Salvarsi dalle mostruosità siano esse manifeste o celate

Non è un libro facile da approcciare, Apeirogon di Colum McCann: una narrazione spezzettata, capitoli brevissimi, alcuni di una sola frase, tantissime immagini disparate e, in mezzo, frammentata ma non meno dolorosa, la storia di due padri, divisi dalla religione, dalla lingua, dai muri, ma uniti da un dolore simile, quello di aver perso la propria figlia.

Apeirogon è la storia dell’incontro tra Rami, gerosolimitano di settima generazione, disegnatore di pubblicità e grafica, e Bassam, nato a Hebron, incarcerato per sette anni in una prigione israeliana, che ha imparato l’ebraico e studia la Shoah. Accomunati dalla tragica morte delle loro rispettive figlie. Smadar,“grappolo della vigna”, – quattordici anni ancora da compiere -, una passione per Sinead O’Connor e la canzone Nothing Compareas 2 U, le cuffiette nelle orecchie, i capelli rasati e i piercing, che ricaricava ogni sera l’orologio del nonno, saltata in aria per un attentato suicida tra le strade di Gerusalemme. E Abir, “fragranza del fiore”, dieci anni, che amava i braccialetti di caramelle, come quello acquistato l’ultima maledetta mattina, disegnare e scrivere in un angolino dell’auto del padre, perché le piaceva che il suo nome viaggiasse per strada; sognava di vedere il mare e di diventare ingegnere per costruire ponti, uccisa da un pallottola di gomma.

La descrizione del fatto è intervallata da immagini apparentemente incongrue: Mitterand e il suo ultimo pasto; Philippe Petit – il funambolo che aveva camminato su un filo teso attraverso la valle dell’Hinnom, con una colomba bianca nella tasca -; la resurrezione di Lazzaro, lo scambio epistolare tra Freud e Einstein; il campo modello di Theresienstadt; il ritrovamento dei Rotoli del Mar Morto; il fiume Giordano; la croce di Gesù; l’albergo aperto da Bansky a Betlemme; il Minbar di Saladino nella Grande Moschea di Gerusalemme.

E ancora i riferimenti letterari: Borge, Le Mille e una notte, Rumi, La conferenza degli uccelli di Farid ud Din Attar, la storia di Kalila e Dimna, il poeta Mahmoud Darwish, i pensieri di Pascal.

McCann sceglie di raccontare brevi aneddoti, narrare storie antiche e moderne, citare altri romanzi, svelare la nascita di oggetti (soprattutto armi). All’inizio si rimane spiazzati ed interdetti. Cosa c’entra il volo degli uccelli o il loro inanellamento, le rotte migratorie o la falconeria, con la Cisgiordania? O il soggiorno di Borges a Gerusalemme, le teorie cabalistiche o il restauro della Cappella Sistina con l’Intifada, gli attentati suicidi, gli accordi di Oslo? E ancora cosa c’entra l’Irlanda, la sua lotta contro l’Inghilterra con il muro costruito per dividere i territori occupati, e rendere impossibile la vita ai palestinesi?

Eppure, andando avanti, facendosi trasportare da quella narrazione così sincopata, non si può non rimanere affascinati da Apeirogon: 500 capitoli, un capitolo 1000 nel mezzo e altri 500 capitoli, che scorrono all’inverso rispetto ai primi.

Apeirogon, come il poligono che ha un infinito numero di lati, ha l’aspetto di un prisma in cui la luce che entra si scompone facendo vedere la ricchezza dell’arcobaleno.

Titolo e narrazione come metafora di una molteplicità di punti di vista, come la verità che non è mai unica, come la frammentazione della realtà storica, geografica di due popoli opposti e contigui, come la complessità della violenza che tormenta il Medio Oriente. Ma anche richiamo al capolavoro assoluto de Le mille e una notte, dell’incanto del racconto, dell’ascolto, che porta con sé la capacità di immedesimarsi, di farsi partecipe dell’altro, del suo dolore, della sua esperienza e quindi del suo racconto.

I due padri Bassam e Rami, fondatore l’uno, instancabile testimone l’altro, hanno dato vita al movimento Combattenti per la pace per usare “la potenza del loro dolore come arma”. Due uomini che senza il lutto che li accomuna non si sarebbero mai incontrati, tanto distanti e opposti sono i loro mondi.

Per quanto sembri strano, in Israele non sappiamo cosa sia l’Occupazione. Sediamo nei caffè e ci divertiamo, e non dobbiamo farci i conti. Non abbiamo la minima idea di cosa significhi dover superare un checkpoint ogni giorno. O vedere confiscata la terra della nostra famiglia. O vederci svegliare con un fucile puntato contro la faccia. Abbiamo due ordini di leggi, due ordini di strada, due ordini di valori. Alla maggior parte degli Israeliani questo sembra possibile, una bizzarra distorsione della realtà, ma non è così. È che noi, semplicemente, non lo sappiamo. Per noi la vita è bella. Il cappuccino è buono. La spiaggia è libera. L’aeroporto è lì a due passi. Non abbiamo alcun accesso all’effetto che fa vivere in Cisgiordania o in Gaza. Nessuno ne parla. Non ti è permesso mettere piede a Betlemme, a meno che tu non sia un soldato. Guidiamo lungo le nostre strade percorribili solo dagli Israeliani. Scansiamo i villaggi arabi. Costruiamo strade sopra e sotto di loro, ma solo per farne gente senza volto.

La vita dei palestinesi è caratterizzata da ingiustizie, apartheid, checkpoint per passare da un punto all’altro, a volte per attraversare soltanto una strada per arrivare da casa ai campi o al lavoro. Perché la vita nei Territori Occupati è dura, l’occupazione israeliana è disumana, e la violenza a volte è l’unica risposta alla disperazione senza appello e senza futuro.

Da bambino pensavo che essere Palestinese, musulmano, arabo, fosse una punizione divina, e me la portavo dietro come un grosso peso intorno al collo. Da bambino non fai che chiedere perché, ma da adulto di chiedere perché te lo sei già dimenticato. Accetti e basta. Hanno distrutto le nostre case. Accetti. Ci hanno ammassato attraverso i checkpoint. Accetti. Ci hanno detto di ottenere permessi per cose che loro hanno ottenuto gratis. Accetti. Ma in prigione cominciai a riflettere sulle nostre esistenze, sulla nostra identità, in quanto arabi, e questo mi portò a riflettere anche sugli ebrei. E a quel punto compresi che l’Olocausto era reale, era successo per davvero. E cominciai a pensare, all’inizio con riluttanza, che gran parte della mentalità degli Israeliani doveva essere scaturita da quello. Decisi così di provare a capire chi fosse davvero quella gente, quanto avesse sofferto, e perché nel ‘48 avesse scaricato la sua oppressione su di noi, e avesse continuato a farlo, rubando le nostre case, portando via la nostra terra, infliggendoci la nostra Nakba, la nostra catastrofe. Noi, i Palestinesi, eravamo diventati le vittime delle vittime.

Un romanzo potente che fa riflettere sulla situazione israeliano-palestinese ma pone l’accento su come la pace, al momento, più che mai utopica, possa e debba essere più che una possibilità.

E così ho cominciato a capire che era nostro dovere cercare di comprendere quello che stava succedendo. Una volta che sai quello che sta succedendo, cominci a pensare: Cosa possiamo fare per risolvere questa situazione? Non possiamo continuare a ripudiare la possibilità di vivere gli uni accanto agli altri. Non sto necessariamente chiedendo che tutti quanti vadano d’accordo, né proponendo qualcosa di sdolcinato o utopistico, sto solo chiedendo che a tutti venga concesso di andare d’accordo.

Come si domanda a più riprese Rami uccidere un arabo riporterà in vita Smadari?

Poi dopo un po’ cominci a farti delle domande, sapete, noi non siamo animali, possiamo usare il cervello, usare la nostra immaginazione, dobbiamo trovare il modo di alzarci la mattina. E ti chiedi, Uccidere qualcuno mi restituirà mia figlia? Uccidere un arabo sì e uno no la farà tornare a casa? Provocare dolore ad altri lenirà il dolore insopportabile che ti sta lacerando? Bene, la risposta ti arriva nel bel mezzo di quella lunga notte, gelida e buia, e pensi, la polvere torna alla polvere, la cenere alla cenere, e questo è tutto. Non tornerà la tua Smadari.

Apeirogon è un viaggio. Una lunga riflessione sulla vita, sull’arte, sulla storia, sulla bellezza ed imprevedibilità dell’esistenza, sul dolore più atroce, sulla speranza, sulla follia. Un romanzo da cui si esce arricchiti e sconvolti, pieni di domande. Consapevoli più che mai di come aprirsi agli altri, cercare di capire il loro punto di vista e il loro dolore, sia l’unico modo per rimanere umani.

Apeirogon di Colum McCann (2020) – traduzione di Marinella Magri – Universale Economica Feltrinelli (2022) – pag. 518

2 commenti su “Salvarsi dalle mostruosità siano esse manifeste o celate”

  1. Francesca Maglione

    Bell’articolo Laura! non era facile condensare un libro come Apeirogon così bene!
    A me ha affascinato immensamente perchè è un’opera con cui fai un viaggio attraverso storie intime, la Storia, le vicende casuali e quelle programmate e ti rendi conto che ogni piccolo gesto conta, che è importante conoscersi per non odiarsi, è importante restare umani come diceva non a caso Vittorio Arrigoni.

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