Leggere “I Didn’t Die. A True Story from Gaza” di Fares Alfarra fa rabbrividire.
E riflettere.
Fares Alfarra, nato nel 2005 nella Striscia di Gaza, fin da piccolo sogna di essere un dottore. Una fascinazione confermata da un’esperienza di ricovero in giovanissima età che lo porta ad informarsi, a seguire le lezioni sul corpo umano e a sostenere una serie di esami per poter entrare alla facoltà di medicina. E nonostante i momenti alterni, la passione e la determinazione, unita al desiderio di realizzare un sogno lo porta a concentrarsi al massimo per raggiungere quell’obiettivo. Purtroppo, la situazione economica della famiglia e il non raggiungimento del voto richiesto per ottenere la borsa di studio, lo portano a dover vagliare altre ipotesi, non più medicina ma “Intelligenza Artificiale e Data Science”. Malgrado la delusione e la necessità di accettare una realtà completamente diversa da quella auspicata, Fares si impegna ed è pronto ad affrontare il primo esame all’università. È il 7 ottobre 2023.
Già dai primi capitoli questo libro mette in evidenza come la vita possa cambiare all’improvviso, come quello che pareva il problema più grosso, la delusione più difficile da mandar giù, possa essere nulla rispetto a quello che ci aspetta.
Bombardamenti, morti, distruzione, mancanza di energia elettrica: la vita come era prima non esiste più. È l’inizio di una nuova e drammatica quotidianità che deve fare i conti con le evacuazioni continue, le esplosioni, le notizie di parenti e amici che non ci sono più. È iniziata la sopravvivenza: vivere nella consapevolezza che tutto può cambiare all’improvviso, che non ci sono certezze. Non c’è nemmeno il tempo per il dolore. E la paura che si alterna alla speranza che ciò che hanno vissuto sia il peggio, che le cose possano migliorare.
La sensazione era indescrivibile.
E indimenticabile.
La morte era incredibilmente vicina.
La paura ci controllava tutti.
Sì, eravamo spaventati.
Perché siamo umani.
Poi il giorno è finito.
Ma non è mai finito dentro di noi.
In realtà inizia una nuova fase, lo spostamento da un luogo all’altro, la fame, le tende, il freddo che trafigge le ossa, senza coperte, senza vestiti caldi.
La storia di Fares diventa ancora più drammatica quando rimane vittima di un bombardamento. Due secondi in cui cambia tutta la sua vita e inizia il suo calvario, portato da un ospedale all’altro, operato con mezzi di fortuna; il primo intervento andato malissimo a causa di uno spazio tra le ossa rotte e, a causa del quale, deve sottoporsi ad un altro intervento d’urgenza. Però, i perni che reggono il braccio non sono fissati bene e così deve tornare nuovamente in sala operatoria. Tutto questo influenza profondamente la sua vita. Oltre alle ferite visibili ce ne sono altre che non si vedono a sono molto più profonde, durature. E anche dal punto di vista medico la sua tribolazione non è finita. Dopo altri interventi, riabilitazioni dolorose, mancanza di antidolorifici, riesce a lasciare Gaza.
Il suo primo impatto con la realtà senza guerra, che racconta nella conclusione del libro è la sensazione del silenzio, della mancanza di paura, della necessità di rimparare a vivere.
“I Didn’t Die. A True Story from Gaza” è una lettura dolorosa ma necessaria che restituisce la grande forza d’animo di questo ragazzo, che oggi studia Scienze Politiche all’Università di Bari e testimonia una realtà su cui troppo spesso chiudiamo gli occhi, come se non ci riguardasse né coinvolgesse più di tanto.
È una storia di resistenza e di speranza, il cui titolo, scelto dallo stesso autore – “I Didn’t Die” (non sono morto) anziché “I Survived” (sono sopravvissuto) -, ricorda che per lui la sofferenza non è finita.
«Sopravvivere significa che il dolore è finito – ho letto in un’intervista – Ma per me il dolore è ancora qui».
Il dramma della Palestina, di Gaza, della Cisgiordania e del suo popolo continua, si sono spenti i riflettori ma non la sofferenza, né gli abusi commessi dagli israeliani. Raccontare il loro dolore e ascoltare le loro voci è solo un microscopico gesto per combattere l’indifferenza.
Il libro alterna capitoli in inglese ed in italiano, una struttura bilingue che permette al lettore di confrontarsi con il testo originale e la sua traduzione.
“I Didn’t Die. A True Story from Gaza” fa parte della collana editoriale “Voci dalla Palestina”, in cui la casa editrice Another Coffee Stories raccoglie testimonianze palestinesi per restituire “complessità e umanità a una realtà spesso raccontata soltanto attraverso i dati della cronaca”. Un progetto che nasce per dare spazio e voce a chi rimane ai margini del racconto mediatico. La letteratura deve, invece, essere anche strumento di ascolto e di memoria, capace di riportare al centro le esperienze umane, come sottolinea l’editrice Anna Giada Altomare.
Ringrazio tantissimo casa editrice Another Coffee Stories per avermi dato la possibilità di leggere questa preziosa testimonianza
I Didn’t Die. A True Story from Gaza di Fares Alfarra – Another Coffee Stories (2026) pag. 220

