo scrittore? Dai ricordi della sua infanzia, dal dolore, da traumi che non riesce nemmeno a definire?
Tra le tematiche affrontate da “Che razza di libro!” spicca proprio il colore della pelle dell’autore. Il fatto che lo scrittore sia nero non viene detto subito, emerge in una conversazione in cui l’interlocutore lo invita a prendere posizione, a dare “voce alla sua gente”. Elemento che indispone il protagonista.
«Voglio dire che gli scrittori bianchi non devono scrivere per forza dell’essere bianchi. Possono scrivere i libri che vogliono. Ma visto che sono nero…» mi fermo un attimo per guardami le mani e confermare che sì, sono effettivamente nero. Tutto combacia. «… posso solo scrivere della nerezza? Mi è permesso scrivere di altre cose? Mi è permesso essere altro, a parte il colore della mia pelle?»
Perché uno scrittore nero deve solo scrivere della sua esperienza, della sua emarginazione, della sua lotta, mentre lo scrittore bianco può spaziare in qualunque genere? Non è una forma di razzismo e di limitazione anche questa? Ma che porta anche a riflettere sul fatto che chi è bianco non fa caso al colore della propria pelle, mentre a chi non lo è viene invece ricordato in ogni singolo istante della sua esistenza.
“Che razza di libro!” è un romanzo estremamente originale, che, grazie ad una trama articolata, sovverte i classici parametri narrativi, alterna i piani, li sovrappone, racconta e cela al tempo stesso, una sorta di metanarrazione in cui il protagonista è uno scrittore esordiente diventato famoso grazie al suo primo romanzo, che si intitola proprio “Che razza di libro!”. E più volte la sensazione è quella che Mott ci stia raccontando la sua storia, che vi siano tratti biografici sparsi qua e là. Un romanzo in cui passato e presente, realtà e finzione si mescolano e non importa tanto riordinare la storia, capire cosa sia vero e cosa immaginato o inventato, quanto coglierne l’essenza fatta di brutalità ed ingiustizia, in cui il colore della pelle è uno stigma, un marchio impresso e inestirpabile. Al punto da far diventare l’invisibilità un super potere, un dono, un modo per scomparire, per non farsi trovare e, di conseguenza, per sopravvivere. Ribaltando in qualche modo il concetto espresso da “Uomo invisibile” di Ralph Ellison, dove l’uomo nero è invisibile, trasparente agli occhi dei bianchi, ed è come se non esistesse perché non conta. Qui l’invisibilità invece è positiva perché se non sei visto, se non esisti, nessuno può annientarti, uccidenti, umiliarti, offenderti.
Perché una cosa che spesso viene dimenticata al di là della discriminazione, del pregiudizio e della violenza subita dai neri, è la paura che li abita. Una paura strisciante e costantemente presente, un terrore soffocante che paralizza: essere nero vuol dire vivere con la consapevolezza che potresti non tornare a casa perché potresti essere fermato per un controllo, fatto scendere dall’auto, ammanettato, bloccato a terra senza respiro e senza alcuna possibilità di reazione, ed essere ucciso. Oppure perché hai fatto un movimento sbagliato, tirato su il cappuccio di una felpa, giocato con una pistola giocattolo.
Vincitore del National Book Award nel 2021.
Che razza di libro! di Jason Mott [Hell of a Book 2021] NN Editore (2022) – traduzione di Valentina Daniele – pag. 309

