Artemisia

Dopo aver apprezzato ed amato Belle Greene, mi ero ripromessa di leggere altro della scrittrice francese Alexandra Lapierre. E l’occasione è arrivata dopo aver letto Le disobbedienti di Elisabetta Rasy che mi ha fatto incontrare Artemisia Gentileschi e ha fatto nascere in me una grande curiosità sulla pittrice seicentesca.

Donna dalla vita avventurosa e pittrice di grande talento è passata alla storia soprattutto a causa della violenza subita dal pittore Agostino Tassi.

In realtà la personalità e lo spessore artistico di Artemisia risulta sminuita e in qualche modo appiattita da questo fatto. Sicuramente lo stupro e il successivo rapporto con Agostino, a cui lei rimarrà legata per alcuni mesi, imbastendo una vera e propria relazione con lui, che le promette di sposarla, regolarizzando così la irregolare e compromettente situazione, incidono nella sua pittura. Ma ridurre la furia che promana dalle sue tele ad un’eco della violenza subita è, a mio parere estremamente riduttivo. E dimostra ancora una volta come la genialità e la grandezza di una donna debba essere rappresentata sempre in contrapposizione o in paragone ad un uomo.

Artemisia era l’unica figlia femmina di Orazio Gentileschi, pittore di origini toscane, e si dimostrò fin da piccola dotata di grandissimo talento.

«Dall’età di cinque anni, Artemisia riduceva in polvere i pigmenti, preparava le tele, confezionava le vernici. Con lui la piccola faceva un apprendistato che tutti i suoi allievi avrebbero potuto invidiarle. Francesco, il fratellino, non riusciva a starle dietro. Lei sembrava sempre più svelta, più diligente, più dotata degli altri.»

Il padre, oltre ad insegnarle i rudimenti della pittura e a trasmetterle trucchi e conoscenze legate ai colori e alle tecniche, la utilizza come modella, e le fa conoscere l’ambiente turbolento ma anche estremamente stimolante della Roma seicentesca.

Il loro rapporto fu però tutt’altro che idilliaco, Orazio aveva intuito che la figlia avrebbe potuto diventare una grande artista e come dice Lapierre era: «Dilaniato tra un’oscura gelosia da artista e la sua fierezza di padre».

Un rapporto conflittuale, fatto di ammirazione e rivalità, che influenzò profondamente anche la loro arte, tanto che nelle loro opere si intravede spesso la reciproca influenza e che rende difficile per gli storici dell’arte stabilire a chi tra i due appartenga un dipinto.

Un rapporto che è il fulcro e il centro della narrazione di Artemisia, non per niente il romanzo si apre e si chiude a Londra con la morte di Orazio.

La parte più corposa dell’opera è proprio dedicata agli anni romani e alle vicende legate al processo seguito alla violenza di Agostino Tassi, ma anche alla descrizione del mondo fatto di rivalità e violenza in cui i pittori vivevano a Roma, le commissioni dei grandi mecenati e l’abbellimento dei palazzi della nobiltà romana.

Artemisia, una volta terminato il processo con la condanna all’esilio da parte di Agostino, condanna mai eseguita tra l’altro, si sposò con Pierantonio Stiattesi e si trasferì nel Granducato di Toscana, dove grazie all’amicizia con il nipote di Michelangelo Buonarroti, lo scienziato Galileo Galilei e il pittore Cristofano Allori, nonché grazie alla protezione di Cosimo II, fu la prima donna a essere ammessa all’Accademia di Disegno di Firenze. Ciò le permise, oltre al poter acquistare il materiale senza il permesso del marito e firmare i propri contratti in autonomia, di raggiungere una totale indipendenza dal marito, tale da riportarla a Roma e in seguito a Napoli, sola con la figlia. E in queste vicende emerge la grandezza di Artemisia, cioè quella di diventare artefice del proprio destino, di essere libera da ogni tutela.

Artisticamente Artemisia, grazie alla scoperta dei maestri del Rinascimento, aveva capito la lezione del padre.

«Tentare la fusione del disegno con il colore, della natura con l’idea, dell’imitazione del reale con il concetto. Per accedere al Bello ideale!

Lo stesso obiettivo perseguito da Orazio Gentileschi.

Durante l’adolescenza, Artemisia non aveva sentito parlare d’altro. Ed ecco che Allori, Buonarroti e Galileo orchestravano per lei a Firenze, le intuizioni di suo padre. “Il disegno, la luce, il colore, io voglio tutto! “ le aveva detto Orazio davanti ai dipinti di Santa Maria del Popolo. “Voglio Raffaello e voglio Michelangelo, voglio Carracci e voglio Caravaggio… Io… Tu e io non apparteremmo mai a nessuno scuola. Perché porci dei limiti?”

Adesso Artemisia capiva che Orazio Gentileschi era forse il solo ad aver intuito che il naturalismo del Caravaggio e l’idealismo di Carracci fossero tutt’altro che inconciliabili e potessero riunirsi in una stessa visione: la sua.»

Partendo da questa lezione e aggiungendo la propria personale visione, Artemisia raccolse la sfida e sfornò i suoi capolavori, tra cui spicca certamente quel Giuditta ed Oloferne, che esprime tutta la determinazione e la voglia di riscatto dell’artista.

Come già aveva fatto in Belle Greene, Lapierre non scrive un romanzo su, ma attraverso uno studio e una ricerca estremamente scrupolosa – l’autrice ha vissuto a Roma per cinque anni per documentarsi e vedere i documenti dell’epoca – ricostruisce in un libro che è saggio, biografia e romanzo insieme, la vita e l’arte di Artemisia. Tratteggiando anche il periodo storico in cui la donna visse, e facendo rivivere nel modo più veritiero possibile la Roma della controriforma, che ha bisogno di scultori, pittori, artisti per manifestare la grandezza dell’Urbe e ribadire la supremazia della chiesa cattolica dopo la rottura con i protestanti, ma anche la corte di Cosimo II dei Medici nel Granducato di Toscana, molto più pacifica e accogliente, la Venezia e la Napoli dell’epoca e per finire l’Inghilterra di Carlo I, anch’essa scossa da lotte di religione.

Pur avendo trovato questo libro meno scorrevole e più pesante di Belle Greene, l’autrice fa spesso ricorso lettere e documenti risalenti al 1600, soprattutto trascrizioni del processo che vide protagonista Artemisia, Alexandra Lapierre riesce a ricostruire un’epoca e a dare spessore ad una donna troppo spesso associata e racchiusa solo nella violenza che subì in giovane età da parte di Agostino Tassi.

Artemisia di Alexandra Lapierre – Oscar Mondadori (2000) – pg. 511

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