Un inno alle donne

«Mi scusi, — dico, — e da cosa avrei bisogno di essere salvata, io?»

«Forse da niente, — dice. — Forse da te stessa. Forse, la rabbia, non è l’unica gabbia dove si può rimanere prigionieri. Il senso di responsabilità, il timore di deludere e ferire chi ci ama, possono essere anche peggio. Io ho fatto esperienza di entrambi, per questo so riconoscerli negli occhi delle persone.»

Basta questa frase, e sento la mia intera vita traballare, come un castello di carte quando qualcuno scuote il tavolo. Pensi che a te non succederà mai. Credi di sapere chi sei, lo hai sempre saputo, hai cominciato preso a nutrire i tuoi obiettivi, e ti sei costruita con cura, un pezzettino per volta. Sei convinta che questo ti terrà a riparo da tutto. E invece, in un pomeriggio di metà agosto, capisci che non stai combattendo i mostri, ma che il tuo mostro ha divorato te”.

Quanto spesso ci ostiniamo a rimanere ancorati a qualcosa (un amore, un lavoro, un modo di essere) che anche se abbiamo scelto consapevolmente e volontariamente, ormai non ci appartiene più. Perché è naturale, come esseri umani, crescere, invecchiare, evolversi, in una parola cambiare, difficile se non impossibile rimanere fissi immobili per tutta la vita. Eppure quando questo cambiamento si verifica, e la nostra vita ne è inevitabilmente scossa, finiamo per viverlo come una sorta di fallimento, un’abiura a noi stessi, a quel noi più giovane e diverso che non esiste più. Per questo a volte si preferisce seppellire noi stessi, per non tradire gli altri, o l’idea di noi tanto faticosamente costruita.

Cara, vedi, il fatto è che spesso siamo i nostri peggiori nemici, – dice. – Perché preferiamo fare quello che ci riesce, o ciò che le persone che ci amano si aspettano da noi, piuttosto che fare quello che ci piace davvero. Preferiamo sentirci adatti a un ruolo già scritto, andare sul sicuro. E alla mia età posso dirtelo serena: è un gran peccato.”

Matteo Bussola parte proprio da qui, dalla fatica di accettare i cambiamenti per raccontare venti storie di donne. Donne piene di fragilità, accomunate da mille preoccupazioni. Donne confuse, colte in un momento di crisi, perché hanno fatto scelte che si sono rivelate sbagliate, che le hanno portate fuori strada, accomunate però dalla voglia di cambiare, di riscoprire il proprio io più nascosto.

Il personaggio centrale è quello di Mira, che storia dopo storia, si rivela essere colei che dona equilibrio, giusti consigli, o anche soltanto un sorriso. Colei che, dopo aver trovato la sua vera dimensione e aver faticosamente conquistato un equilibrio interiore riesce a trasmetterla anche a chi ha accanto, donando un sorriso, un consiglio o un incoraggiamento. In queste pagine l’autore analizza anche il tema dei pregiudizi e le difficoltà nascenti dall’identità di genere e la complessità di essere veramente libere, soprattutto in campo sessuale.

Matteo Bussola ha l’enorme talento di raccontare storie minime. Nei suoi libri non si sono grandi eroi, imprese incredibili, personaggi straordinari. Ci sono vite comuni, quelle terribili e meravigliose vite, in cui chiunque può riconoscersi o sentire come pezzi della propria esistenza. Storie d’amore finite male, malattie che spesso non hanno avuto l’esito sperato, matrimoni che si sfaldano, figli che se ne vanno, genitori anziani da accudire, e momenti speciali. Perché possiamo anche non rendercene conto, ma anche le nostre comunissime vite hanno momenti di svolta, momenti in cui finalmente ci rendiamo conto di quello che vogliamo o dove vogliamo arrivare. E in quell’attimo, se ci fermiamo, riconosciamo quella sorta di istante perfetto in cui si svela il senso della nostra vita.

Come già aveva fatto nel suo precedente romanzo Il tempo di tornare a casa, Bussola scrive una serie di racconti, che sono istantanee di vita e le intreccia insieme. Lì il fil rouge era la stazione ferroviaria in cui i singoli personaggi si incontravano, qui è un funerale da cui si dipanano le storie di tutte le protagoniste. Protagoniste che compaiono nel primo racconto e le cui vite vengono poi narrate mano a mano nei racconti seguenti. Un consiglio: quando avete finito di leggere il libro, rileggete il primo capitolo e riconoscerete una ad una le donne di cui avete letto.

Un inno alle donne, alla loro forza e alla loro bellezza, che comincia già dalla bellissima prefazione.

Perché le donne non devono dimenticare mai di coltivare i propri sogni, di lottare per trovare la propria voce, di andare a testa alta per le proprie scelte, anche se sono controcorrente. E in questo sono come il rosmarino resistono all’arido dell’estate e al gelo dell’inverno, non perdono mai le foglie e regalano bellissimi fiori viola.

A cosa pensa una donna quando lascia qualcuno? Quando si innamora senza scampo? Quando non viene ritenuta all’altezza, quando le dicono che è troppo o troppo poco, quando le sembra di non capire una figlia, o una madre, quando comprende la fragilità di un padre, quando rifiuta destini già scritti o quando invece li accoglie, quando cerca di cavare il meglio che può dal poco che ha, quando viene ferita, tradita, umiliata, derisa, quando si ammala e il mondo la ignora o quando ha paura e nessuno la sente? Quando è triste o felice o arrabbiata o risoluta o crudele? Quando è accudente come una nonna oppure spietata come un nemico? Quando fin da piccola viene educata alla colpa, alla vergogna, a essere soppesata da occhi estranei, quasi che il suo corpo e la sua vita non fossero mai davvero suoi, ma sempre anche di qualcun altro? Quando si deve giustificare per la voglia di fare sesso o per quella di non volerlo fare? Quando deve soddisfare aspettative, aderire a immaginari, quando è troppo magra o troppo grassa o troppo giovane o troppo vecchia o troppo ignorata o troppo guardata e però mai, mai davvero vista? Quando si accorge che la maggior parte degli incontri è come il tramonto in autunno, dove una volta sparito il sole tutto si raffredda velocemente? Quando non si fida più delle promesse? Quando non si arrende nonostante questo? Quando non crede alla vita dopo la morte ma vede invece la morte dentro ogni vita, come se tutto fosse sempre sul punto di cadere, nell’apparente fissità dei giorni?
A cosa pensa una donna quando, assordata dalle voci di tutti, capisce all’improvviso di avere soffocato la propria? Di non essersi mai davvero prestata ascolto?

Cos’hai pensato, tu, la mattina o il pomeriggio o la notte in cui, per la prima volta, lo hai capito?

I libri di Matteo Bussola, per me ormai una garanzia, nell’apparente semplicità e leggerezza, regalano sempre tanto su cui riflettere anche a distanza di tempo.

Il rosmarino non capisce l’inverno di Matteo Bussola – Einaudi Stile Libero Big (2022) – pag. 153

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