Traiettorie che si sfiorano

Ci sono autori che rappresentano per noi una vera e propria coccola, perché il loro modo di raccontare ci ammalia, perché le storie che narrano ci incuriosiscono, perché i loro protagonisti sono verosimili e ciò che capita a loro potrebbe tranquillamente succedere anche a noi e soprattutto perché ogni loro storia racconta di noi o risuona dentro di noi. Per me un autore così è Matteo Bussola, e ogni sua uscita rappresenta un tassello di un più in un ampio racconto, fatto di piccole storie quotidiane, di momenti, di osservazione. Leggendolo ho sempre l’impressione che lo scrittore si metta ad osservare chi lo circonda e dai volti, dagli sguardi, dalle parole costruisca una storia.

Bussola ha raccontato la fatica ma anche l’incredibile magia di essere genitori in “Notti in bianco, baci a colazione”; la coppia, con tutte le crepe e le possibili ripartenze in “La vita fino a te” e “L’invenzione di noi due”; la complessità dell’universo femminile ne “Il rosmarino non capisce l’inverno” e le fragilità maschili in “Un buon posto in cui fermarsi”; gli incontri di tante vite in una stazione ne “Il tempo di tornare a casa”; il dolore e l’impotenza di fronte alla sofferenza dei figli nel più maturo “La neve in fondo la mare”.

Matteo Bussola mette sempre in scena degli intermezzi, che diventano incontri, traiettorie che si sfiorano e nel punto di contatto imbastisce una storia, un confronto. Non fa eccezione l’ultimo uscito “La luce degli incendi a dicembre”. Un treno, un incontro, la casualità di un posto sbagliato e la conversazione tra due estranei iniziata per passare il tempo, per sconfiggere la noia, prosegue perché tra i due passa in qualche modo una scintilla. Margherita e Marcello si conoscono così, lei sta scappando da una vita ripetitiva e senza senso, da una famiglia che la riconosce solo per quello che fa, ma non la vede nemmeno; lui sta tornando a casa. Entrambi fuori posto, entrambi insoddisfatti.

E poi, d’un tratto, mi sono ritrovata in testa una domanda, che non sono più riuscita ad allontanare: ma come ho potuto permetterlo? Perché non mi sono accorta di questa lenta deriva? O perché l’ho accettata come fosse inevitabile? Perché considero normale essere ignorata? E mi sono sentita invadere da un tale furore, una specie di incendio che non potevo più contenere, come se per tutto quel tempo, per tutti quegli anni, non avessi fatto altro che cercare di presidiare una casa in fiamme. Come se avessi improvvisamente visto il matrimonio, o l’essere madre, per quel che erano. Due cose che ogni giorno ti chiedono quanto sei disposta a perdere di te, pur di non perdere gli altri.

Iniziano a parlare, e a poco a poco affiorano le fragilità, i fallimenti, gli errori, i sogni, le personalità. Due vite che si lambiscono “fra le macerie della vita passata di lui e i frammenti di quella presente di lei”.

Io non credo nella statistica, disse.

Che significa che non ci credi?

Le statistiche omettono, le percentuali nascondono. Io credo nelle storie.

Nelle storie?

Le storie sono il contrario della statistica. Credo nella singolarità degli individui. Nella specificità dei percorsi. Nelle responsabilità personali.

Un romanzo breve, troppo breve, perché farebbe piacere al lettore rimanere ancora in compagnia di Margherita e Marcello, e infinitamente struggente, perché è un viaggio tra bilanci, perdite, voglia e paura di ricominciare. Una storia d’amore che nasce, forse, e che termina, forse.

Ancora una volta, Bussola, si riconferma, la mia comfort zone: libri teneri, leggeri, ma mai superficiali, nelle cui pagine è possibile ritrovare frammenti di sé o delle propria vita, che permettono comunque un attimo di riflessione. Libri che invitano a lasciar andare la zavorra, ad ascoltare i propri bisogni, ad allungare una mano per riscoprire qualcosa di perduto, recuperare il tempo e tornare a credere in qualcosa.

“Questa è la storia vera di un amore possibile.
O forse è la storia possibile di un amore vero.”

La luce degli incendi a dicembre di Matteo Bussola – Einaudi, Stile libero (2025)

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