Nel corso della mia lunga vita da lettrice sono molte le passioni letterarie che mi hanno coinvolta. Una di queste portava il nome di uno scrittore e drammaturgo austriaco, Arthur Schnitzler, acuto osservatore della società viennese di inizio ventesimo secolo. Medico, psichiatra, affascinato dalla psicoanalisi e dalle teorie di Sigmund Freud, con cui tenne una lunga corrispondenza, nelle sue opere sperimenta, per primo, la tecnica del cosiddetto monologo interiore. Schnitzler indaga attraverso l’indagine introspettiva la psiche dei suoi personaggi, scandagliandola in tutti i suoi aspetti più intimi e penetrando così nei meandri più complessi dell’animo umano. In ogni testo vi è sempre la presenza pulsante di amore e morte. Conosciuto per essere autore di Doppio sogno, portato alla ribalta in un film di Kubrick, molte altre sono le opere affascinanti e conturbanti dell’autore austriaco. E tra queste spicca “La Signorina Else”: una sorta di flusso di coscienza, tumultuoso e doloroso, in cui la giovane protagonista sviscera la drammatica situazione in cui si trova, a causa dell’atteggiamento a dir poco irresponsabile della famiglia.
Else è una giovane donna, bella e appassionata, in vacanza con una zia a San Martino di Castrozza. E lì riceve una lettera della madre che, in modo mellifluo, la invita a “sacrificare” la propria virtù per salvare l’onore della famiglia. L’unica soluzione per salvare dal disonore la famiglia è trovare al più presto un’enorme somma di denaro e l’unico che possa far fronte a questa richiesta è un ricco antiquario invaghito della ragazza.
Tutto il testo, a metà tra il romanzo breve e il racconto lungo, si dispiega nel turbamento, nell’analisi, nel monologo interiore in cui la protagonista analizza la situazione, pensa alle possibili soluzioni, si domanda cosa fare, maledice la famiglia. Else ride della situazione e un attimo dopo si dispera, incredula di fronte alla freddezza con cui la madre è pronta a sacrificarla pur di non compromettere l’onore familiare, senza una parola, un sentimento per lei, per sua figlia, trattata come un oggetto senza valore, una merce di scambio. In questo modo vengono messe in rilievo il cinismo della società, la corruzione della stessa e anche dell’ambiente familiare che invece di difendere i propri figli, li immola sull’altare dell’interesse.
Un testo spietato in cui la fragilità e la bellezza della ragazza, i suoi sogni, i suoi desideri, vengono calpestati, senza rimorsi, senza dubbio alcuno, per coprire gli errori del padre. Schnitzler combina in uno strepitoso, vibrante monologo interiore le fantasie, le paure, l’orgoglio adolescenziale con le vere e proprie allucinazioni a cui ciò che le è stato richiesto, spinge la fanciulla.
Oh Dio, dove sono stata? Lontano, molto lontano da qui. E che cosa ho sognato? Che ero già morta, mi sembra. E che ormai non avevo più pensieri, non ero costretta a lambiccarmi il cervello. Trentamila, trentamila… non li ho ancora. Devo prima guadagnarmeli. Ed eccomi seduta da sola al margine del bosco. Le luci dell’albergo brillano fin qui. Devo rientrare. È tremendo dover rientrare. Ma non c’è un minuto da perdere.
Ho ripreso il mano il libriccino di Schnitzler dopo più di trent’anni e ho ritrovato i motivi per cui lo amavo tanto da ragazza: la precisione quasi chirurgica con cui i sentimenti, le emozioni, i moti dell’animo vengono messi sulla pagina, sezionati, analizzati, passati quasi al microscopio. E l’ho fatto dopo averlo trovato citato ne “La signorina Spencer” di Christine Orban, in cui l’autrice paragona Diana a Else, entrambe giovani, piene di sogni, desiderose di amore, ma spinte ad una situazione ingestibile per l’onore della famiglia.
Else! Else! Mi chiamano da tanto lontano! Ma che cosa volete? Non svegliatemi. Sto dormendo così bene. Domani mattina. Sogno e volo. Volo… volo… volo… dormo e sogno… e volo… non svegliatemi… domani mattina… El… Volo…sogno… dormo… sogno… so… so… vo… –
Se non conoscete Arthur Schnitzler fateci un pensierino, non ve ne pentirete.
La signorina Else di Arthur Schnitzler [Fraulein Else 1924]– Piccola Biblioteca Adelphi (1991) traduzione di Renata Colorni – pag. 121

