La totale insensatezza della guerra

Sono passati quasi undici anni da quando in Egitto, Tunisia, Libia, Yemen e in altri paesi africani e del Medio Oriente iniziarono innumerevoli manifestazioni di protesta per chiedere libertà, dignità e riforme: un movimento popolare, ribattezzato dai media occidentali “Primavera Araba”. Per la prima volta era il popolo, la piazza, a manifestare contro la corruzione, la mancanza di diritti civili. Lo stesso avvenne anche in Siria, un paese retto politicamente dalla corrotta e potente famiglia degli al Assad. Come è stato ricostruito dal settimanale The Economist, la rivolta in Siria era iniziata da scritte sui muri fatte da ragazzini, che a seguito di questo furono arrestati, picchiati e torturati. Fomentando in questo modo le proteste non violente, a cui il regime reagì sparando sulla folla. Bashar al Assad avrebbe potuto promettere riforme e cambiamento, invece, cominciò a parlare di cospirazioni contro la Siria, bollando come bufale le immagini dei video che mostravano l’esercito sparare sulla folla, respingendo ogni richiesta, additandole come coperture per un non meglio precisato complotto straniero. Questo diede il via ad un’escalation di violenza, sempre più feroce: prima i sicari, poi i cecchini, poi l’artiglieria pesante. L’inizio di una guerra civile, in cui si sono inseriti gli elementi più oltranzisti dei movimenti estremisti e terroristici di matrice islamica, come l’ISIS, portando ad una cosiddetta “balcanizzazzione del territorio siriano”, che ancora non ha avuto un esito risolutivo.

In questo scenario, a cui abbiamo assistito in diretta e di cui vediamo quotidianamente gli effetti, si svolge il romanzo Dio non è timido di Olga Grjasnowa. Le storie parallele di due giovani siriani, il chirurgo Hammoudi e l’attrice Amal. Il primo rientrato in Siria solo per rinnovare il passaporto, dal momento che ha trovato un ottimo lavoro a Parigi e al di là della famiglia non c’è più nulla che lo lega al pese natale. La seconda affascinata dalle manifestazioni e i cortei contro il regime, che vive e a cui partecipa in una sorta di gioco, visto che il padre ha conoscenze e soldi per poterla tirare fuori dai guai.

I due si troveranno invece sempre più coinvolti in quello che sta accadendo. Hammoudi perché in qualità di medico può dare una mano a chi è stato ferito e fare la differenza negli improvvisati ospedali allestiti in appartamenti per curare chi sta combattendo il regime. Amal perché, arrestata, vive in prima persona la violenza e l’iniquità del regime.

«Dopo un po’ il generale dice: Ragazza, devi capire una cosa. Noi non ce ne andiamo, nemmeno quando se ne andrà Bassar. Restiamo. Per sempre. E se proprio dovremo andarcene, distruggeremo non solo voi, ma l’intero Paese. E adesso vattene e dì ai tuoi amici che comportarsi come all’asilo on serve a niente e che non rimaniamo qui. Per sempre. »

Una storia che corre parallela e sfocia per entrambi in una fuga in Europa, attraverso la Turchia, il mare Egeo dei barconi, l’Italia e infine la Germania, sorta di terra promessa dove ricominciare a vivere.

Quello che colpisce di più di questa storia, estremamente attuale è come i profughi, che noi vediamo come poveri esseri senza futuro, infreddoliti e privati di tutto, fino a poco tempo prima avevano una vita esattamente come la nostra. I siriani, soprattutto, erano uomini e donne che avevano studiato, spesso all’estero, professionisti, artisti, artigiani, che dall’oggi al domani hanno dovuto lasciare la propria casa distrutta dai bombardamenti, affrontare viaggi estenuanti per avere almeno la speranza di sopravvivere e invece si sono trovati bloccati in enormi campi profughi, in condizioni igienico – sanitarie terribili, con la comunità internazionale che fa finta di non vedere.

Un romanzo per certi versi freddo e asettico, che ripercorrendo dall’inizio la travagliata e, personalmente molto confusa, storia della guerra civile siriana, ci dà modo di comprendere meglio, non solo gli avvenimenti storici, ma le storie di quelle migliaia di persone che si ammassano ai confini della Turchia, che sfidano il freddo, le malattie, la fame, pur di scappare dalla distruzione delle proprie città, dagli ammassi di rovine, dai bidoni esplosivi, dai cecchini, dalla mancanza di medicine, di cure, di istruzione, di futuro. Olga Grjasnowa taglia con precisione chirurgica le nostre certezze in primis l’idea dei profughi come poveracci, perché Hammoudi e Amal sono esattamente come noi. Pensiamo a questo, la prossima volta che in tv scorrono le immagini dei profughi, di giovani, famiglie, vecchi, ammassati e disperati: erano come noi, sono come noi, hanno diritto come noi a qualcosa di più e di meglio.

Alcuni dati: la guerra civile ha causato oltre 387 mila morti (di cui 118 mila civili) e ha costretto 12 milioni di persone a lasciare le loro case: di questi, la metà ha abbandonato il Paese per cercare rifugio all’estero, in particolare nei Paesi limitrofi come Libano, Giordania e Iraq, Turchia. Numeri enormi se si pensa che nel 2010 la Siria aveva circa 23 milioni di abitanti; almeno 12 mila bambini sono stati uccisi o feriti tra il 2011 e il 2020. Inoltre per un’intera generazione la scuola è solo un ricordo lontano o qualcosa che non hanno mai visto: una scuola su tre è inagibile, perché danneggiata o utilizzata per scopi militari. Circa 2,4 milioni di bambini in Siria e altri 750 mila piccoli profughi nei Paesi limitrofi non vanno a scuola. Quattro su dieci sono bambine, particolarmente esposte al rischio di diventare spose ancora giovanissime.  Sempre secondo il fondo Onu, il numero di bambini che mostrano sintomi di sofferenza psichica è raddoppiato nel corso del 2020.

Purtroppo questo libro è diventato ancora più attuale dopo l’escalation della crisi ucraina. Quello che è successo in Siria, l’emergenza umanitaria, la fuga della popolazione civile, la necessità di attivare corridoi umanitari e inviare cibo, coperte, medicinali, si ripete dentro l’Europa, a pochi passi da noi.

Dio non è timido di Olga Grjasnowa – Keller editore (2020) pag. 302

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