Stalingrado

Non è una lettura facile Stalingrado. Grossman, nell’opera dedicata all’eroismo della città sovietica e al sacrificio di tutti quelli che immolarono la loro vita per impedire alla follia nazista di vincere la guerra e imporre la loro visione e il loro dominio sul mondo, costruisce un libro enciclopedico, dove trova posto di tutto.

Partendo dall’antefatto storico, dell’incontro a Salisburgo tra Hitler e Mussolini nel 1942, quando il Terzo Reich aveva sottomesso gran parte dell’Europa e controllava una buona fetta di mondo, si sposta a raccontare la vita di un umile contadino in un kolchoz, Vavilov, che è stato richiamato a combattere per la difesa della patria.

In questo brusco cambio di prospettiva, si intuisce subito quali saranno i binari su cui Grossman farà viaggiare la sua storia – o meglio “le sue storie” – quello della Storia, dei capi e degli Stati, e quello delle microstorie dei tanti Vavilov, sui quali l’impatto della Storia con la S maiuscola è dirompente e devastante. 

Grossman nelle quasi mille pagine di Stalingrado alterna, infatti, pagine di Storia, alle vite di tantissimi personaggi, passando dal macroscopico al microscopico per meglio descrivere l’eroismo e allo stesso tempo la follia della guerra.

All’interno di questo volume si sovrappongono pagine di condanna al nazismo e fascismo, pagine di propaganda sulla bontà del comunismo e della sua superiorità rispetto all’ideologia nazista.

Nel ricostruire la vita dei vari personaggi Grossman si sofferma sulle scelte di aderenza alla idea comunista, alla necessaria rieducazione di alcuni, alla critica alla borghesia come fucina di tutti i mali, ma non manca una velata critica al fanatismo, ogni volta che la fedeltà all’idea della rivoluzione diventa ferocia e insensatezza.

Grossman si sofferma sulla campagna militare tedesca in Urss, la così detta “Operazione Barbarossa”, dapprincipio apparentemente trionfale per il costante ritiro delle truppe sovietiche verso oriente, raccontando il morale delle truppe costrette a retrocedere, e i convogli di civili che fuggono di fronte all’invasore e alle sue ripetute ed inimmaginabili violenze, per arrivare al perentorio comando di Stalin di non retrocedere, di non evacuare, di continuare a produrre nelle fabbriche a cui si contrappone l’altrettanto perentorio ordine di Hitler: Stalingrad muss fallen, data l’importanza strategica della città che sorge su una scogliera vicino al fiume Volga.

Se la parte da padrone la fanno le tante pagine di descrizione dell’ambiente militare, dei comandi d’armata, delle tattiche e dei movimento delle truppe di ambedue gli schieramenti – anche ai militari tedeschi, il giornalista scrittore dedica pagine estremamente umane – ed in alcuni momenti il tono sembra ricalcare il resoconto ufficiale degli eventi, con celebrazioni quasi agiografiche dei militari russi, sono invece le tantissime storie, piccole tele di vita, a rendere preziosa la lettura.

Grazie ad una prosa superba, Grossman riesce nel tumulto della guerra, della distruzione cieca e insensata, a ritagliare momenti di lirismo assoluto, quasi sempre dedicati dell’immane forza della natura: con una contrapposizione fortissima tra l’insensatezza umana e l’indifferenza pacifica del creato.

Un romanzo polifonico, che pur mettendo al centro della narrazione la famiglia Šapošnikov, dalla matriarca Aleksandra Vladimirovna alle figlia Ljusmila, Marusja, Zenja, ai tanti nipoti, mariti ed ex-mariti, inserisce nella narrazione decine di altri personaggi, militari e non, che spesso lasciano il lettore frastornato e confuso, perché la narrazione non è fluida ma episodica, manca, e questo personalmente è il limite più grande di questo libro, una visione unitaria e compatta, che permetta di seguire e soprattutto di empatizzare con i vari personaggi. L’impressione è che Grossman sia più interessato a raccogliere brandelli di vita, a descrivere più esperienze possibili, che non a raccontare cosa accade ad un determinato personaggio.

Ispirato, per sua stessa ammissione a Guerra e pace di Tolstoj cui rende omaggio nelle pagine stesse del romanzo, Grossman non riesce a rendere la visione e omogeneità dell’opera di Tolstoj.

Restano però tante piccole istantanee, poetiche, dolorose, commoventi, tragiche, eroiche.

Il presagio di morte rappresentato dall’arrivo precoce delle cicogne

L’amicizia tra il piccolo Grisa, che ha visto morire i genitori e si è paralizzato nel suo dolore, muto ed incapace di reagire, e Slasa che ha deciso che prendersene cura sia la sua missione

Il piccolo barchino di salvataggio

L’incontro straziante tra Tamara e il marito

La lettera, citata più volte, ricevuta da Strum da parte della madre

Lo sprezzo dell’infermiera verso il pacco contenente frivolezze

Le immagini al rallentatore durante il bombardamento

I rifugi come tombe

Il valore degli operai che continuano a lavorare incuranti delle incursioni aree nemiche

Le pagine dell’eroica resistenza senza speranza nella stazione di Stalingrado

Nonostante le pagine di estremo lirismo, Grossman è e rimane soprattutto un giornalista. Durante la seconda guerra mondiale, impossibilitato ad essere arruolato a causa dei problemi alla vista, si aggregò alle truppe e visse in tutto e per tutto la condizione dei soldati impegnati al fronte. Con loro rischiò la vita. Mangiò il loro rancio, dormì dove capitava, respirando polvere e assistendo ai movimenti delle truppe. Ciò gli permise di intervistare i protagonisti diretti, parlare con gli ufficiali, assistere a terribili atrocità. Da tutto questo nascerà sia il reportage sul campo di sterminio di Treblinka, testimonianza dell’orrore, sia il Libro nero, scritto a quattro mani con Il’ja Grigor’evic Erenburg, nel quale viene documentato, villaggio per villaggio, paese dopo paese, il genocidio nazista nei territori sovietici dal 1941 al 1945. E lo fa mantenendo sempre un formidabile equilibrio prospettico, un’invidiabile lucidità, uno sguardo attento e oggettivo su quanto vede.

Un’ultima nota. Soltanto quest’anno Adelphi pubblica Stalingrado, sebbene la storia e la pubblicazione originale preceda l’altra opera di Grossman Vita e destino. Grossman infatti aveva concepito una grande opera in più volumi: la prima parte (Stalingrado), originariamente intitolata Per una giusta causa, fu pubblicata in Unione Sovietica nel 1952. Al momento della pubblicazione di Vita e destino, durante l’epoca di Krusciov, Grossmann ebbe enormi problemi con la censura e il KGB che portarono al sequestro di tutti i nastri, manoscritti e appunti di Grossman, fra cui quelli riguardanti un terzo libro (Tutto scorre). Da quel momento la prima parte della sua opera fu ritirata e solo grazie all’opera di ricostruzione effettuata dal curatore del libro, oggi rivede la luce.

Stalingrado di Vasilij Grossman – Adelphi edizioni (2022) pag. 884

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