Quattro donne, quattro vite, quattro destini

La vita di un lettore è costellata di scoperte, a volte straordinarie come perle, a volte impensabili. È un po’ quello che è accaduto a me con questo libro, comprato non so nemmeno bene perché, messo in libreria e dimenticato, come ahimè mi capita spesso, e poi recuperato per un gruppo di lettura. Apro una parentesi per dire che i gruppi di lettura sono spesso delle vere e proprie benedizioni per i lettori acquirenti compulsivi e accumulatori seriali, perché permettono di tirare fuori e finalmente leggere quello che in un momento di raptus hanno acquistato e messo lì.

Il romanzo in questione è “Le quattro casalinghe di Tokyo” di Natsuo Kirino.

La storia di quattro colleghe di lavoro che condividono il massacrante turno di notte in uno stabilimento dove si confeziona il cibo precotto per confezionare le colazioni distribuite nei grandi magazzini.

Di età diverse, con caratteri e motivazioni diverse, ma legate da una sorta di solidarietà che le porta a lavorare insieme e aiutarsi come possibile.

Masako, quarant’anni, affidabile, misurata, eppure con uno sguardo e un modo di fare che incutono timore. Ha un marito e un figlio con cui ha un rapporto praticamente inesistente. È bella seppur non si prenda cura di sé, ma appare dimessa e fuori contesto.

Yoshie, la più anziana, vedova, con una suocera invalida di cui prendersi cura e due figlie egoiste. Viene chiamata la Maestra, per la perizia e la velocità con cui lavora. Si sente schiacciata dalla vita.

Kuniko, superficiale e vanitosa, con un palese complesso di inferiorità e l’incontenibile necessità di riempire i vuoti comprando abiti e accessori e accumulando debiti a non finire. Si dimostrerà anche invidiosa e maligna.

Infine Yahoi, la più giovane e bella, un marito e due figli, la più ingenua ed indifesa.

Quattro donne, quattro vite, quattro destini e quattro infelicità che si troveranno legate a doppio filo.

Soprattutto all’inizio dell’inverno, quando il sole tramontava presto, era particolarmente sconfortante alzarsi alla sera. Masako rimase a letto a contemplare il tramonto e l’oscurità che a poco a poco si diffondeva nella camera.

In quei momenti malediva il turno di notte e riusciva a capire perché alcune delle sue compagne di lavoro soffrivano di depressione. Ad annientarle non era solo il buio precoce, quanto piuttosto la sensazione di aver toccato il fondo, di essere ormai state tagliate fuori dalla quotidianità ordinata e disciplinata della gente perbene.

“Le quattro casalinghe di Tokyo” è un thriller o meglio un hard boiled, con tocchi splatter, che a tratti risulta disturbante per la veridicità e la vividezza di alcune scene forti, ma è soprattutto la rappresentazione disincantata della vita delle donne nel Giappone contemporaneo.

A parte l’intreccio che, come per ogni libro thriller, è meglio sia il lettore a scoprire, quello che emerge e colpisce è il ruolo femminile in una società patriarcale e maschilista, dove la donna è solo corollario e accessorio. Deve essere bella, curata, ma sottomessa, non deve avere ambizioni, deve lavorare (meglio se di notte come fanno le quattro protagoniste, così da non trascurare i tradizionali ruoli di cura), ma occuparsi, possibilmente in silenzio e senza desideri o aspettative, della casa, della famiglia e delle esigenze maschili. Quello che vuole, desidera, aspira non ha nessuna importanza. In qualche modo non è contemplato. Se è giovane e carina può soddisfare gli appetiti sessuali maschili, consapevole però che la sua stagione sarà breve ed effimera.

Sullo sfondo una metropoli tentacolare dove convivono i quartieri ricchi dai grattacieli sfavillanti, le zone a luci rosse pullulanti di case da gioco, i sobborghi fatti di case fatiscenti e gli enormi centri commerciali che attirano come falene i consumatori verso beni inutili e superflui. E su tutto il dio soldo, necessario per sopravvivere, ma sempre troppo poco per vivere in una società esosa nonché peso e misura del valore di ognuno.

Natsuo Kirino è davvero abile a tenere tutto insieme in un perfetto equilibrio di tensione e analisi, regalando al lettore il racconto lucido e spietato di una società opulenta e disperata, lontana anni mille dalla narrativa giapponese accogliente e “rassicurante” che offre storie delicate, ambientate in luoghi intimi come caffè o librerie, incentrate sulla quotidianità, i piccoli gesti e la guarigione emotiva, di cui spesso i titoli più venduti ci hanno abituato.

“Le quattro casalinghe di Tokyo” possiede una tensione narrativa che non molla mai la presa: seicentocinquanta pagine che incalzano e impediscono di mollare il libro prima di sapere che cosa accadrà. Eppure è un libro che scava nelle varie personalità, fa emergere le debolezze di ognuno, e intanto descrive una città alienante, soffocante e gelida al tempo stesso, in cui la solitudine è il minimo comune divisore. Tutti i personaggi descritti sono infinitamente soli e anelano ad essere, o almeno a sentirsi, liberi, liberi da legami che non hanno più senso, liberi da condizioni alienanti, da lavori ripetitivi, dai debiti, dagli obblighi, in una frase da una vita oppressiva e senza senso. E partendo da questo viene da fare una riflessione sul titolo italiano del romanzo, assolutamente fuorviante e senza senso: in queste pagine non ci sono casalinghe e soprattutto si perde la forza del titolo originale “Out”.

Le quattro casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino [Out 1997], Neri Pozza editore – Beat Bestseller (2022), traduzione di Lydia Origlia, pag. 652

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