Ho scoperto solo dopo averlo letto che Il mio albero di arance dolci di José Mauro de Vasconcelos, regalo graditissimo di un’amica, è considerato un classico della letteratura per bambini. E sul fatto che lo sia e non solo in Italia ne ho avuto la conferma leggendo La piccola conformista di Ingrid Seyman: la piccola protagonista, che sta cercando di sistemare la sua biblioteca, si domanda dove collocare Zezè e l’albero d’arance. Perché “parla d’infanzia e di morte”, e non può collocarlo tra le opere sull’infanzia perché è troppo triste.
Eppure considerare Il mio albero di arance dolci un libro solo “troppo triste” è davvero riduttivo, perché la storia del piccolo Zezè è anche altro. E’ lo stupore dell’infanzia, è la magia del gioco, è l’incanto di credere possibile qualunque cosa.
Zezè è un bambino vivace e un po’ discolo, che sogna di diventare poeta e vestirsi elegante, anche se è nato in una famiglia numerosa nella favela brasiliana di Bangu, che mal tollera la sua vitalità e il suo spirito e non perde occasione per tacciarlo di essere un diavoletto che gode a far star male gli altri e punirlo di conseguenza come, secondo loro, merita.
In realtà Zezè non solo è un bambino intelligente, come dimostrerà andando a scuola, un anno prima e diventando, a discapito di quello che pensano gli altri, un allievo modello, ma è anche estremamente sensibile. Non perde occasione per dimostrare il suo animo altruista sia con i familiari che con la maestra, a cui porta fiori (rubandoli da un giardino perché la sua estrema povertà non gli permette di comprarli) perché il vasetto sulla cattedra non resti mai vuoto. Eppure i suoi fratelli, il padre, i vicini di casa vedono solo il monello, lo scugnizzo che fa dispetti e combina marachelle.
Un piccolo Tom Sawyer, per citare un altro grande monello, sicuramente più dispettoso ed irrispettoso di Zezè, che cerca di trovare un suo posto in un mondo disagiato, povero, violento, dove può sopravvivere e fiorire solo grazie al grandissimo potere dell’immaginazione e della fantasia.
Un ragazzino che, per raggranellare due soldi fa il lustrascarpe in strada, o accompagna Seu Ariovaldo a vendere spartiti cantando canzoni, e intanto impara parole difficili di cui si fa spiegare il significato da Zio Edmundo. Un bambino che grazie alla sua immaginazione vede un Giardino Zoologico nel piccolo pollaio di casa, diventa amico di un piccolo alberello (l’albero di arance dolci che dà il titolo al libro) che cresce stentato nel suo giardino e gli parla, immaginando che si trasformi in un cavallo e condividendo incredibili avventure. Accanto a lui il fratellino Luis che cerca di preservare dalle brutture della vita, la sorella Gloria che lo consola e cura quando riceve botte a non finire e il Portoghese, l’uomo che da nemico acerrimo a cui l’ha giurata, diventerà un amico, che gli insegnerà cosa sono l’amore, la cura, l’affetto, la tenerezza, l’attenzione verso l’altro di cui la sua giovane vita è sempre stata priva.
«Non voglio mai più staccarmi da te, sai?»
«Perché?»
«Perché sei la persona migliore al mondo. Nessuno mi maltratta quando sono vicino a te e sento un sole di felicità dentro al mio cuore»
José Mauro de Vasconcelos nato anche lui nella stessa Bangu (Rio de Janeiro) nel 1920 da una famiglia di umili origini, ha preso spunto dalla sua esperienza di vita per scrivere questo romanzo parzialmente autobiografico.
Un romanzo che alterna episodi buffi a momenti altamente drammatici, regalando al contempo riflessioni profonde sull’amore e regalandoci il ritratto di “uno scricciolo intelligente e meraviglioso” difficile da dimenticare.
Il mio albero di arance dolci di José Mauro de Vasconcelos [O meu pé de laranja lima 1968] Blackie Edizioni (2024) – traduzione di Annabella Campanozzi – pag. 193