Quanto deve essere potente una frase letta in un libro per continuare a galleggiare nella coscienza per più di trentanni?
Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere.
Ho letto “Il danno” di Josephine Hart nel 1993 e questa frase breve e lapidaria si è incisa nella mia memoria. Eppure a parte questa frase e la trama a grandi linee, del romanzo mi era rimasto ben poco e forse all’epoca non avevo neanche colto tutta la potenza di questa storia. Eppure questo libro in poco più di centocinquanta pagine racconta la caduta di un uomo, la rovina di una famiglia e l’ossessione in modo eccelso. Capitoli brevi, frasi secche per un romanzo intenso e complesso.
Protagonista è il dottor Stephen Fleming, un uomo compassato, uno stimato professionista, sposato con Ingrid, figlia di un esimio deputato conservatore, entrato in politica su pressione del suocero. Un uomo accorto, preparato, cresciuto con l’idea, nonché professione di fede del padre, che nella vita sia possibile decidere e andare avanti grazie alla forza di volontà.
“La volontà. La più grande qualità dell’uomo. Poco usata dalla maggioranza. La soluzione di tutti i problemi della vita.”
Nella sua vita nessun rischio, nessun passo falso, ma anche nessuna passione.
Recitavo le parti che mi venivano richieste, come il professionista di una buona compagnia di prosa inglese. Affidabile, competente, fiero del mio lavoro, ma così lontano dalla magia di un Olivier o di un Gielgud da non sembrare affatto un attore. La passione che trasforma la vita, e l’arte, non sembrava appartenermi. Ma in tutti i suoi elementi essenziali, la mia vita era una buona rappresentazione.
Stephen ha due figli, un maschio che sceglie di non seguire le orme del padre e di diventare giornalista, e una figlia appassionata d’arte, impiegata nell’ufficio grafico di una casa editrice. Considerati dall’uomo l’unico vero azzardo dell’esistenza, visto che aumentano la debolezza dei genitori – non possono essere scelti come invece si può fare con l’oggetto d’amore o il compagno di vita -, e sono soprattutto “elementi” che condizionano in bene o in male l’esistenza successiva.
A cinquant’anni si reputa un uomo realizzato e si domanda come sarebbe stato diverso il giudizio su di lui se fosse morto in quel momento: il suo funerale sarebbe stato quello di un uomo favorito dalla sorte, morto forse troppo giovane, amato e riconosciuto.
E leggendo quella pagina, mi è tornato in mente l’avvertimento contenuto nell’Edipo Re di Sofocle: “Considera sempre l’ultimo dei giorni e non dire mai di un uomo che è felice prima che abbia varcato il confine della vita senza aver sofferto alcun dolore”, finché il velo nero della morte non cala non si sa cosa possa capitare alla vita di un mortale. E nulla, oltretutto, segnala che la catastrofe è vicina, nessun segno, nessun ammonimento.
Josephine Hart in poche pagine descrive la vita di un uomo normale, piatto, senza passione, senza stimoli, inconsapevole che a breve la sua esistenza, le sue certezze, i suoi affetti saranno totalmente travolti.
E la rovina ha le fattezze di una giovane donna Anna Barton: una trentina d’anni, misteriosa e ambigua, così la descrive la prima volta la moglie. Ed Anna altri non è che la fidanzata del figlio.
E l’incontro farà deragliare la sua vita, annienterà tutto.
Stephen viene travolto, tutto quello che ha costruito non conta più niente, totalmente incapace di mettere un freno a ciò che sta accadendo. Perché per lui quell’incontro e l’intesa che ne è scaturita sono la sua prima chance di uscire da un’esistenza piatta, grigia, compassata e sentire sulla pelle, nella mente, la passione che travolge.
“Quali menzogne sono impossibili? Quale fiducia è tanto preziosa? Quale responsabilità è così grande da negare la possibilità di esistere a quest’unica chance in tutta l’eternità? Disgraziatamente per me, e per tutti quelli che mi conoscevano, la risposta era… nessuna.”
Per Stephen, Anna è un’attrazione totale, un’ossessione, una sorta di virus entrato sotto pelle e impossibile da controllare. Stephen vive con Anna una relazione di “lacrime e seme“, in cui lui sente di essere al limite estremo di se stesso, in una dimensione che non può essere inserita in un contesto normale.
Una passione totalizzante e devastante con una donna che ha subito un danno. Pericolosa, perché sa di poter sopravvivere.
E se le scelte, seppur distruttive di Stephen, sono in qualche modo comprensibili, perché legate alla scoperta di un lato nascosto, irrazionale, folle di sé, che per la prima volta lo fa sentire vivo, Anna rimane per tutto il libro un mistero. Una donna che ha bisogno di essere libera, non controllata, che necessita dei suoi spazi e dei suoi segreti. Una donna pericolosa proprio perché sa di poter sopravvivere. Un avvertimento che lei stessa dà a Stephen e che nel corso del libro viene ripetuto da altri, come se la consapevolezza della sopravvivenza rendesse immuni dal dolore e dall’orrore proprio o altrui.
“Il danno” è un romanzo disturbante, claustrofobico ed ipnotizzante, in cui il senso d’ineluttabilità e di tragedia incombente è tangibile fin dalle prime pagine. Un mix di “eros e thanatos” che intriga e sconcerta al tempo stesso.
Best seller degli anni ’90, ha venduto 5 milioni di copie. E nel 1992 ne è stato tratto un film di Louise Malle con protagonisti Juliette Binoche e Jeremy Irons, forse ancora più noto del libro.
Il danno [Damage 1991] di Josephine Hart – Feltrinelli (1991) – traduzione di Vincenzo Mantovani – pag. 167

