Lo spessore di un capello

«Impossibile immaginare, in quel momento, che tre giorni più tardi, nella notte tra giovedì e venerdì, Étienne avrebbe ucciso sua moglie».

Sappiamo fin dall’inizio, addirittura dalla prima pagina quale sarà l’epilogo drammatico del romanzo, eppure il sapere la tragica conclusione non toglie nulla alla tensione strisciante che caratterizza questo intenso romanzo di Claire Berest “Lo spessore di un capello”.

“Lo spessore di un capello” è la storia di una coppia apparentemente solida, dieci anni di matrimonio, azioni e gesti ripetuti e consolidati.

Étienne è un correttore di bozze in una piccola casa editrice, meticoloso e preciso fino all’eccesso. Violette, “Vive”, è una fotografa, creativa ed irrequieta. Lui vive seguendo precisi rituali: i concerti di musica classica del martedì sera, le vacanze in Italia ad agosto. Sempre puntuale e rigoroso, sceglie sempre lo stesso tavolo, segue sempre gli stessi rituali. Lei solare, allegra, piena di progetti, di idee, di una vita sociale fatta di mostre, di esposizioni, di cene che il marito tollera a malapena.

Una relazione simile a quella di molte coppie: diversità caratteriali, compromessi, litigi e riappacificazioni.

Entrambi si calavano perfettamente ciascuno nel proprio spartito. Analogamente alle avversità che forgiano e rinvigoriscono il carattere, i contrari si attraggono perché si rassicurano e chiudono le brecce.

Eppure seguendo l’incalzare degli avvenimenti che porterà al tragico epilogo, scopriamo come la personalità di Étienne sia agli antipodi di quella della moglie. Un uomo che fin da studente non è mai stato “al corrente” delle cose, che è sempre stato “l’ultimo a sapere”, fosse una festa, un rinvio d’esame, un modo di comportarsi o essere. Persino il suo sogno di essere musicista si è infranto perché è una carriera che si inizia da piccoli e sua madre non lo ha mai incoraggiato né ha nutrito alcuna ambizione per lui. Un uomo rigido, con un’idea piuttosto ambiziosa di sé e delle proprie qualità, che non è riuscito a fare la carriera desiderata. Laureato con una tesi su Joachim Du Bellay, quando la sua reale passione era Paul Verlaine; bocciato per poco ad un concorso pubblico per l’École des Chartes, primo passo per la carriera da conservatore del patrimonio culturale dello Stato, che non ha mai voluto ripetere, è diventato correttore di bozze per caso, svolgendo però il suo lavoro con una minuziosità eccessiva: non corregge solo gli errori di grammatica, i refusi, i concetti eventualmente poco chiari delle opere, ma addirittura li riscrive, li stravolge, nell’idea che il suo modo di scrivere e di rendere i concetti sia migliore, che l’autore pubblicato sia sopravvalutato.

Aveva badato a non affrettare le cose, al contrario, aveva preferito lasciare a lei la facoltà di stabilire tempi e modi, si sorbiva paziente la litania dei tradimenti di Matthieu con due t e le faceva pure delle domande, molte domande, per poi starsene tranquillo in silenzio, quando lei rispondeva, spesso prolissa, un po’ scombinata nell’esposizione, talora non del tutto comprensibile, la trovava ingarbugliata e irrequieta, e tuttavia, contro ogni logica, questo gli era piaciuto, perché tutte quelle parole e quel gesticolare creavano un dolce vortice di allegria; andavano al cinema e a bere un caffè di pomeriggio, oppure una birra la sera scegliendo sempre dei posti carini, capitava pure che Étienne la raggiungesse a una qualche festa perché spesso Vive riceveva inviti all’ultimo, feste nelle quali lei ballava e beveva con disinvoltura, e lui la guardava con lo spirito di uno che sta imparando un linguaggio nuovo. Anche lei doveva imparare un linguaggio nuovo, in effetti.

Eppure la minuziosa attenzione ai dettagli, l’incapacità a lasciar correre, le difficoltà a vivere la sua epoca sono state accettate da Vive. Il fatto che lei lo trovi buffo ed originale fa stare bene Étienne, che non coglie l’insofferenza della moglie verso quel continuo ripetersi di gesti e azioni.

Étienne è talmente concentrato su stesso, da non accorgersi che Vive ha cambiato taglio di capelli, e talmente convinto che le sue scelte siano ideali anche per la moglie da non accettare che la moglie non vada al consueto concerto del martedì – oltretutto quello di Mahler, per lui simbolo della loro relazione, visto che che proprio al concerto del compositore austriaco le ha chiesto di sposarlo -, né che lei consideri le vacanze in Italia un dovere, un diktat, un’imposizione.

L’elemento conturbante di questo romanzo è proprio entrare nella mente di Étienne, vedere cosa lo spinga a commettere il gesto fatale. La sua incapacità di elaborare ed esprimere le proprie emozioni, le paranoie che gli fanno perdere completamente il contatto con la realtà, il carico di frustrazione e rancore che lo portano in un crescendo di furia e follia incontrollabile a commettere omicidio e poi a negare ciò che ha commesso.
Claire Berest è bravissima a descrivere i pensieri ossessivi e a descrivere quali atteggiamenti, gesti o parole della donna attivino in lui una rabbia muta che cresce pagina dopo pagina. Una rabbia che la moglie percepisce e teme.

Vive aveva da fare ed era ancora irritata per lo scontro del mattino, irritata e anche inquieta se non persino intimorita dai gesti impulsivi di suo marito, dai suoi sbalzi d’umore, nondimeno aveva risposto, per riflesso, per l’abitudine di evitare la stizza di Étienne quando a rispondergli, dopo una serie di squilli, era la segreteria.

E sebbene qualcuno possa in qualche modo empatizzare con questo uomo “spilorcio, permaloso, fragile. Freddo e ottuso. Psicologicamente rigido”, io l’ho trovato castrante, frustrato e pericoloso. Anima che emerge dai brevi intermezzi di verbali di polizia che descrivono l’interrogatorio di Étienne e descrivono l’orrore: duecentocinquantasei telefonate effettuate alla moglie tra mezzanotte e trentacinque e le cinque e quaranta del mattino e soprattutto le trentasette coltellate con cui ha messo fine alla sua vita.

Claire Berest attraverso una scrittura chirurgica e tagliente affronta una storia dolorosa, seppur terribilmente ordinaria: l’uccisione di una donna (moglie, fidanzata, ex) da parte dell’uomo che dice di amarla, di non volerla perdere, ma che per rivendicare il suo possesso, il suo diritto a controllarla, ad avere l’ultima parola su di lei, fino ad arrivare ad ucciderla. E quello che fa scattare la tragedia, come dice il titolo e la citazione in epigrafe di Daniel Zagury, psichiatra francese, ha “lo spessore di un capello”.

Assolutamente da leggere.

Lo spessore di un capello di Claire Berest [L’epaisseur d’un cheveu 2023] – Neri Pozza Bloom (2024) – traduzione di Roberto Boi- pag. 229

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