Ho visto questo romanzo esposto in libreria appena uscito e mi ha chiamata. Capita, no, che un libro ti colpisca per qualcosa, a volte per il titolo, a volte per la copertina, a volte per la storia. In questo caso è stata proprio la storia descritta nella quarta di copertina, che oltretutto raramente leggo, a solleticare la mia curiosità.
Florence Knapp, in “Tre nomi”, parte dalla scelta di un nome. Cora, la protagonista, ha appena partorito e deve andare all’anagrafe a registrare il nome del figlioletto. Chiamarlo come il padre Gordon, il nome che i maschi di famiglia si passano di generazione in generazione? Oppure Julian, un nome che a lei piace molto per il suo simbolismo, ma che è anche un omaggio al marito, dato che significa “padre del cielo”? Oppure accontentare la piccola Maia e dargli un nome inconsueto e particolare come Bear?
”Tre nomi” si snoda proprio nelle possibilità che ognuno di questi nomi apre. Perché dalla scelta che Cora farà, il destino suo e dei suoi figli prenderà strade diverse. E il romanzo seguirà questi percorsi esistenziali procedendo di sette anni in sette anni, e approfondendo come ogni vita sia frutto di scelte, di possibilità, di relazioni che cambiano la traiettoria e il destino finale.
Se ci pensiamo bene dare un nome alle cose significa farle esistere, dargli una collocazione nello spazio e nel tempo. Il nome è il nostro primo biglietto da visita, la prima impressione che forniamo agli altri, eppure non deriva da una nostra scelta, perché ci è stato imposto alla nascita, perché suona bene, perché è il nome di una persona cara, perché è legato ad un ricordo, ad un‘emozione, ad un suono. Comunque sia, il nome ci accompagna per tutta la vita e a volte ci condiziona.
I romani lo reputavano estremamente importante: non per nulla la massima “nomen omen” – tratta da un passo della commedia “Persa” di Plauto (“nomen atque omen” nome e allo stesso tempo premonizione) –, è legata proprio al fatto che il nome sia augurio e allo stesso tempo presagio (omen ha questa doppia connotazione in latino).
E questo mi ha fatto ripensare a mio nonno, grande culture della cultura greco-romana, che diceva sempre quanto fosse importante dare il nome giusto: come fai a chiamare Massimo un bambino gracilino, e invece Gaia o Ilaria una bambina triste? Per questo lui odiava il suo nome Lelio (dal greco λάλος (lalos, “loquace”, e dal verbo λαλέω, laleo, “parlare”, “chiacchierare”), che lui traduceva come “chiacchierone” in senso negativo di pettegolo.
E su questa idea che il nome sia collegato al destino l’autrice costruisce il suo romanzo, perché ad ogni nome è collegato un destino diverso.
Se Cora chiamerà suo figlio Bear, come vuole la sorella, perché suona “morbido, coccoloso e gentile, ma anche coraggioso e forte”, farà una scelta istintiva, originale, slegata dalla tradizione familiare e dal nome come simbolo. Se, invece, opterà per Julian, sarà l’elemento simbolico a prevalere. Nel caso di Gordon continuerà una tradizione familiare, anche se per lei sarà una forzatura e non una scelta. E il bambino che porterà uno di questi nomi avrà un destino diverso, determinato proprio dalla scelta fatta dalla madre, ma che innescherà cambiamenti anche nelle vite di Cora e di Maia.
“Tre nomi” mi ha ricordato la struttura del capolavoro di Paul Auster “4321” senza averne la complessità: l’idea delle “sliding doors” degli slittamenti esistenziali, perché ogni scelta non fatta porta necessariamente ad una versione alternativa, simile ma diversa, di noi. E così i tre ragazzi si troveranno a vivere un destino diverso, una versione di quello che avrebbero potuto essere.
“Tre nomi”, però è anche un romanzo sulla violenza domestica, sugli effetti e le possibili conseguenze della vita con un uomo rispettabile e rispettato fuori casa, ma che tra le mura di casa esercita violenza psicologica e fisica. E, soprattutto in una delle vite, emerge come sia possibile, attraverso il controllo economico, isolare progressivamente la vittima, privarla di qualunque autonomia decisionale, controllarla al punto da farle dubitare di se stessa e renderla incapace di interrompere il ciclo dell’abuso.

Gordon studia i lineamenti di Saturno. Ricorda di essere rimasto terrorizzato da quel volto la prima volta che lo aveva visto, ricorda lo sconforto che aveva provato quella sera al ristorante quando aveva discusso con Maia. Ma ora vede qualcosa di diverso in quella figura: dove un tempo aveva notato potere e rabbia, adesso scorge solo disperazione. Paura.
Florence Knapp, con un linguaggio semplice ed essenziale, scrive un romanzo attuale e disegna le personalità delle varie vite in modo eccellente.
Un romanzo scorrevole e non banale che fa riflettere sulle scelte, sulle opportunità e sui carichi che spesso ci portiamo dietro in modo inconsapevole ma che condizionano la nostra vita.
Tre nomi [The names 2025] di Florence Knapp – Garzanti (2026) – traduzione di Federica Merati – pag. 352

