L’ho già detto mille volte e mi ripeto ancora: la Biblioteca di Topolino, una serie di libri per ragazzi, uscita parecchi anni fa in allegato al famoso settimanale a fumetti della Disney, regala gioie. Piccole perle di autori più o meno noti, spesso titoli poco rinomati ma che regalano riflessioni anche a chi ha un range d’età decisamente superiore.
Il libro pescato stavolta è Bambini di farina di Anne Fine, autrice inglese che ha al suo attivo tantissime pubblicazioni per bambini e ragazzi di varie fasce d’età e anche libri per adulti, in cui fonde ironia e disincanto. Tra i suoi titoli più noti vi è ‘Madame Doubtfire’, da cui è stato tratto ‘Mrs Doubtfire – Mammo per sempre’, interpretato magistralmente e in modo indimenticabile da Robin Williams.
Bambini di farina racconta una sorta di esperimento scientifico, dato ad una classe di ragazzi “irrecuperabili”: turbolenti, distratti e disinteressati sia alla scuola che alle sue attività. Ragazzi che eccellono negli sport, ma che non hanno né voglia né stimoli per applicarsi ad un libro, che non stanno attenti in classe, che trovano noioso il fatto stesso di essere rinchiusi per ore in un edificio ad ascoltare passivamente lezioni inutili. E i professori che li “gestiscono” non hanno certo lo spirito per contrastare questo stato di cose.
Così, quando per la Fiera della Scienza la classe in questione deve scegliere cosa fare tra: tessuti (cucito), alimentazione (cibo), economia domestica (lavori di casa) puericultura (bambini) e diritti dei consumatori (economia), la scelta cade su “bambini”; e i ragazzi si vedranno consegnare un sacco di farina da tre chili – l’equivalente del peso di un neonato -, e dovranno occuparsene, cercando di evitare che perda peso, si sporchi, si laceri o che venga perso. Il tutto tenendo un diario giornaliero su cui annotare le attività compiute, con il rischio che professori, genitori, vicini di casa siano stati assoldati come “controllori” – o meglio “spie” -, e riferiscano di abbandoni o comportamenti non corretti nella gestione dei bambini di farina.
Si issò sopra la cattedra e cominciò a leggere le regole dell’esperimento:
Bambini di farina
1) I bambini di farina devono essere sempre tenuti puliti e asciutti. Verranno severamente puniti ogni segno di logorio, ogni macchia e ogni perdita di imbottitura.
2) I bambini saranno ufficialmente pesati due volte alla settimana, per verificare che non abbiano perso perso (cosa che segnala incuria o maltrattamenti) né che l’abbiano acquistato (cosa che indicherebbe manomissione o umidità).
3) I bambini di farina non possono essere mai lasciati da soli, notte e giorno. Chi, per assoluta necessità, dovesse allontanarsi dal suo bambino di farina, deve procurarsi una baby-sitter responsabile.
4) Bisogna tenere un diario del bambino, e compilarlo giornalmente. Ogni annotazione non può comprendere meno di tre frasi, né superare le cinque pagine.
5) Alcune persone (i cui nomi non saranno rivelati fino alla fine dell’esperimento) saranno incaricate di controllare il benessere dei bambini di farina e l’osservanza delle regole precedenti. Questi osservatori possono essere genitori,altri alunni, membri del corpo insegnante o altre persone.
Dopo l’iniziale e turbolento sgomento, la classe reagisce diversamente: c’è chi se ne disinteressa, chi decide che non verrà a scuola per un po’, chi opta di farne un’attività imprenditoriale – gestendo una sorta di babysittering a pagamento -, e chi invece finirà per prendere molto sul serio l’esperienza. Simon Martin, un ragazzone goffo, cresciuto con la madre e la nonna, infatti, prende subito a cuore quel sacco, che per lui diventa subito una bambina.
Lei era dolce. Aveva una cuffia rosa, con un bordo di pizzo e un grembiulino di nylon rosa, e sulla tela erano stati dipinti con cura due occhioni sexy con tante lunghe ciglia invitanti.
Per lui è l’inizio di una serie di riflessioni, via via sempre più profonde, su cosa significa essere genitore e su quanto cambi la vita quando un altro essere dipende completamente da te. Il ragazzo comincia a ragionare su quanto dev’essere stata dura per sua madre crescerlo da solo. A rimuginare su suo padre che se ne è andato dopo solo mille e otto ore, incapace di rinunciare alla propria libertà per occuparsi di un figlio. Perché un figlio non prevede ferie e neanche un orario di lavoro regolare: un figlio è tua responsabilità ed un impegno ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, trecentosessantacinque giorni l’anno. Una responsabilità che rallenta, ingabbia, ti taglia le gambe, riduce le tue possibilità. Ma anche qualcuno a cui basta uno sguardo per farti scioglierti, e che faresti qualsiasi cosa per proteggere e amare.
E se alla fine, dopo una serie di disavventure, Simon torna ad essere il solito Simon, lo fa con una consapevolezza in più: essere genitori deve essere una scelta, fatta al momento giusto, quando ci si sente pronti, quando si è sperimentato abbastanza, quando rinunciare a qualcosa non pesa più di tanto, non un errore.
E l’esperimento per almeno per uno di quegli adolescenti è stato davvero essenziale.
Bambini di farina è un libro che fa riflettere e pone parecchie domande: in primis sul ruolo di genitore, sempre così scontato, eppure così fondamentale. È stato interessante ragionarci con Filippo, che, a differenza mia, ha trovato il finale poco incisivo, perché secondo lui Simon alla fine non esce arricchito dall’esperienza, la archivia e torna a fare ciò che già faceva. Parere che non condivido: secondo me, Simon, capita la difficoltà e complessità dell’essere genitore, preferisce tornare ad essere adolescente ma con una consapevolezza in più, che lo porterà a non diventare padre per sbaglio.
Bambini di farina di Anne Fine [Flour Babies 1992] – Salani Editore (2005) – traduzione di Massimo Birattari – pag. 164

