Dove l’orizzonte si curva

“La curvatura dell’orizzonte”, opera d’esordio di Michele Del Vecchio, ci trasporta in un tempo sospeso dove fantasia e realtà si incontrano su un’isola alla deriva nel Mediterraneo, un luogo di sbarchi e di naufragi: “un presepio scompagnato, cresciuto in un guazzabuglio di stili e colori”. Lì vive Leda, una ragazzina che affronta la vita a modo suo.

All’epoca dei fatti avevo tredici anni e una brutta insufficienza in matematica. Non andavo presa sul serio. Ero piccola. E femmina. Per di più, non una di quelle bambine graziose e sapute, ma una mina vagante: faccia da schiaffi e ginocchia sbucciate pure sotto il vestito buono della domenica.

Una madre, Gemma – piena di talento, ma ormai “impotente, inutile, dimenticata”, che ha perso la voce -, e un padre, ricomparso dal nulla, che si è imposto alla figlia e al paese candidandosi come sindaco.

Leda ricerca piccoli tesori con il metal detector per poi custodirli nella soffitta di casa “la stanza delle cose spaiate”,come l’ha definita il suo unico amico Giosuè, che vede in quegli oggetti abbandonati o dimenticati il modo in cui lei cerca di aggiustare le crepe dell’esistenza.

Il metal detector era affascinato dagli oggetti con una storia passata. Le cose smarrite, al contrario mio, avevano viaggiato. Cullate dal mare, raccolte dalla terra, risparmiate dal fuoco degli inceneritori, conoscevano l’aria e con lei la pace, nel sottotetto di casa nostra. Alcune di ossidavano. Altre vivevano una seconda esistenza.

Leda e Giosuè cercano di riempire le ore lunghe e lente dell’estate, ma la noia finisce quando una ragazza, ritrovata in un canneto, li metterà di fronte a sfide da affrontare e a domande a cui trovare una risposta.

I due ragazzi daranno vita ad una sorta di banda a cui poi si aggiungerà anche Saverio – ex compagno di classe, bullo di cui Leda ha conquistato il rispetto -, Marina, la giovane “sirena” ritrovata -, Nausicaa – ovvero l’anima di Ermanno, lo zimbello dell’isola -, e Angelo, il nipote della bibliotecaria, studioso e serio. Elementi estranei all’isola e alle sue regole, reietti all’oscuro dei principi che tacitamente reggono tutto in equilibrio e dei misteri e i segreti che si annidano tra le case e lo splendore del mare.

[…] consultavamo volumi di sirene, ninfe, creature del mare. Spaziavamo dal folklore all’Europa del Nord, dalle leggende mediterranee alle saghe nordiche. Ma davanti alla lettura di storiacce di tempesta e annegamenti, la purezza d’animo di Marina – nel frattempo prigioniera dell’incantesimo della sala audiovisivi – ci confondeva. Era la più innocente tra noi. Quando io e Giosuè ci imbattemmo nelle versioni alternative della storia – sirene dalla natura opposta: non più sadiche, ma presenze benefiche – , gridammo vittoria.

Michele Del Vecchio trascina il lettore in una sorta di sogno, in una dimensione onirica, dove convivono le sirene, i mostri marini e altre creature spaventose, in cui il richiamo al mondo mitologico e alle fiabe (a partire da Omero per arrivare ad Andersen) è fortissimo. Atmosfere sospese, in cui realtà e illusione, incubo e concretezza si mischiano. A tratti pare di leggere una fiaba dark, oscura e ammaliante, in cui il confine tra vero e immaginato si confonde come la linea dell’orizzonte che si curva e si deforma.

Un romanzo di formazione, in cui il cambiamento, la rottura – che sia un gesto di rivolta (come rasarsi i capelli), o la necessità di non adattarsi ad una vita imposta -, l’esigenza di affrontare i propri limiti e comprendere o abbattere i propri confini, muovono i protagonisti.

E se Leda è il personaggio principale (la voce narrante, lo sguardo primo, nonché il cuore pulsante del romanzo, con la sua generosità, la sua inquietudine, la sua diversità, l’istinto sviluppato di chi nella vita deve lottare per sopravvivere), centrale è la dimensione corale, il legame che cementa gli uni con gli altri, l’unione che li porta ad affrontare i propri e altrui demoni e a sconfiggerli.

“Voce del verbo ‘ledere’, modo congiuntivo, tempo presente: che io leda, che tu leda, che egli leda” , se ne faceva beffe Vincenzo. “Sei un danno per definizione”, concludeva.

In “La curvatura dell’orizzonte”, la narrazione procede per accumulo: elementi, particolari, pezzetti apparentemente slegati che vengono inseriti nella storia. E su questo punto devo ammettere che per un attimo ho tremato. E se tutto questo materiale, tutti questi particolari, questi filoni narrativi alla fine non trovassero una conclusione? Se rimanessero tanti fili sospesi, come spesso accade in tanti libri, serie, o film, che non vengono in conclusione riallacciati? Michele Del Vecchio, invece, con enorme maestria, riesce a riannodare ogni filo, a mantenere coerenza narrativa, per cui tutto viene spiegato, tutto trova una soluzione chiara e precisa.

“La curvatura dell’orizzonte” è un romanzo onirico e poetico, capace di tenere in equilibrio realismo e simbolismo, ambientato non a caso su un’isola, luogo magico per eccellenza, “l’altrove”pieno di creature mitologiche e di mostri, che, come sempre, non sono poi il pericolo da cui guardarsi e da temere.

La curvatura dell’orizzonte di Michele Del Vecchio – Nutrimenti (2026) pag. 262

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