Amore e arte, binomio infallibile e devastante. Il tre, numero perfetto, che da numero dispari diventa pari e funziona, sì, ma per quanto e a quale prezzo, per trasformarsi infine in numero impossibile. Si potrebbe riassumere in questa manciata di parole “Troppo amore” di Almudena Grandes, la storia di tre giovani artisti, compagni all’Accademia di Belle Arti di Madrid. Maria José, Jaime e Marcos, si conoscono a lezione, diversi per carattere, tecnica pittorica, famiglia, possibilità economica. Si frequentano, si ammirano e si invidiano allo stesso tempo. Jaime è un disegnatore eccezionale, sa riprodurre qualunque immagine (sempre femminile, naturalmente) con perizia e rapidità. Maria Josè, o Josè, come preferisce farsi chiamare, è una ritrattista con una buona tecnica e un ottimo uso del colore, ma le manca quella grinta e quell’ambizione che invece non difettano a Marcos, sicuramente il più dotato dei tre, e l’unico difatti che riuscirà ad emergere e a diventare famoso. I tre studenti sono diversi anche caratterialmente: Jaime è travolgente e pieno di vita, Marcos timido e insicuro nonostante la bellezza e Josè che, fondamentalmente, non crede in se stessa. Insieme sono una forza, si compensano e creano un triangolo amoroso fatto di amore e di sesso.
Ero felicissima, credo che lo fossimo tutti e tre. Non mi facevo ancora domande perché non avevo bisogno di risposte, non avevo tempo di pensare e non lo volevo nemmeno trovare. I dubbi, la paura, la confusione dei primi giorni erano scivolati via tra le parole e i baci, i colori e le tele, per poi evaporare senza dare fastidio, senza far rumore. Il sesso è il sesso e l’arte è l’arte, e nella nostra storia c’erano entrambi in buona misura, insieme a parecchie altre cose, come il desiderio, la lealtà, la fiducia, la complicità, la dipendenza, l’armonia, la necessità, la sicurezza, l’ironia e anche l’amore, in diverse sfumature che soffiavano in direzioni differenti per poi convergere in una sola.
Nell’incanto di quel tempo sospeso, magico e un po’ incosciente che è la gioventù, questo terzetto vive la precarietà con sprezzo e follia, dividendo appartamento, letto e colori, preparando insieme le tele, assaporando vita e arte, bevendo e ballando fino a tardi, in un incastro apparentemente perfetto e impossibile da spezzare.
Io ero stata felicissima, allora, eravamo stati tutti e tre molto felici, e la vita era un letto grande, un balcone soleggiato, l’odore dell’acquaragia e di tre corpi sudati, il fumo, il rumore dei baci, delle risate. Vivere non è mai stato così facile come lo fu per noi allora, quando stavamo insieme, e insieme eravamo la gioia.
Ma il tre non è un numero pari e il terzetto si scompone e si ricompone, ma così facendo si disfa.
Ritroviamo una parte di quel terzetto alla fine, quando la vita “matura” ha preso il sopravvento, dell’amicizia e dei sogni sono rimasti solo ricordi, e rimpianti di quello che avrebbe potuto essere e non è stato. E quello spumeggiante terzetto che ha sfidato le convenzioni e il moralismo si è disfatto, spezzato.
Era troppo amore. Troppo grande, troppo complicato, troppo confuso, e azzardato e fecondo e doloroso. Era tutto quello che potevo dare, più di quanto mi convenisse. Per questo s’infranse. Non si esaurì, non finì, non morì, semplicemente s’infranse, crollò come una torre troppo alta, come una scommessa troppo alta, come un’aspettativa troppo ambiziosa.
“Troppo amore” è un romanzo crepuscolare, perché anche la parte più solare dei ricordi di giovinezza è velata da quello che accadrà, come una sorta di previsione di tragedia.
Le insicurezze dei tre, mai palesate, emergono in trasparenza nella gestione di un rapporto apparentemente paritario ed equilibrato, ma sempre sbilenco e sbilanciato. Nel loro rapporto si annidano le fragilità dei tre, soprattutto di Marcos, la sua fatica a vivere, mascherata e nascosta nel rapporto con gli altri, ma palese e dirompente nella sua solitudine e nella sua scelta finale.
Almudena Grandes sa raccontare benissimo il senso di invincibilità della gioventù e il sapore dei rimpianti della maturità, regalandoci una potente storia di amicizia, amore e arte.
E se la traduzione del titolo italiano pone l’attenzione su il troppo amore che lega i protagonisti, il titolo originale, “Castelli di carta”, rimanda fin dal principio all’impossibile relazione tra i tre.
Troppo amore di Almudena Grandes [Castillos de carton 2004] – Guanda (2020) -traduzione di Maria Valeria D’Avino – pag. 166

