Un romanzo che ipnotizza

Una donna, seduta in macchina, osserva, attraverso una finestra aperta, la scena di una famiglia perfetta, le candele accese, i gesti premurosi di un padre, una madre e due figli.

Vi siete messi tutti eleganti. I bambini sono in completo scozzese coordinato, seduti sul divano di pelle con tua moglie che li fotografa con il cellulare. La ragazzina tiene il maschietto per mano. Tu armeggi con il giradischi in fondo alla stanza e tua moglie prova a dirti qualcosa, ma le fai segno con un dito: un attimo e ci sei. La ragazzina salta in piedi, tua moglie invece afferra il piccolo, e si mettono a fare piroette. Tu prendi un bicchiere, whisky, bevi un sorso, poi un altro, e ti allontani a passo felpato dal piatto quasi fosse un bebè addormentato: fai sempre così quando inizi a ballare. Ora prendi tu il piccolo, che si butta all’indietro. Lo rovesci a testa in giù. Tua figlia si allunga per farsi dare un bacio dal papà, e tua moglie ti regge il bicchiere. Si avvicina ondeggiando all’albero e sistema un filo di lucine che non è messo come dovrebbe. …

Di solito non mi fermo a guardare così a lungo, ma stasera siete tutti talmente belli che fatico ad andarmene.”

Inizia così La spinta un romanzo inquietante che, pagina dopo pagina, insinua più di un dubbio e cattura l’attenzione dalla prima fino all’ultima riga, in un crescendo che inchioda il lettore e lo spinge a volerne sapere di più sulla storia di Blythe.

Un romanzo che parla di maternità e soprattutto di quel nesso che lega madre e figlia, generazione dopo generazione. Blythe, infatti, è figlia di una madre egoista che l’ha abbandonata, a sua volta figlia di una madre infelice che si è impiccata, e vuole più di qualsiasi altra cosa dimostrare, soprattutto a se stessa, di poter essere una buona madre, di non aver ricevuto, come una condanna ancestrale e genetica, l’incapacità ad avere un buon rapporto con i propri figli. Per questo, quando il parto non va come lei si sarebbe aspettata e il rapporto con la figlioletta è faticoso, complicato e difficile, crede di essere una cattiva madre, di non avere quelle qualità che rendono una donna una buona mamma. La piccola Violet, fin da subito, pare non voglia riconoscerla come madre, la respinge in tutti i modi, instaura una sorta di guerra fredda con chi l’ha messa al mondo e allo stesso tempo stabilisce un rapporto esclusivo con il padre. Un rapporto talmente stretto e speciale da escludere Blythe dal triangolo che una neo famiglia dovrebbe creare.

C’è tanto in questo libro, che fagocita completamente, che fatichi a smettere di leggere.

C’è la maternità che non corrisponde mai – nonostante la retorica sull’argomento ce lo voglia far credere – a quell’idea zuccherosa ed idilliaca delle pubblicità, ma è fatta anche di mancanza di sonno, di corpo sformato, di capezzoli che dolgono, di mancanza di spazio per se, di arrivare a dimenticare di esistere come persona, di incapacità ad affrontare le esigenze continue e la totale dipendenza di un altro essere umano da noi.

C’è l’elaborazione del lutto peggiore, quello più devastante, quello che la mente si rifiuta di elaborare.

C’è il figlio non come perfetta realizzazione di sé, ma come corpo estraneo e a sé stante che non ci riflette e non ci rappresenta.

C’è il logorio di un rapporto, l’incapacità di vederlo evaporare in una serie di gesti ripetuti, di totale incapacità all’ascolto dell’altro, il rendersi conto che le esperienze comuni possono essere vissute ed elaborate in maniera diversa.

C’è la solitudine, quella del naufrago alla deriva, la totale mancanza di supporto che lascia una donna, appena diventata madre, in balia delle proprie paure, dei propri incubi peggiori, della stanchezza costante.

C’è la necessità di capire, di indagare sui mostri che si nascondono all’interno della psiche.

C’è l’ossessione verso qualcuno, che spinge a volerlo conoscere, al punto di insinuarsi nella sua vita, quasi per captare che cosa abbia di così speciale.

C’è la voglia di essere accettati, accolti, di far parte di qualcosa.

E’ vero come hanno scritto in molti che questo non è un thriller nel senso letterale del termine, ma c’è suspense, c’è un ritmo talmente incalzante, favorito a mio parere, anche dall’utilizzo di capitoli brevi, che tiene col fiato sospeso. C’è, altra caratteristica di questo genere di narrativa, il dubbio che si insinua fin dalla prima pagina nel lettore. Le cose saranno davvero come ce le sta raccontando la protagonista, o quello che vede è frutto della sua fantasia, della sua mente malata, di una mancata elaborazione dei suoi traumi, di un’infanzia infelice, dell’abbandono subito, della maternità non corrispondente a quello che voleva?

Insomma un romanzo psicologico totalizzante e spiazzante, che pone tante domande, in modo viscerale ed onesto a partire da quanto la maternità sia connaturata alla donna, per finire all’idea che i bambini non siano totalmente buoni per natura.

Una storia al femminile dove al centro troviamo una serie di riflessioni non banali sulla maternità. Su un’esperienza talmente complessa, che nonostante tutte le analisi e le disamine fatte, risulta comunque totalmente personale e vissuta spesso in maniera completamente diversa anche da figlio a figlio.

Le madri non dovrebbero fare figli che soffrono. Non dovrebbero fare figli che muoiono. E non dovremmo fare figli cattivi”.

Colpisce che di solito per una madre il figlio è bello, buono, perfetto, senza difetti e vedere invece qualcosa di inquietante, per non dire addirittura malvagio, è insolito e non scontato, perché è più facile fare finta di niente, mettere la testa sotto la sabbia, pensare di essersi sbagliati, attribuire a proprie mancanze quel lampo visto negli occhi di un figlio che disorienta e spaventa.


Ashley Audrain, con una scrittura incisiva e chirurgica, e una struttura narrativa in crescendo, porta il lettore nei meandri dell’animo femminile, verso il mistero della maternità, fatta di luci ed ombre, di gioie infinite e di improvvise violenze. Riuscendo a far vivere al lettore i sentimenti che prova la protagonista: sarà impossibile rimanere indifferenti al dolore, la confusione, le paure, i sospetti di Blythe.

Una storia coinvolgente assolutamente da leggere.

La spinta di Ashley Audrain- Rizzoli (2021) – pag.348

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